Tra sottosuolo e sole

(Non) si diventa ciò che (non) si è.

Grandi speranze

“- Allora, Herbert, – rispondevo – parliamo con serietà dei nostri affari.

Ricavavamo sempre una profonda soddisfazione dal darci appuntamento a questo scopo. Io pensavo sempre che era quello ciò che significava occuparsi d’affari, che era quello il modo di affrontare la cosa, che era quello il modo di afferrare il nemico per la gola. E so che anche per Herbert era così.

Ordinavamo qualcosa di molto speciale per pranzo, con una bottiglia di qualcosa egualmente fuori dal comune, in modo da fortificarci l’animo per l’occasione, e da essere perfettamente all’altezza della situazione. Finito il pranzo, tiravamo fuori un mazzo di penne, una notevole scorta di inchiostro, e una gran quantità di carta da scrivere e carta assorbente. Perché c’è qualcosa di molto confortante nell’essere ben forniti di cancelleria.

Allora io prendevo un foglio di carta e in alto, nel mezzo, in bella scrittura, vi scrivevo: “Promemoria dei debiti di Pip”, aggiungendo con grande cura Barnard’s Inn e la data. Anche Herbert prendeva un foglio di carta e scriveva in alto, in mezzo, seguendo simili formalità: “Promemoria dei debiti di Herbert”.

Ognuno di noi allora consultava un confuso mucchio di carte che teneva lì di fianco, carte che erano state buttate in dei cassetti, dimenticate dentro gli angoli delle tasche, mezze bruciacchiate per accendere delle candele, rimaste infilate per settimane negli specchi, o danneggiate in mille altri modi. Il fruscio delle nostre penne che scorrevano ci rinvigoriva moltissimo, al punto che talora trovavo difficile distinguere tra quell’edificante procedimento amministrativo e l’effettivo pagamento del denaro. Dal punto di vista del merito, le due cose sembravano più o meno uguali”.

(Charles Dickens, “Grandi speranze”, ed. Newton Compton editori)

Alla “scoperta” tardiva di Charles Dickens, eccomi a “Grandi speranze”, terzo romanzo che ho letto dell’autore inglese, dopo “Tempi difficili” e “Il nostro comune amico”. Anche stavolta sono rimasto soddisfatto e posso ormai dire che Dickens mi piace, sebbene non tocchi, non così spesso e così a fondo come altri, certe mie zone come altri autori riescono a fare. Poco male, non sempre è necessario attraversare il sottosuolo, e si può fare anche in maniera diversa, così come accade con Dickens, che in “Grandi speranze” narra una vicenda ingarbugliata, forse non troppo verosimile in alcune sue costruzioni forzate, ma che rappresenta un cammino di formazione e di progressiva presa di coscienza delle illusioni, degli inganni che hanno costituito il percorso esistenziale di Pip, il protagonista narratore.

Pip emerge al mondo direttamente dalle paludi nebbiose che affiancano il cimitero nel quale sono sepolti i suoi genitori. Il primo ricordo che ha riguarda l’incontro con un misterioso vagabondo, che poi si rivelerà essere un forzato e che rivestirà un ruolo fondamentale nel corso della sua vita. Pip vive con l’autoritaria sorella e con Joe, un fabbro al quale il ragazzino si lega sempre più e presso il quale, cresciuto, comincia ad apprendere anche lui i rudimenti del mestiere. L’esistenza di Pip sembra così essere ristretta a quell’ambiente provinciale, oscuro, malinconico, finché nel suo grigio percorso appaiono un avvocato, Mr. Jaggers e una spettrale anziana signora, Miss Avisham, che vive da anni segregata nella sua casa, con addosso un abito da sposa. Per Pip si aprono, inaspettatamente, “grandi speranze” di cambiamento. L’avvocato Jaggers gli prospetta la possibilità di trasferirsi a Londra, perché un misterioso benefattore ha preso a cuore la causa di Pip e vuole elevarlo dalla condizione misera e provinciale per fare di lui un “uomo della City”. Pip, che intanto ha conosciuto Estella, invaghendosi paurosamente di lei, accetta il destino che altri sembrano aver tracciato per lui e parte per Londra.

Il resto della storia dimostrerà il lato oscuro di quelle “grandi speranze” e quello luminoso di ciò che, invece, gli appariva nebuloso. Pip avrà a che fare con benefattori veri o presunti, con personaggi maligni e altri che al contrario lo sorprenderanno per la loro umanità. Lascio però al lettore il piacere di scoprire il resto della vicenda, l’intreccio narrativo e lo stile spesso divertito e divertente con il quale Dickens tratta la sua materia. Il romanzo in certe pagine è esilarante, ma non manca l’occasione per riflettere anche sul potere del denaro e soprattutto sul tema che dà il titolo all’opera, cioè sulle aspettative che l’esistenza crea in noi, che noi stessi fondiamo su basi spesso immaginarie, speranze tanto più disattese quanto più grandi erano, e che pure, alla fine, pur nella cocente delusione derivante dalla disillusione, dobbiamo apprezzare perché, senza di esse, non avremmo avuto che una tenebrosa palude nella quale scorrere il tempo.

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