Tra sottosuolo e sole

(Non) si diventa ciò che (non) si è.

Underworld

“Prima c’era una stanza vuota. Poi comparve qualcuno che cominciò a mettere oggetti sulla tavola, a spostare riviste e libri di fotografia e a portare via ciotole, vasi di coccio e fiori recisi, per poi rimettere al loro posto alcuni libri di fotografia, ma solo quelli che denotavano uno stato sociale elevato. Poi la gente prese ad arrivare a spizzichi e a bocconi e partì qualche sporadica conversazione, a volte un po’ imbarazzata perché non tutti si conoscevano fra loro. Quindi la stanza si riempì lentamente, la conversazione si fece più sciolta e le maschere cominciarono a calare. Klara parlava con qualcuno in un angolo, rendendosi vagamente conto che l’atmosfera si stava scaldando e che cominciavano a prevalere la cordialità, l’umorismo, l’allegria di ritrovarsi, e non è forse una di quelle cose a cui non si pensa ma che a ben pensarci è stupefacente, il modo in cui i particolari del contatto, i movimenti degli occhi e i gesti di saluto, i sorrisi di riconoscimento, gli aggiornamenti reciproci che carburano il dialogo iniziale – il modo in cui tutto questo si trasforma in energia e circola fra gli ospiti come un angelo ispirando racconti e chiacchiere, corteggiamenti e osservazioni fuori luogo, fondamentalmente il farsi della storia umana, anche se la gente non beve più come una volta, per cui non si può dire che sia il gin a renderla allegra e spontanea. È soprattutto l’incoraggiamento degli altri.”

Se dovessi indicare il protagonista di “Underworld”, sceglierei, abbastanza banalmente credo, una pallina da baseball, che appare subito nel prologo e che poi accompagna il lettore lungo tutto l’imponente romanzo di DeLillo. L’oggetto, infatti, dopo essere stato catturato da un giovane tifoso come cimelio di una partita del 1951 poi divenuta leggendaria, gli è sottratta dal padre e poi, attraverso un passaggio da mano a mano, giunge fino a Nick, colui che forse, pallina a parte, potrebbe essere una delle figure predominanti della storia, considerando che DeLillo gli affida la narrazione in prima persona di diversi capitoli. Più appropriato, forse, è rinunciare al tentativo di definire “protagonisti” e “comprimari”, considerando la mole di personaggi e situazioni spazio-temporali cui ci mette di fronte l’autore.

Andando a ritroso nel tempo, e poi ritornando laddove era partito, DeLillo è ambizioso nel raffigurare gli Stati Uniti dall’immediato secondo dopoguerra fino agli anni ’90. La pallina da baseball, con i suoi movimenti, è lo stratagemma narrativo che gli serve per collegare personaggi che, in apparenza, tra loro non hanno nulla in comune, se non, almeno alcuni, la passione per quello sport. Per il resto, in “Underworld” sono trattati argomenti quali il pericolo atomico, la guerra fredda tra Usa e (ex) Urss, i rifiuti tossici gestiti da multinazionali senza scrupoli, ma anche situazioni meno globali e più intime. Il progetto è grande, gigantesco, la mole del romanzo lo dimostra, e certo il lettore non dovrà aspettarsi uno svolgimento lineare, con un inizio da A e una fine a B. A dimostrazione di ciò, basti dire che il grosso del romanzo scorre a ritroso e di conseguenza noi ci troviamo di fronte a ciò che sono diventati i personaggi in una determinata epoca, andando poi a scoprire, con abile costruzione da parte di DeLillo, quali sono gli antefatti che li hanno portati a determinate convinzioni, rapporti, professioni etc.

In generale, il romanzo mi è piaciuto molto, tranne in alcuni passaggi e nella parte finale, che mi è parsa meno all’altezza del resto. Detto ciò, mi sono sorbito le 880 pagine dell’edizione Einaudi tutte in un sorso, quindi non posso che consigliare questo libro che, ai miei occhi, ha riscattato la precedente esperienza negativa con “Punto Omega” dello stesso autore. Un’ultima precisazione: vista la natura eterogenea, la vastità di personaggi e temi, le citazioni che ho scelto, questa volta più che mai, non forniscono che un quadro molto aleatorio di quello che ciascuno potrà trovare nel romanzo.

“Adesso che ero a un paio di parole, a un nome di distanza, la stranezza di quel viaggio mi incalzava. Diciassette anni. Tanti ne avevo l’ultima volta che l’avevo vista. Sì, proprio così, e dopo tutto questo tempo, forse le sarei sembrato una presenza invadente, l’immagine di un sogno angoscioso venuta in carne e ossa a cercarla attraverso un deserto. Rimasi fermo a guardare, cercando di trovare il coraggio di avvicinarla. E forse la cosa ancora più singolare, più strana che non tutti quegli anni passati, era che riuscivo a vederla in retrospettiva. Riuscivo a sollevare la donna più giovane da quella sedia, a separarla dalla persona con un paio di pantaloni scozzesi scuri e una vecchia giacca di pelle scamosciata seduta lì a parlare e a fumare. Avevo visto delle foto di Klara, ma non ero mai riuscito a isolare completamente la donna che avevo conosciuto, pallida ed eretta, con una strana piega della bocca, la bocca un po’ storta che la faceva sembrare distaccata da quello che diceva. E gli occhi evasivi, lo sguardo che sembrava deviare la domanda di cosa volevamo l’uno dall’altra.”

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