Tra sottosuolo e sole

(Non) si diventa ciò che (non) si è.

Danza delle ombre felici

“E Mary si ritrovò a esplorare la vita della sua vicina come in passato esplorava quella di nonne e zie, fingendo di sapere meno di quanto sapesse, richiedendo il racconto di storie già sentite; in questo modo, gli episodi ricordati emergevano ogni volta con qualche lieve differenza di contenuto, di significato, colore, e ciononostante dotati della assoluta realtà che caratterizza eventi almeno in parte leggendari. Aveva quasi scordato che esistessero persone la cui vita può essere guardata così. Non le capitava più di parlare con molte persone anziane. La gente che conosceva aveva perlopiù vite analoghe alla sua, tuttora in fase di definizione; vite nelle quali non è certo cosa vada preso sul serio e cosa no. Mrs Fullerton non aveva dubbi o incertezze di questo genere. Come si sarebbe potuto, ad esempio, non prendere sul serio l’ampia schiena immemore di Mr Fullerton che spariva in fondo alla strada un giorno d’estate, per non tornare mai più?”

(Alice Munro, “Danza delle ombre felici”, ed. Einaudi)

Sono contento di aver scoperto i racconti di Alice Munro adesso che è ancora viva. Se fosse già morta, la nostra relazione sarebbe nata condizionata dal fascino cadaverico. Inoltre, pur viva, è riuscita a non essermi antipatica e a non suscitarmi gelosie per la sua abilità narrativa. Se la incontrassi, le direi che adesso, volendo, può anche morire in pace, perché la sua morte non condizionerà in alcun modo il rapporto che si sta instaurando tra me e i suoi racconti. Ciò non esclude, comunque, che io possa morire prima di lei. Questa macabra introduzione serve per ribadire il mio apprezzamento verso questa scrittrice, scoperta di recente. Su questo blog ho già scritto le mie impressioni su “Troppa felicità” e “Nemico, amico, amante”, e rimando i più curiosi a quei due articoli per ciò che riguarda le considerazioni più generali sulla Munro. Inutile ripeterle qui a distanza di poco tempo. Su “Danza delle ombre felici” aggiungo solo che si tratta della prima raccolta di racconti della Munro, edita per la prima volta nel 1968, e che già da questi scritti, che pure, a mio avviso, non sono al livello di quelli che ho letto nei libri citati, s’intuisce l’abilità del futuro Premio Nobel per la Letteratura. L’ambientazione è la medesima che ritroviamo nei racconti più recenti, cioè la provincia canadese. La Munro spazia dal rapporto tra un padre e una figlia, agli innamoramenti giovanili, ai distacchi crudeli, passando per i ritorni a casa a distanza di anni e per un racconto, “Lo studio”, nel quale si sente l’influsso di Virginia Woolf e del suo “Una stanza tutta per sé”.

Una felice scoperta, la Munro, della quale (prescindendo dalla possibilità nefasta paventata sopra) mi accingo a leggere altre raccolte.

“La soluzione alla mia vita mi venne in mente una sera mentre stiravo una camicia. Era semplice ma audace. Mi presentai in soggiorno dove mio marito stava guardano la televisione e dissi: – Ho pensato che dovrei avere uno studio.

Sembrava un’idea stravagante persino a me. Che cosa me ne faccio di uno studio? Ho una casa: è bella, spaziosa e ha la vista sul mare; offre vani adatti a mangiare e dormire, farsi un bagno e chiacchierare con gli amici. Ho anche un giardino; lo spazio non manca.

No. Ma a questo punto arriva la rivelazione non facile: sono una scrittrice. Detto così non suona bene. Troppo presuntuoso; fasullo, o quantomeno poco convincente. Riproviamoci. Scrivo. Va meglio? Cerco di scrivere. Così è anche peggio. Falsa modestia. Dunque?

Non fa niente. Comunque la metta, le mie parole producono una pausa di silenzio, quel momento delicato in cui ci si espone. Gli altri sono gentili, però, il silenzio viene presto assorbito dallo zelo di voci cordiali che in vari modo esclamano, che meraviglia, buon per te, ma che cosa interessante. E cosa scrivi, chiedono entusiasticamente. Narrativa, rispondo, sopportando ormai la mortificazione con disinvoltura, perfino con un velo di insolenza, che non è sempre stata una mia prerogativa, e ancora, immancabilmente, i cerchi di palpabile sgomento vengono spianati con prontezza da quelle voci piene di tatto, che tuttavia hanno dato fondo alla riserva di frasi consolatorie, e riescono soltanto a dire: “Ah!”.

Pubblicità

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: