Tra sottosuolo e sole

(Non) si diventa ciò che (non) si è.

La boutique del mistero

“Nessuno diceva niente. Nessuno voleva essere il primo a cedere. Ciascuno forse dubitava di sé, come facevo io, nell’incertezza se tutto quell’allarme fosse reale o semplicemente un’idea pazza, un’allucinazione, uno di quei pensieri assurdi che infatti nascono in treno quando si è un poco stanchi. La signora di fronte trasse un sospiro, simulando di essersi svegliata, e come chi uscendo dal sonno leva gli sguardi meccanicamente, così lei alzò le pupille fissandole, quasi per caso, alla maniglia del segnale d’allarme. E anche noi tutti guardammo l’orologio, con l’identico pensiero. Ma nessuno parlò o ebbe l’audacia di rompere il silenzio o semplicemente osò chiedere agli altri se avessero notato, fuori, qualcosa di allarmante”.

(Dino Buzzati, “La boutique del mistero”, racconto “Qualcosa era successo”)

In un’antologia di Letteratura italiana che conservo accanto a me dai tempi del Liceo, Cesare Segre rileva come fosse azzardato il paragone tra Dino Buzzati e Franz Kafka, da taluni proposto, scrivendo che “il paragone tra i due autori è diventato quasi di maniera, ma certo non tiene conto del dislivello esistente tra il grandissimo Kafka e l’onesto ma più superficiale Buzzati, che si potrà al più ritenere un attento e partecipe divulgatore delle tematiche diffuse dell’angoscia e dell’alienazione”. Di Buzzati avevo già letto, in passato, “Il deserto dei tartari”, “Il crollo della Baliverna” e “Un amore”, e francamente, pur apprezzando quei testi, il paragone con Kafka non aveva nemmeno sfiorato la mia testa. Certo, qua e là sono rinvenibili atmosfere “kafkiane”, specie nei racconti e nei romanzi più surreali, ma concordo con Segre nel dire che Kafka “agisce” a un livello diverso, almeno su di me. Lo stesso Buzzati, del resto, scrisse: “Da quando ho cominciato a scrivere, Kafka è stato la mia croce. Non c’è stato mio racconto, commedia dove qualcuno non ravvisasse somiglianze, derivazioni, imitazioni o addirittura sfrontati plagi a spese dello scrittore boemo. Alcuni critici denunciavano colpevoli analogie anche quando spedivo un telegramma….”. Messa così, sembra che questo sia un articolo di critica a Buzzati. Così non è, a me Buzzati è piaciuto, non sarei qui a scrivere di lui, essendomi promesso (finché resisto) di utilizzare questo spazio virtuale per parlare “di qualcuno” (spesso di me) e non “contro qualcuno”.

A parte gli impropri paragoni con Kafka, suggerisco a chi volesse approfondire la conoscenza di Buzzati la lettura di “La boutique del mistero”, una raccolta di racconti. Tranne un paio, gli altri sono tutti molto brevi, eterogenei ma accomunati da un comune intento di esprimere l’assurdo, l’incomunicabilità, il mistero e il grottesco dell’esistenza. I personaggi protagonisti dei racconti di Buzzati inseguono qualcosa d’inafferrabile o scappano da qualcosa d’impalpabile, muovendosi in mondi spesso surreali, tra topi enormi, ectoplasmi che si palesano all’improvviso, strambi ospedali con i malati suddivisi in sette inquietanti piani o piuttosto cani mistici. L’elemento fantastico, molto caratteristico nella scrittura di Buzzati, non scade quasi mai a mero esercizio stilistico, e l’autore riesce ad affrontare paure e desideri senza lunghe filippiche retoriche e strappando anche sorrisi, il che non guasta, talvolta.

Devo dire che alcuni racconti mi sono parsi più deboli, qualcuno anche forzato a dire il vero, ma nel complesso si è trattato di una lettura gradevole, che mi sento di consigliare, ribadendo che è bene lasciare a Buzzati ciò che è di Buzzati (e non è poco, ripeto) e a Kafka ciò che è di Kafka.

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