Tra sottosuolo e sole

(Non) si diventa ciò che (non) si è.

Le novelle

“Ma corsi universitari non ne avete fatti? Allora non sapete che cosa sian le scienze. Tutte le scienze, quante ce n’è al mondo, hanno un solo e medesimo passaporto, senza del quale si reputano inconcepibili: l’aspirazione alla verità! Ciascuna di esse, perfino una qualunque farmacognosia, ha per suo fine non l’utile, non la comodità della vita, ma la verità. Cosa singolare! Quando vi mettere a studiare una qualsiasi scienza, prima di tutto vi colpisce il suo principio informatore. Vi dirò, non c’è nulla di più attraente e di più grandioso, nulla che tanto sbalordisca e avvinca lo spirito umano quanto il principio di qualsiasi scienza. Fin dalle prime cinque o sei lezioni, già vi dànno le ali le più luminose speranze, già vi par d’essere padroni della verità. E io mi diedi alle scienze perdutamente, appassionatamente, come alla donna amata. io n’ero schiavo e, fuorché d’esse, non volevo conoscere altro sole. Giorno e notte, senza raddrizzar la schiena, studiano a memoria, mi rovinavo a comprar libri, piangevo, quando sotto i miei occhi gli uomini sfruttavano la scienza a fini personali. Ma non m’infatuai a lungo. Il fatto è che ogni scienza ha un principio, ma nient’affatto una fine…(omissis)…ebbene, non ebbi il tempo di provare una delusione, perché ben presto si impossessò di me una nuova fede. Mi gettai nel nichilismo coi suoi proclami…poi, quando vagabondando per la Russia, annusai la vita russa, mi convertii in un ardente adoratore di quella vita. Amavo il popolo russo fino alla sofferenza…e così via…m’infervorai per idee, persone, avvenimenti, luoghi, me ne infervorai senza posa…l’ultima mia fede fu la non-resistenza al male…”

(Ănton Cechov, novella “In cammino”, in “Un giudice istruttore”, ed. Biblioteca Universale Rizzoli)    

Nel reparto dedicato alla letteratura russa, accanto agli immensi e miei prediletti Dostoevskij e Bulgakov, nonché ad altri grandi come Tolstoj e Nabokov, c’è Ănton Cechov (o Chekhov), che giustamente reclamava la mia attenzione, considerando che lo avevo tralasciato, leggendo soltanto alcune delle sue opere teatrale, tra le quali “Zio Vanja”. Ho dato ascolto alla sua richiesta e ho potuto così scoprire un autore che ha portato l’arte della novella a livelli eccelsi. L’apparato di novelle di Cechov è così vasto che la “Biblioteca Universale Rizzoli”, quando decise di pubblicarle, le suddivise in dodici volumi, due dei quali ho letto nell’ultima settimana. I miei prescelti, tali perché disponibili nella biblioteca del mio paese, sono stati “Teste in fermento” e “Il giudice istruttore”, titoli ricavati da due delle novelle contenute nelle raccolte. Leggendo le numerosissime storie contenute ho potuto apprezzare un Cechov non solo diverso da quello che avevo ammirato nelle sue opere teatrali, ma anche molto poliedrico all’interno della sua intera produzione novellistica, nella quale ritroviamo una moltitudine di personaggi ritratti nelle loro debolezze e nei loro strambi atteggiamenti quotidiani, con la malinconica ironia di chi si sente compartecipe e non giudice della condizione umana.

I personaggi cecoviani esprimono, tanto per citare qualche esempio, la malinconia che può essere causata dalla contemplazione della bellezza, il rimorso di un giudice incapace di gestire la propria esistenza al di fuori dei tribunali, l’inquietudine dello scrittore di fronte alla primavera, rapporti coniugali difficili, le fantasticherie di un vagabondo, l’impossibilità di forzarsi ad amare qualcuno, i turbamenti di una donna sposata che però non disprezza la corte di un amante, o piuttosto la grigia esistenza di un impiegato amministrativo che odia proprio colui che potrebbe fargli ottenere un aumento. Si potrebbe continuare a pescare nella sterminata galleria di personaggi e coprire, davvero, una gamma enorme di situazioni umane, analizzate con l’occhio clinico di un medico (quale peraltro Cechov era) e l’umanità di chi non giudica, ma compartecipa alle gioie e alle miserie dell’esistenza. Devo dire che tra le due raccolte ho notato una differenza di fondo: le novelle contenute in “Teste in fermento” sono improntate a una maggior leggerezza nei temi e nello stile, si sorride meno amaramente che leggendo “Un giudice istruttore”, dove sono maggiormente presenti slanci lirici.

Nel riportare Cechov sullo scaffale che gli spetta, non posso che essere contento del fatto che mi mancano ancora dieci volumi delle sue novelle.

“Era quella in me invidia per la sua bellezza, o mi rincresceva che quella fanciulla non fosse mia e non sarebbe mai stata mia, e ch’io fossi per lei un estraneo, o sentivo confusamente che la sua rara beltà era casuale, non necessaria e, come tutto in terra, di breve durata, o, forse, la mia malinconia era quel particolare sentimento ch’è suscitato nell’uomo dalla contemplazione della vera bellezza?”

(dalla novella “Bellezze”)

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: