Tra sottosuolo e sole

(Non) si diventa ciò che (non) si è.

“La sala rossa”

“La signora raccolse delle briciole di pane e cercò di riempirne la tazza vuota del caffè. Il signore frugò nella tasca vuota del panciotto in cerca dello stuzzicadenti per togliere certi rimasugli ficcatisi fra i denti. Ciascuno dei coniugi trovava imbarazzante la compagnia dell’altro. Conoscevano i rispettivi pensieri e sapevano che il primo che avesse rotto il silenzio avrebbe detto una sciocchezza o qualcosa di compromettente. Entro di sé cercavano nuovi argomenti, li vagliavano, per trovarli poi inadatti: più o meno, erano o potevano essere messi in relazione con quanto era stato già detto. Falk cercava di scoprire qualche deficienza nel servizio che potesse offrire lo spunto d’indignazione. La consorte guardava dalla finestra nel tentativo – vano – di scoprire qualche mutamento di tempo.”

(Johan August Strindberg, “La sala rossa”, ed. Biblioteca Universale Rizzoli)

Come fosse un medicinale da assumere a piccole dosi, prima di spingervi a varcare la soglia della “sala rossa”, vi avverto che sarebbe bene restarne lontani se, per qualsiasi motivo, attraversaste un periodo di acuta misantropia. Questo libro, infatti, è da leggere con cautela, tenendo d’occhio gli effetti collaterali che potrebbe avere su chi già non avesse, di per sé, l’animo troppo ben disposto verso il genere umano. Strindberg, tra le altre cose destinatario di una dei “biglietti della follia” di Nietzsche e ammirato da Kafka per alcune sue opere, scrisse il romanzo nel 1879, sotto l’influsso di una crisi che era sia sociale sia personale, e il risultato fu un’opera sarcastica, “costruita sulla realtà” ma che della realtà stessa si fa beffe, descrivendone la falsità degli ideali costruiti dall’uomo, la menzogna sociale imperante, insomma un romanzo abbastanza nichilista, a tratti disomogeneo, pletorico, quasi fosse un’accozzaglia di quadri a sé stanti messi forzatamente assieme, e che però, nonostante quanto abbia scritto possa far pensare il contrario, sento di consigliare a chi volesse sorridere, ridere ma anche interrogarsi sulle miserie caratteriali di noi essere umani, magari per avere la conferma, qualora ve ne fosse dubbio, che certe dinamiche si ripetono, pur mutando i contesti geografici, temporali e sociali.

L’ambientazione è la Svezia della seconda metà dell’Ottocento, e lo spunto fu autobiografico, anche se Strindberg retrodatò il tutto a dieci anni prima rispetto a ciò che aveva, almeno in parte, vissuto in prima persona. La “sala rossa” che dà il titolo al romanzo è una stanza di un locale dove si riuniscono, ogni tanto, Arvid Falk, figura centrale del romanzo, e altri aspiranti artisti come lui. Falk è una figura amletica, di difficile inquadramento: inquieto, ribelle, moralista, solitario, all’inizio del romanzo si licenzia dall’impiego di burocrate per inseguire la sua vocazione letteraria, ma la realtà si rivelerà ben più ostica di ogni velleitaria intenzione ed egli dovrà lottare con sé stesso per non diventare di nuovo un ingranaggio di meccanismi che egli non sopporta più.

Attorno a Falk, ruotano una serie di personaggi che passano le giornate cercando di tirar fuori da sé la loro vena artistica, e che però si accorgono, talvolta con un certo ritardo, che all’ora del pranzo non hanno nulla da mettere sotto i denti. Ci sono i due filosofi, Ygberg, lungagnone dall’aspetto cadaverico, e Olle, il pittore Lundell, Sellén, anch’egli pittore e amico di Arvid, e altri collaterali. Questa la compagnia della “sala rossa”, unico ambiente nel quale gli aspiranti artisti si sentono liberi di teorizzare su qualunque cosa gli passi con la mente, ovviamente ciascuno convinto di essere un originale. Il sarcasmo esilarante con il quale Strindberg li tratta non è, però, riservato solo a questi giovanotti un po’ idealisti, un po’ vanesi e abbastanza brilli. Il fratello di Falk, per esempio, pur non avendo alcuna pretesa poetica, non è risparmiato dall’autore, che ne evidenzia lo squallore morale con cui conduce la sua vita da commerciante. Ma non è il solo extra-sala rossa a finire nel mirino pungente di Strindberg.

Il romanzo, infatti, non scandaglia solo le mura della “sala rossa”. Strindberg, in alcuni casi sulla scorta di esperienze realmente fatte, per esempio come giornalista, scaglia le sue frecce venefiche ma spassose contro editori che riescono a creare nomi letterari dal nulla, attraverso un’abile campagna pubblicitaria su compiacenti giornali, contro la stampa stessa e i giornalisti che da conservatori diventano progressisti e viceversa con sospetta velocità di pensiero, contro i critici che scrivono di ciò che non hanno letto, contro predicatori religiosi accecati dal fanatismo, contro il Parlamento e le sue surreali sedute, contro le società di assicurazioni che assicurano i clienti sul fatto che tutto è sotto controllo, quando invece il fallimento è alle porte, contro le associazioni di beneficienza che fanno del bene soprattutto a sé stesse, contro sindacalisti che difendono gli interessi di chiunque tranne che di coloro che li hanno nominati, insomma contro un po’ tutto e tutti, in nome di uno scetticismo che lascia ben poche speranze sull’uomo.

Rileggendo quanto letto finora, mi accorgo che forse ho fornito un quadro troppo fosco del romanzo, il quale è, comunque, molto godibile, con un ritmo serrato e pochi passaggi a vuoto. Resta l’avvertenza fatta all’inizio dell’articolo: se già di vostro siete in un periodo di acuta misantropia, lasciate stare, altrimenti finirete per inventare meschinità anche laddove non ve ne sono (o ancora non ve ne sono).

“Dopo aver recitato una breve commedia su che cosa bere, decisero di comune accordo di mangiare prima. La cenetta aveva appena avuto inizio quando un’alta ombra si allungò sulla tovaglia del tavolo: dinanzi a loro stava Ygberg, cadaverico come al solito. Sellén, che nelle circostanze felici era sempre gentile e cordiale, gli chiese subito se voleva tenere loro compagnia; richiesta alla quale subito anche Falk si associò. Ygberg nicchiò, e intanto di sottecchi esaminava piatti e portate per scoprire se sarebbe riuscito a saziarsi per intero o solo a metà.

– È una penna pungente la sua, signor consigliere, – disse poi per distogliere l’attenzione generale dalle incursioni della propria forchetta su e giù pel vassoio.

– Come dice? La mia penna? – rispose Falk arrossendo. Non immaginava che qualcuno avesse fatto conoscenza della sua penna.

– Quell’articolo ha destato molto scalpore!

– Quale articolo? Non capisco.

– Suvvia. Quella corrispondenza nella Bandiera del popolo sull’ente per il pagamento degli stipendi dei funzionari civili.

– Non l’ho scritto io!

– Così invece dicono all’ente. Ho incontrato un conoscente che è impiegato straordinario lì, e lo attribuiva a lei. E il dispetto deve essere stato grande.

– Come?

Falk si sentiva in parte colpevole perché aveva capito cosa aveva annotato Struve quella sera a Moserbacke. Struve non aveva fatto altro che riferire, era stato lui, Falk, a parlare. Si considerò dunque responsabile di ciò che aveva detto, anche a costo d’essere giudicato…un libellista. Quando capì che ogni ritirata gli era preclusa, non gli restava dunque che una sola soluzione: andare avanti!

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