Tra sottosuolo e sole

(Non) si diventa ciò che (non) si è.

Solo

“Così sono rimasto a poco a poco solo, limitandomi ai rapporti superficiali a cui mi obbligava il mio lavoro e che di solito sbrigavo per telefono. Non voglio negare che all’inizio fosse difficile e che il vuoto che circondava la mia persona esigesse di essere riempito. Nel rompere i contatti con gli altri ebbi dapprima l’impressione di perdere energia, ma intanto il mio io cominciava come a coagularsi, ad addensarsi intorno a un nucleo in cui si riunivano, si fondevano le mie sensazioni, e la mia anima le assorbiva come nutrimento. Inoltre mi abituai a dare corpo a qualsiasi cosa vedessi o udissi in casa, per la strada o nella natura, e nel trasferire ogni mia percezione al lavoro in corso sentivo crescere il mio capitale; così, gli studi che facevano in solitudine risultavano più significativi degli studi sulla gente nella mia vita di società.”

(August Strindberg, “Solo”, citazioni tratte dall’edizione Mondadori, “I Meridiani”)

Stimolato da una citazione letta da qualche parte che adesso non ricordo (memoria labile), ho deciso di leggermi “Solo” di August Strindberg e così sono andato in biblioteca nella speranza che fosse presente nella raccolta dei suoi romanzi, che peraltro avevo già letto nel 2007, come testimoniato dalla tessera della biblioteca presenta all’interno del libro stesso. In quell’occasione, ricordo, fui colpito soprattutto dalla violenta invettiva di “Arringa di un pazzo”, romanzo scritto contro sua moglie e, devo dirlo, misogino.

“Solo”, che s’inserisce nella serie di scritti a forte connotazione autobiografica, è, come intuibile dal titolo, un romanzo breve sulla solitudine, ma anche sul processo creativo dello scrittore. Scritto nel 1903, cioè al ritorno dopo anni di esilio per l’Europa, dovuti alle polemiche seguite ad altre sue opere, il romanzo, a differenza di “Inferno” e “In mare aperto”, non descrive l’angoscia che può derivare dalla solitudine, bensì ne sottolinea il legame con la scrittura e più in generale gli aspetti “positivi”. Per ciò che riguarda il processo di scrittura, Strindberg evidenzia come lo stesso, per lui, sia la camaleontica capacità di chi, pur privo di certezze oggettive e stabili, combina liberamente e giocosamente tutta una serie di materiali, che possono derivare da incontri con sconosciuti silenti, ricordi del passato, oggetti di tutti i tipi.

Il protagonista, l’io-narrante della storia, che poi storia non è perché non accade granché di tangibile, di materiale, di esteriore, è un cinquantenne vedovo, che vive in affitto, da solo, tornato nella sua città dopo dieci anni di provincia. All’inizio del romanzo, lo troviamo seduto al tavolo di un bar con degli amici, nel tentativo reciproco di ritrovare l’interrotta continuità dei loro rapporti. In poche magistrali pagine, Strindberg ci mostra l’impossibile pretesa di spiegarsi di quel gruppo di amici, che persino sui ricordi in comune hanno opinioni opposte, e i cui rapporti sono irrecuperabili. La solitudine, allora, appare al protagonista come un rifugio da quella Babele d’incomprensioni e atteggiamenti ipocriti. Rotti i rapporti sociali, che si limitano a quelli lavorativi, per il nostro solitario comincia il viaggio all’interno di sé stesso. Presto si renderà conto che non si è mai soli davvero, perché, oltre ai ricordi del passato, ci sono quelle che Strindberg definisce “le conoscenze impersonali” a stimolare la nostra sensibilità. Il protagonista, incontrando per strada o immaginando ciò che accade dietro le finestre illuminate di una casa, si carica, certo solo mentalmente ma non per questo in maniera meno invasiva, delle esistenze altrui, che poi cerca di trascrivere nella scrittura, che diventa uno sfogo, un momento di felicità di tipo particolare, un modo per espellere quanto si è accumulato nella sua mente.

Nonostante l’argomento trattato, “Solo” non angoscia, semmai induce a riflettere su cosa significhi la parola solitudine, sulla quale ho avuto modo spesso, su queste pagine, di scrivere impressioni mie o di riportare quelle altrui, come nell’articolo “Elogio (non troppo convinto) della solitudine” o nel bellissimo racconto di Guy de Maupassant.

“La solitudine mi ha reso ipersensibile, come se la mia anima fosse priva delle protezioni della pelle, e sono ormai così viziato dalla libertà di governare i miei pensieri e i miei sentimenti che non riesco quasi a sopportare il contatto fisico con un’altra persona. Di più: qualsiasi persona mi si avvicini mi fa un effetto soffocante per il fatto stesso di invadere con la sua la mia sfera spirituale”

“Quando però torno a casa e mi siedo alla scrivania mi sento veramente vivo…sguscio fuori dalla mia persona e parlo come fossi un bambino, una donna o un vecchio: sono re e mendicante, sono il signore potente, il tiranno e il più disprezzato, il ribelle sconfitto; qualsiasi opinione mi appartiene e qualsiasi religione è la mia; vivo in qualsiasi epoca, e io stesso non esisto più”.

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