Tra sottosuolo e sole

(Non) si diventa ciò che (non) si è.

Gioco all’alba

“I giocatori erano sempre lì seduti, formando lo stesso gruppo di prima, quasi non fosse passato neanche un minuto da quando Willi li aveva lasciati. Sotto un paralume verde brillava fioca la luce elettrica. Sulla bocca del console, che per primo aveva notato il suo arrivo, parve a Willi di leggere un sorriso beffardo. Nessuno mostrò la minima meraviglia allorché Willi spinse di nuovo tra le altre la sua seggiola, che era rimasta vuota. Il dottor Flegmann, che teneva il banco in quel momento, diede una carta anche a lui, come se niente fosse. Nella fretta Willi puntò una banconota più grossa di quanto si era proposto, vinse, e continuò con maggior prudenza; poi la fortuna girò, e venne presto un momento in cui il bigliettone da mille parve in serio pericolo. Che importa, pensò Willi, tanto a me non sarebbe rimasto nulla. Ma invece ricominciò a vincere, non ebbe bisogno di cambiare la banconota, la fortuna gli si mantenne fedele, e alle nove, quando smisero di giocare, si trovava in possesso di più di duemila fiorini. Mille per Bogner, pensò, e mille per me. Di questi terrò la metà come fondo per la partita di domenica prossima. Ma non si sentiva così contento come sarebbe stato naturale”.

(Arthur Schnitzler, “Gioco all’alba”, ed. Adelphi)

Quando ho comprato “Gioco all’alba” di Schnitzler ero quasi certo di aver fatto una buona scelta, considerando le precedenti e appaganti esperienze di lettura con libri quali “Doppio sogno”, “Signorina Else”, “Fuga nelle tenebre”, “Morire”, “Il ritorno di Casanova”. Conoscevo già l’abilità dell’autore nel delineare, con pochi tratti di penna, la psiche contorta dei suoi personaggi, senza appesantire la trama dei suoi agili racconti e intersecando temi universali quali la passione, la morte e il potere corruttivo del denaro.

“Gioco all’alba” è incentrato su Willi, un giovane tenente dell’esercito che, pur non navigando nell’oro, conduce un’esistenza abbastanza tranquilla, è piacente, amante del gioco e degli spettacoli, e non sospetta che l’esistenza sta per metterlo di fronte a una realtà ben più dura, che si presenta sotto le sembianze di un suo conoscente che, stretto in difficoltà economiche, gli chiede un prestito, lasciando balenare l’ipotesi di farla finita. Willi, che pure non può corrispondere la somma, s’impegna a trovarla, e vi riesce anche, grazie a un espediente tanto efficace quanto ingannevole, cioè una vincita al gioco, alle carte.

Willi, a differenza di Schnitzler, che presumo l’abbia fatto, non conosce la lezione de “Il giocatore” di Dostoevskij, e non si accontenta della vincita ottenuta, che metterebbe l’amico al riparo dalle disgrazie e consentirebbe a lui una vita più agiata, almeno sul breve-medio periodo. La brama del gioco lo avvolge e le conseguenze saranno sgradevoli, ma a questo punto mi fermo perché il racconto è breve e forse ho già anticipato troppo della trama. Vi lascio all’eventuale lettura.

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