Tra sottosuolo e sole

(Non) si diventa ciò che (non) si è.

Fuga nelle tenebre

“Improvvisamente sentì nascere in lui un’angoscia da mozzare il respiro, un’angoscia del tutto nuova, che pure era sempre la stessa. Perché ad un tratto gli era venuta in mente la lettera? Che significato poteva avere ormai quella lettera? Essa poteva valere solo in un determinato caso; un caso inesistente, che non poteva mai più verificarsi. Non era pazzo; era sano. Ma a cosa gli serviva se gli altri lo ritenevano pazzo? A cosa gli serviva se alla fine lo stesso fratello lo avesse considerato pazzo? Non poteva accadere che un occhio turbato scambiasse proprio quella meravigliosa trasformazione della sua condizione di spirito, quel senso di euforia e di rilassatezza, quella serenità della sua natura, per i primi sintomi di una incipiente malattia mentale? Solo pochi giorni prima Marianne gli aveva manifestato la sua crescente preoccupazione per l’aspetto pallido e affaticato del marito; e quando Robert, in seguito a quel colloquio, aveva osato dare a Otto qualche fraterno consiglio, era rimasto colpito dal tono esageratamente eccitato, quasi sgarbato con cui il fratello gli aveva risposto, e ora gli sembrò addirittura di ricordare che negli ultimi tempi l’andatura e il portamento di Otto avevano subito una singolare trasformazione. E se fosse più malato di me, pensò Robert. Se fosse lui il malato – lui soltanto?”

(Arthur Schnitzler, “Fuga nelle tenebre”, ed. Adelphi)

Arthur Schnitzler non mi ha deluso nemmeno stavolta, “Fuga nelle tenebre” mi ha confermato che si tratta di un autore che per troppo tempo avevo associato solo a “Doppio sogno”. Le più recenti letture dei suoi libri, quali ad esempio “Il ritorno di Casanova”, “Morire” e “Il sottotenente Gustl”, mi avevano fatto apprezzare le sue qualità di fine indagatore della psiche umana, apprezzate anche da Freud.

“Fuga nelle tenebre” è la descrizione di una lenta ma inesorabile discesa negli abissi da parte di un uomo, la narrazione della germinazione di un delirio, la progressiva caduta nella follia di Robert, il protagonista, un consigliere, che all’inizio della narrazione è di ritorno da una vacanza che avrebbe dovuto essere ristoratrice, consigliatagli dal suo amico e dottore Leinbach. Tornato in patria, egli si accorge che le sue ansie sono tutt’altro che placate e quando, dinanzi a uno specchio, vede una palpebra meno mobile rispetto all’altra, comincia a temere di essere soggetto a una progressiva paralisi. Robert aveva sposato una donna, morta giovane, e poi, in seguito, aveva avuto una relazione con Alberta, da lui poi “ceduta”, senza troppo lottare, a un americano. Il ricordo delle due donne è turbante, soprattutto egli non si capacità di come possa aver lasciato andare Alberta, e comincia a temere di avere qualche disturbo serio quando si rende conto di non ricordare esattamente come sono andate le cose, e addirittura teme di averla uccisa e poi di aver dimenticato tutto.

Robert ha anche un fratello medico, Otto, al quale egli chiede, in un accesso di ansia, un macabro favore. Nel caso egli dovesse cadere nella follia, Otto dovrà ucciderlo con un’eutanasia. Questa promessa, alla lunga, sarà fonte di ulteriori deliri, quando Robert combatterà tra la sensazione di essere davvero folle e la convinzione che il vero pazzo sia suo fratello, che, al pari di Leinbach, lo scruta, lo osserva. L’incontro con Paula parrebbe salvarlo in via definitiva, ma neanche l’amore basta e Robert oscilla tra entusiasmi e depressioni, preda di ricordi confusi e improvvisi, impossibilitato a svelare al prossimo le sue paure, pena l’essere riconosciuto “ufficialmente” come folle.

Schnitzler, senza dilungarsi in lunghe digressioni psico-analitiche, riesce a tenere il lettore avvinto alla pagina, dipanando in maniera nitida il progressivo insorgere del delirio nella mente del protagonista.

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