Tra sottosuolo e sole

(Non) si diventa ciò che (non) si è.

Beate e suo figlio

“Tutta la vita di Ferdinand con lei era stata inganno e finzione; lui l’aveva ingannata con la signora Welponer e con altre donne, attrici contesse e puttane. E se nelle notti afose il dolce incanto dello star vicini lo aveva sospinto tra le braccia di Beate, quella era la più grave e la più abietta di tutte le menzogne, poiché, lei lo sapeva, sul suo seno egli pensava alle altre, a tutte le altre con lasciva malizia. Ma perché lei se ne rendeva conto tutt’a un tratto? Perché? Perché lei non era stata né diversa né migliore di lui! Era forse Ferdinand l’uomo che lei stringeva tra le braccia, il commediante col garofano rosso all’occhiello che tante volte tornava a casa dall’osteria alle tre di notte puzzando di vino? Che faceva lo smargiasso e con occhi torbidi diceva frasi vacue e sconce? Che da giovane, grazie alla protezione di una vedova ormai anziana, era riuscito a coltivare le sue nobili passioni e che davanti a un’allegra brigata leggeva le tenere missive che qualche pazza innamorata di lui gli mandava in camerino? No, quell’uomo lei non lo aveva mai amato. Da costui sarebbe fuggita dopo neanche un mese di matrimonio. L’uomo che lei aveva amato non era Ferdinand Heinold; era Amleto, Cirano, re Riccardo e molti altri ancora, eroi e ribaldi, vincitori e uomini votati alla morte, belli e drammatici. E persino l’uomo straordinariamente ardente che una volta, in una lontana notte d’estate, dalla penombra della stanza nuziale l’aveva attratta in giardino a delizie ineffabili, non era Ferdinand, ma un qualche potente e misterioso Spirito delle Montagne di cui lui recitava la parte senza saperlo – una parte che doveva recitare perché senza maschera non riusciva a vivere, perché era terrorizzato all’idea di vedere un giorno il proprio riflesso negli occhi di lei. Così lei lo aveva sempre ingannato, come lui aveva ingannato lei – lei, donna perduta sin dall’inizio che aveva sempre condotto un’esistenza fantastica di sfrenata voluttà; solo che nessuno l’avrebbe mai sospettato, neanche lei stessa. Ora invece era diventato palese.”

(Arthur Schnitzler, “Beate e suo figlio”, ed. Adelphi)

In “Beate e suo figlio” rinveniamo temi e atmosfere tipiche dei racconti di Schnitzler, ovvero una struggente malinconia, l’inquietudine, le maschere della “rispettabilità borghese” e ciò che di torbido può nascondersi dietro esse, gli impulsi lascivi che affiorano a scombussolare esistenze altrimenti noiose. I protagonisti, com’è facile intuire dal titolo, sono Beate, vedova di Ferdinand, un ex attore, e Hugo, il diciassettenne figlio della donna. In vacanza presso un lago nei pressi di Vienna, Beate si accorge che suo figlio è attratto da Fortunata, una donna che ha la sua età e che lei giudica del tutto inadeguata a Hugo. Al tempo stesso, lei si sente corteggiata da alcuni uomini, ma rifugge dalle loro attenzioni, legata com’è al ricordo del defunto marito.

A complicare tutto, giunge Fritz, amico di Hugo e soprattutto esuberante diciottenne. Beate, con lo scorrere dei giorni, si rende conto che a turbarla, oltre alle preoccupazioni per la relazione tra il figlio e Fortunata, ci sono le attenzioni che Fritz le dedica, alle quali lei inizialmente risponde sdegnata, ma che poi, lentamente ma inesorabilmente, la portano a sondare zone di sé che credeva sepolte assieme al marito, il quale, peraltro, in un’analisi di gelosia retrospettiva, non gli appare più così fedele come aveva ritenuto un tempo.

Schnitzler, che in quanto a storie conturbanti ha poco da invidiare a chicchessia, ci guida in questo gioco di specchi a quattro tra Beate, suo figlio e il morto (Ferdinand), con la languida partecipazione di Fortunata, Fritz e altri soggetti, e lo fa alternando il registro drammatico-malinconico a quello più torbido-sensuale, ammesso che possa esservi, tra queste definizioni, una scissione.

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