Tra sottosuolo e sole

(Non) si diventa ciò che (non) si è.

Il commesso

“Il negoziante guardò in strada. Desiderò per un attimo di poter essere di nuovo fuori all’aperto, come quando era ragazzo, che non stava mai in casa, ma il rumore minaccioso del vento lo spaventò. Pensò di nuovo di vendere il negozio, ma chi lo avrebbe comperato? Ida ci sperava ancora. Ogni giorno ci sperava. Quel pensiero gli strappò un sorriso amaro, anche se non aveva voglia di sorridere. Era un’idea assurda e cercò di scacciarsela dalla mente. Eppure c’erano dei momenti in cui si ritirava nel retrobottega, si versava un goccio di caffè e indugiava piacevolmente sull’idea di vendere. Ma se anche per miracolo ci fosse riuscito, dove sarebbe andato, dove? Per un attimo si sentì a disagio immaginandosi senza tetto. Si vide in balia delle intemperie, fradicio di pioggia, col capo coperto di neve gelata. No, era un secolo che non passava un’intera giornata all’aperto. Da ragazzo, sempre a correre per le strade del villaggio, fangose o piene di solchi, o nei campi, oppure a bagnarsi nel fiume con gli altri ragazzi; ma da adulto, in America, raramente aveva visto il cielo. Nei primi tempi sì, quando conduceva il carretto col cavallo, ma era finito tutto col suo primo negozio. In un negozio uno è sepolto.”

(Bernard Malamud, “Il commesso”, ed. minimum fax)

“Il commesso” è il terzo romanzo di Bernard Malamud che leggo, dopo “L’uomo di Kiev” e “Le vite di Dubin”. Anche questo, come gli altri, mi ha soddisfatto. Il protagonista della storia è Morris Bober, piccolo commerciante ebreo, esule dalla Russia, che cerca di resistere alle difficoltà economiche senza cadere nella tentazione di qualche furberia, ma è costretto a rendersi conto di come la sua onestà non basti a tirarlo fuori dalla crisi che ha colpito il suo negozio di alimentari, specie a seguito dell’apertura di concorrenti ben più sfarzosi e ricchi di lui. Morris vive in una piccola abitazione con sua moglie Ida e la figlia Helen, che ha dovuto rinunciare agli studi per lavorare ed essere così di sostegno al padre. Il sogno americano non è così sogno.

A complicare le cose, una rapina che lascia in eredità a Morris, oltre che una botta in testa, anche il misterioso italo-americano Frank Alpine, dapprima complice di un altro uomo nella rapina stessa ma poi, pentitosi e resosi conto della povertà e bontà d’animo di Morris, nonché costretto dalla propria situazione di vagabondo, decide di aiutare il commerciante, auto-assumendosi come commesso. La cosa, ovviamente, non è così semplice, perché Morris è scettico, pur non sapendo che Frank è stato il suo rapinatore, e soprattutto perché deve scontrarsi contro le resistenze della moglie Ida. Helen, dal canto suo, diventerà sempre più il reale motivo per cui Frank, tra alti e bassi relativamente alla sua condotta nei confronti di Morris, resterà lì. Il ragazzo, infatti, s’innamora, o quanto meno desidera ardentemente Helen, che sembra non ricambiare, presa com’è da altre preoccupazioni.

Il resto della trama il lettore lo scoprirà da sé. Malamud riesce a coinvolgere con il suo stile sobrio, pacato ma non privo dell’ingrediente dell’ironia, che tempera una storia altrimenti drammatica. Morris Bober, nella sua cocciuta perseveranza etica, resiste alla tentazioni che gli sono offerte, mentre Frank, meno assoluto e più complesso come personaggio, alterna sentimenti e situazioni, rendendo complicato anche l’esercizio della fiducia a Morris. La colpa, la compassione verso le proprie e le altrui debolezze, ma anche le ossessioni e le gelosie dei protagonisti, sono altri tasselli di un romanzo che non è certo rassicurante nei suoi esiti, ma che, grazie all’abilità di Malamud, non scade mai nel patetico.

“La fortuna di Morris invece non era cambiata, a meno che diversi gradi di povertà si potessero definire un cambiamento, perché lui e la fortuna, se non nemici giurati, buoni amici non erano di certo. Sgobbava per ore e ore, era l’onestà fatta persona – non poteva proprio sfuggirle, era la sua palla al piede; sarebbe scoppiato se avesse imbrogliato qualcuno; eppure si fidava degli imbroglioni – non invidiava mai nulla a nessuno e diventava sempre più povero. Più sgobbava – la sua fatica era un’immagine del tempo che divora sé stesso – meno sembrava possedere. Era Morris Bober e non poteva avere una sorte migliore.”

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: