Tra sottosuolo e sole

(Non) si diventa ciò che (non) si è.

Martin Chuzzlewit

“Per un gentiluomo dal cuore tenero come Mr. Pecksniff era quello uno spettacolo assai doloroso. Egli non poteva non prevedere la possibilità che il suo rispettato parente cadesse vittima di persone interessate e intriganti, e che le ricchezze di lui finissero in mani indegne. Ciò lo faceva soffrire a tal punto che decisi di assicurare l’eredità a se stesso, di tenere a distanza gli aspiranti cattivi eredi, e di murare, per così dire, a suo solo uso e consumo l’anziano gentiluomo. A poco a poco, pertanto, incominciò a sondare la possibilità che Mr. Chuzzlewit fosse incline a divenire un promettente strumento nelle sue mani, e, constatato ch’era così, e che, anzi, egli si lasciava plasmare assai facilmente dalle sue duttili dita, non pensò – anima buona! – ad altro scopo nella vita che a quello di affermare su di lui il proprio ascendente; e siccome ogni piccolo esperimento al quale si azzardava otteneva un successo superiore alle sue speranze, incominciò a credere che i contanti del vecchio Martin stessero già tintinnando nelle sue spirituali tasche.”

(Charles Dickens, “Martin Chuzzlewit”, ed. Adelphi)

Pubblicato in dispense tra il 1843 e il 1844, “Martin Chuzzlewit” riflette anche l’amara esperienza negli Stati Uniti che l’autore aveva fatto tra il gennaio e il maggio del 1842; non a caso, il giovane Martin, assieme a un suo amico, sono “spediti” da Dickens proprio negli Stati Uniti e offrono a Dickens l’opportunità di utilizzare la propria satira contro una nazione che lo aveva profondamente deluso, non tanto per l’accoglienza ricevuta, quanto piuttosto per non aver confermato, nei fatti, le aspettative circa ideali umanitari e sociali. Peraltro, gli strali di Dickens contro gli Usa saranno poi rivisti venticinque anni dopo, tanto che l’autore pretese fosse aggiunta, all’opera, una breve appendice.

“Martin Chuzzlewit” è innanzitutto un romanzo che si “fa leggere” tutto d’un fiato, nonostante la sua mole (quasi 1300 pagine) o forse proprio grazie alla sua struttura monumentale, che consente all’autore di presentarci una serie di personaggi e situazioni diverse ma tutte accomunate da una satira costante, dalla capacità dell’autore di farci sorridere ma al tempo stesso percepire l’amarezza che è la causa del sorriso stesso. Il tema principale del romanzo è l’egoismo umano nelle sue molteplici sfaccettature; l’Io come pronome dominante, il Denaro come strumento e l’ipocrisia sono i corollari che permeano ogni singola pagine della storia. Il Martin Chuzzlewit citato nel titolo è sia il nome del vecchio Martin sia quello del nipote, ed ovviamente loro due sono tra i principali protagonisti. Il primo è accompagnamento dalla giovane Mary, il secondo è invaghito della stessa Mary e perciò diseredato dal nonno.

Figure forse ancora più forti dei due Martin sono, però, altre. Innanzitutto Mr. Pecksniff, in teoria architetto, in pratica ipocrita di enormi proporzioni, che si presenta come un “un uomo totalmente morale” ma che in realtà è dedito alla più bieche macchinazioni pur di entrare nelle grazie del vecchio Chuzzlewit, suo cugino, e di conseguenza carpirne l’eredità. Un altro membro della famiglia che ha ben pochi scrupoli è Jonas Chuzzlewit, nipote del vecchio Martin e allevato dal padre in nome di un solo dio: il denaro. Attorno a questo nucleo di personaggi, se ne muovono numerosi altri, spesso di dubbia moralità, ciascuno con segreti da nascondere agli altri, tutti magistralmente rappresentati dalla caustica penna di Dickens, che ne salva ben pochi, e tra questi l’ingenuo e bonario Tom Pynch.

Com’è palese, è ardua riassumere un romanzo di 1300 pagine in poche righe e non avrebbe neanche senso cercare di spiegare nel dettaglio gli intrecci, le situazioni tragicomiche e i disvelamenti di segreti/identità che rendono avvincente la narrazione. Forse è più interessante notare come Dickens, oltre a bersagliare (nei capitoli “americani”) la retorica della libertà statunitense e la facilità nell’uso della pistole negli Usa (e siamo nel 1843…), ci narri situazioni ed eventi che purtroppo non hanno perso d’attualità neanche a un secolo e mezzo di distanza, a dimostrazione che l’essere umano forse sopravvaluta la propria capacità evoluzionistica. Tra i vari esempi, si possono citare la signora Gamp e la sua visione del tutto personale del lavoro da infermiera, oppure la Società Anglo-Bengalese di assicurazioni sulla vita la cui occupazione principale è quella di frodare i clienti.

“Martin Chuzzlewit” è un romanzo che mi è dispiaciuto finire, al momento una delle migliori opere di Dickens che ho letto.

“L’educazione di Mr. Jonas era stata impartita sin dalla culla in base ai princìpi più severi del puro tornaconto. La primissima parola ch’egli aveva imparato a balbettare era stata <<soldi>>, e la seconda, una volta perfezionatosi fino ai plurisillabi, <<guadagno>>. Eccezion fatta per due conseguenze che forse, all’inizio, non erano state chiaramente previste dal suo guardingo genitore, si sarebbe potuto dire ch’egli avesse ricevuto un’educazione ineccepibile. Una delle due pecche consisteva in questo, che, essendogli stato insistentemente insegnato dal padre a mettere nel sacco tutti quanti, egli aveva preso gusto a mettere nel sacco anche quel venerabile consigliere. L’altra era la seguente: essendo egli stato abituato sin dalla prima fanciullezza a considerare spazientito suo padre come una certa quota di patrimonio personale che non aveva alcun diritto di spostarsi a suo piacimento e che sarebbe dovuta, invece, essere rinchiusa in quel particolare tipo di cassaforte chiamata bara, e depositata nella tomba.”

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