Tra sottosuolo e sole

(Non) si diventa ciò che (non) si è.

L’Adalgida. Disegni milanesi

Non ci provo neanche a scrivere le mie impressioni sui dieci racconti che costituiscono “L’Adalgisa. Disegni milanesi”. Troppo adorabile e troppo odiosa, al tempo stesso, la scrittura colta di Gadda. La Milano di fine Ottocento e inizio Novecento sotto la lente minuziosa e lo sguardo satirico dello scrittore. Munitevi di vocabolario, se volete leggerlo. Scelgo, ad accompagnare quest’articolo, un brano tratto dalla nota n. 12 del settimo racconto, non perché simboleggi l’intero libro (così non è), ma perché, molto più semplicemente, mi è piaciuto il concetto di “desiderata platea”.

La prossimità nonché il commercio delle gente e’ sono grandemente appetiti dai vanitosi e da tutti quelli cui natura ha devoluto un temperamento narcissico: (indebitamente ritenuti socievoli e lodati come tali). Della società non gliene importa un cacchio: e vi si destreggiano secondo la brama e la tecnica centripeta del più puro egoismo. Ma “vogliono” gli altri, li vogliono vicini e fisicamente presenti: e di una cotal presenza godono, godono: perocché la straripante carica erotica del loro narcisismo ovvero autoerotismo ella necessita di una adeguata parete di rimbalzo cioè superficie di riflessione: di uno specchio grande, in poche parole. Gli umani funzionano per loro da specchio psichico: e, se essi talora li amano, soltanto li amano in quanto specchio lusingatore. Salotti, alberghi, piroscafi, e monti e spiagge balneari e marciapiedi dell’avenida e caffè ne vanno in rigurgito di cotestoro; e dovunque ne incontri.

Il meccanismo auto-erotico allogasi, qual più qual meno, in tutte le anime: nelle più ritenute e modeste, nonché nelle ciarliere ed ingenue: come quella del garzone di parrucchiere andaluso, venuto e trasmigrato dalle lontane sierre verso la sua “straordinaria speranza”.

(Carlo Emilio Gadda, “L’Adalgisa. Disegni milanesi”, ed. Adelphi)

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