Tra sottosuolo e sole

(Non) si diventa ciò che (non) si è.

L’opera struggente di un formidabile genio

“I giovani si fingono immuni dalla morte. E Perché non dovrebbero? A volte la vita può apparire infinita, piena di risate e di farfalle, gioia e passione, e birra gelata di qualità.

Ovviamente con il passare degli anni sopraggiunge la dura comprensione che “sempre” non è che una parola. Le stagioni si susseguono, l’amore appassisce, i migliori muoiono giovani. Si tratta di verità dure, dolorose, ineludibili, ma, così ci viene detto, inevitabili. L’inverno lascia il passo alla primavera, la notte si dilegua nell’alba, e la perdita scava il solco al rinnovamento. È facile dire queste cose, proprio come è facile, tanto per dire, guardare un sacco di televisione.

Ma, facile o no, noi confidiamo in questo sentimento. Altrimenti sarebbe come saltare senza alcuna speranza dentro un abisso nero e senza fine, cadere in un vuoto che tutto avvolge per l’eternità. Sul serio, che si guadagna dicendo che la notte può solo diventare più scura e che la speranza giace schiacciata dallo stivale oppressivo del malvagio? Che genere di risposta otteniamo quando giungiamo alla irriducibile comprensione che in vita non c’è salvezza, che presto o tardi, malgrado le nostre migliori speranze e i nostri sogni più cari, non importa quanto nobili siano state le nostre azioni e sincere le nostre virtù, non importa quanto abbiamo lottato per i nostri disperati ideali di immortalità, inevitabilmente a un certo punto il mare ribollirà e il male calpesterà la terra, e il pianeta intero non sarà altro che un campo di giochi abbandonato, adatto solo ai parassiti e agli scarafaggi?”

(Dave Eggers, “L’opera struggente di un formidabile genio”, ed. Mondadori)

Il primo umile suggerimento che sento di darvi nell’avvicinarvi a “L’opera struggente di un formidabile genio” è quello di non farsi né respingere né attrarre dal solo titolo, cosa che dovrebbe essere la norma ma che nello specifico, considerata l’ambiziosa dichiarazione dello stesso, vale a maggior ragione. L’autore, nella sua lunga prefazione, che di per sé meriterebbe un articolo a parte, spiega o inventa i motivi che hanno portato a scegliere un tale titolo. Il romanzo non è solo struggente e, in quanto al formidabile genio, è meglio non farsi condizionare dalla domanda che potrebbe sorgere spontanea: “Ma questo chi si crede di essere?”. Ciò premesso, voglio dire subito che il romanzo di Eggers è avvincente, tragico e comico, a tratti anche struggente come da titolo, ma soprattutto è scritto bene, non annoia mai nonostante la prolissità e la tendenza ad aprire digressioni. Quest’ultima caratteristica, che tra l’altro è una di quelle che ho apprezzato di più, mi ha indotto, insieme alla prefazione meta-narrativa, a un paragone inevitabile con un autore che alcuni odiano e altri idolatrano a prescindere, cioè David Foster Wallace, che, dal canto suo, apprezzò il romanzo di Eggers.

“Fate finta che sia una finzione”, scrive Eggers nella lunga parte introduttiva, quella che più di altre mi ha fatto pensare a Wallace, se non nei contenuti, almeno nella tendenza ad avvolgersi su se stesso, a scrivere su cosa è la scrittura, a spiegare perché, come e quando un determinato personaggio è nato, si è sviluppato, quanto corrisponda alla realtà, insomma a fare della letteratura sulla letteratura. Quest’atteggiamento, che in Wallace raggiunge vette ineguagliabili (basti pensare alle sue caratteristiche note a bordo pagina, che fanno romanzo a sé), c’è anche in Eggers, il quale, oltre che nella prefazione, si rivolge al lettore e ai suoi stessi personaggi anche nel bel mezzo della narrazione. Qualcuno può essere disturbato da quest’ossessiva presenza del narratore, cosa peraltro logica in un romanzo a forti tinte autobiografiche. A me, personalmente, non dà fastidio, non quando è un arricchimento di una storia che ha ritmo. Eggers, inoltre, nell’introduzione, proprio perché non vuole farsi mancare nulla, ci elenca anche una serie di possibili temi principali del romanzo, tra i quali ovviamente c’è la situazione tragica dovuta alla morte dei genitori, e quindi tutto ciò che da questo ne consegue.

Nonostante l’invito a fare finta che sia una finzione, bisogna tenere presente che molto di ciò che è scritto nel romanzo appartiene alla biografia dell’autore. Il protagonista, non a caso, si chiama proprio Dave Eggers, è il poco più che ventenne Dave Eggers, alle prese con la morte dei propri genitori, per cancro, a causa di poco tempo l’uno dall’altro, che lo lascia alle prese con il fratello Toph, nove anni all’inizio della storia narrata. Dave diventa, per Toph, un padre e una madre, nonostante l’esistenza di un altro fratello maggiore, Bill, e di Beth, la sorella. Dopo la morte dei genitori, Dave e Toph scappano dal loro paese e si avventurano in California, in una sorta di autoesaltazione tragicomica, e spesso grottesca, della loro giovinezza, nel tentativo di digerire quel dolore che altrimenti resterebbe sedimentato in loro, e soprattutto in Dave, maggiormente consapevole data l’età. Lo slancio del narratore talvolta rischia di rendercelo persino antipatico, se non sapessimo ciò che lo induce a determinati atteggiamenti e riflessioni, per esempio quando utilizza un linguaggio più scurrile e diretto (non spesso, a dire la verità), più atto a esprimere il suo dolore ma che rende certe pagine artisticamente meno pregevoli. Questa, però, è l’eccezione; la regola è una scrittura rapida, guizzante, in certi passaggi toccante, divertente e grottesca in taluni episodi, come quando descrive il suo tentativo di iscriversi a un reality show solo per pubblicizzare la rivista che lui e altri hanno fondato.

Costretto, dalle pratiche circostanze della vita (tipo, iscrivere a scuola il fratello) a ritornare sul dolore che sta cercando di allontanare da sé, Dave reagisce con un miscuglio di fatalismo e rabbia, avvertendo, specie all’inizio, la sensazione di essere in credito con l’esistenza e di essere quindi giustificato anche nel suo essere rabbioso, quasi fosse investito di un’autorità morale per farlo. Questo suo atteggiamento verrà mitigato da vicende non troppo felici che colpiranno altri personaggi da lui conosciuti. Nonostante lo sfondo tragico, comunque, il romanzo risulta godibile e spesso divertente, perché il sarcasmo feroce lascia spesso spazio a situazioni surreali, talvolta frutto dell’immaginaria mente di Dave. Un esempio è quando, dovendo lasciare il fratello in balia di un baby-sitter, egli fantastica su un’orrenda sorte che potrebbe spettare al piccolo Toph. Non mancano, poi, le parti più liriche, legate al ricordo dei genitori e soprattutto della madre. Infine, a conferma dell’autobiografismo che caratterizza il romanzo, Eggers ci racconta la nascita travagliata della rivista “Might”, gli intenti e le frustrazioni, gli espedienti per farsi pubblicità, tra i quali anche la finta morte di un attore.

Giunto al termine di questo mio articolo, ne sono insoddisfatto, perché, rileggendolo, mi accorgo che non sono riuscito a evidenziare abbastanza i molti pregi del romanzo né a sottolineare bene gli aspetti (minori) che non mi hanno convinto. Tutto sommato, comunque, si è trattato di una scoperta notevole, considerando che finora, di questo autore, avevo letto solo un’intervista congiunta, guarda caso con David Foster Wallace. Mi è piaciuto molto, insomma, e ve lo consiglio. Fine.

“Dopo di che guardano me e strizzano gli occhi.

Hanno paura. Sono invidiosi.

Noi invece siamo patetici. Anzi no, siamo delle star.

Siamo o tristi o penosi oppure inediti e interessanti. Le due possibilità si fanno strada nella mia mente mentre entriamo. Tristi e penosi, o inediti e interessanti? Tristi/penosi, o inediti/interessanti? Tristi/penosi? Inediti/interessanti?

Siamo tragici, insoliti e vivi.

Camminiamo tra le file di bambini e genitori”.

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