Tra sottosuolo e sole

(Non) si diventa ciò che (non) si è.

Le vite di Dubin

“- Quello che mi resta dentro, soprattutto delle biografie che scrivo – continuò Dubin, – a parte quanto si impara rispetto alla mappa delle esistenze umane, le svolte inaspettate e le pieghe drammatiche che prendono, i modi gioiosi con i quali si compiono e quelli tragici dai quali vengono funestate… – gli occhi del biografo si offuscarono per un momento e dovette liberarsi, tossendo, da una raucedine di gola – …quello che mi resta dentro soprattutto è il fatto che la vita fugge continuamente, e che i nostri destini vengono manipolati fino a spezzarci il cuore da eventi che non possiamo prevedere né dominare, per cui siamo sempre penosamente vulnerabili di fronte a ciò che accadrà. Perciò quello che dicono i poeti, di cogliere l’attimo, cara Fanny, è incredibilmente vero. Se non vive la sua vita nella pienezza o, per qualsiasi ragione, non l’ha vissuta, se ne pentirà – soprattutto invecchiando – per tutti i giorni a venire.

– Lei se né pentito? – gli domandò la ragazza serenamente.

Dubin la fissò con uno sguardo grave.

– Me ne pentirei in modo intollerabile se non fossi coinvolto nelle vite altrui.

– Nei suoi libri, vuol dire?

– Sì, in gran parte ma non solo.

– Ed è questo che le dà la sua grande carica? Per me la vita è quello che uno fa. Voglio godermela e non voglio ricavare nessuna lezione, nessuna morale della favola.

– Dubin per un attimo si sentì deluso, scoraggiato.

Lei, però, sembrava colpita da lui: le si ravvivò il colore sulle guance, e negli occhi parve comparire qualcosa di simile all’affetto.

Dubin, d’impulso, prese un libro da uno degli scaffali.

– Gradisca, -disse, porgendoglielo – una copia della mia prima opera: Vite Brevi. In questo volume nessuno arriva a quarant’anni.

Dopo un attimo d’esitazione, la ragazza prese il libro e se lo premette sul seno.

(Bernard Malamud, “Le vite di Dubin”, ed. Minimum fax)

“Le vite di Dubin” è il secondo romanzo di Malamud che ho letto negli ultimi mesi. Il primo era stato “L’uomo di Kiev”, che avevo molto apprezzato. In questo libro, scritto nel 1979, l’autore ci rappresenta le vicende del cinquantaseienne William Dubin, di professione scrittore, per la precisione autore di biografia, che vive in mezzo al verde, assieme alla moglie Kitty, sposata oltre venti anni prima. Il loro rapporto sembra essere idilliaco e Dubin pare riuscire a gestire la propria sfera sentimentale e quella lavorativa. A sconvolgere l’equilibrio arriva il più classico dei terzi incomodi, cioè una giovane donna delle pulizie, Fanny, che piomba in casa dell’uomo. La ragazza è giovane, disinibita, combinazione che risulterà fatale per l’uomo. Se ci si limitasse a questo scarno intreccio, il romanzo sarebbe solo l’ennesima variazione sul tema del “triangolo” amoroso. Lui, lei, l’altra. Non è così, anche perché bisognerebbe almeno cambiare la figura geometrica, come il lettore potrà scoprire.

Ciò che rende più interessante il romanzo è anche ciò spiega il titolo. Dubin, infatti, non vive solo la propria esistenza, ma cerca anche di rivivere le esistenze altrui. Dopo aver scritto e ottenuto successo con alcune biografie di personaggi illustri, tra i quali Thoreau, Twain e Abramo Lincoln, Dubin sta cercando di ricostruire il pensiero e la vita di D. H. Lawrence, l’autore di “L’amante di Lady Chatterley”. Il compito, però, si rivela più difficile del previsto, anche per la sopraggiunta complicazione nella sua vita sentimentale. Malamud, trasportandoci avanti e indietro nel tempo, cerca di mostrarci la difficoltà che Dubin affronta, stretto com’è tra la volontà di scrivere su Lawrence e l’impossibile fuga da sé stesso. Le vite altrui possono aiutare a spiegare la propria, ma solo entro certi limiti e certamente mai del tutto. Dubin, oltre a dover gestire il rapporto a tre con la moglie e l’amante, fonte di nevrosi per tutti, vuole anche capire perché sua figlia Maud e suo figlio Gerald hanno fatto determinate scelte. Al centro di tutto, o almeno al centro di ciò che più ha colpito me, ci sono temi come il rapporto tra la scrittura e l’esistenza, la solitudine, la finzione narrativa come uno dei tentativi per spiegarsi ciò che resterà comunque inspiegabile.

Il romanzo è scritto con un tono spesso ironico, dunque risulta molto godibile, sebbene mi sia parso meno “scorrevole” rispetto a “L’uomo di Kiev”. Avrei gradito che Malamud si soffermasse meno su alcune descrizioni paesaggistiche. Dettagli, che non inficiano il mio complessivo gradimento circa quest’opera di Malamud.

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