Tra sottosuolo e sole

(Non) si diventa ciò che (non) si è.

Berlin Alexanderplatz

“Fermo davanti alla porta della prigione di Tegel, era libero. Ancora ieri insieme agli altri aveva raccolto patate nei campi dietro il penitenziario, vestito da forzato, ora se ne andava attorno con un soprabito giallo, leggero, gli altri stavano ancora dietro a raccogliere le patate, lui era libero. Lasciava i tram passargli dinanzi uno dopo l’altro e lui teneva poggiata la schiena alla parete rossa e non si moveva. Il custode gli passò dinanzi un paio di volte e gli mostrò il suo tram; ma lui non si moveva. Il momento terribile era venuto (terribile, Franz, perché terribile?). I quattro anni erano passati. I ferrei battenti neri sulla porta, che da un anno egli aveva osservato con crescente avversione (avversione, perché avversione?) s’erano chiusi dietro di lui. L’avevano messo fuori. Dentro sedevano ancora gli altri a fare lavori da falegname, a laccare, a cardare, a incollare, e avevano ancora due anni, cinque anni. Lui stava alla fermata del tram!

Comincia il castigo.

Si riscosse, mandò giù la saliva. Poi prese la rincorsa e saltò su un tram. Fra l’altra gente. Libero. Dapprima gli parve di essere dal dentista che con la tenaglia ha afferrato una radice e tira e il dolore cresce e la testa sta per scoppiare. Voltò la testa verso le mura rosse, ma il tram lo portava lontano cigolando sulle rotaie e la sua faccia era ancora rivolta in direzione della prigione. Il tram prese una curva, si pararano in mezzo alberi, case. Strade movimentate, gente che scendeva e saliva. Dentro di lui qualcosa gridava con terrore: attenti, attenti, si comincia.”

(Alfred Döblin, “Berlin Alexanderplatz”, ed. Bur Rizzoli)

“Berlin Alexanderplatz” è un romanzo sul quale è difficile scrivere, perché sfugge alle classificazioni di genere, che peraltro ai miei occhi non hanno mai significato granché. La vicenda, ridotta all’essenziale, ruota attorno a Franz Biberkopf, ex cementiere e facchino appena uscito dal carcere dopo aver causato la morte di una sua ex donna e alla ricerca di un’esistenza diversa dalla precedente, che possa consentirgli di vivere onestamente e senza delinquere. Il suo tentativo si scontra con la realtà, e l’iniziale esperienza come venditore ambulante di giornali non serve a tenerlo lontano da personaggi ed avvenimenti ambigui, che lo risucchiano in un gorgo pericoloso. Le vicissitudini si susseguono, con tragicomica alternanza di speranze di riscatto e ricadute, e Franz si ritrova, per scelta o per mero caso, a contatto con ambienti che rendono pressoché impossibile mantenere il suo proposito virtuoso.

Franz Biberkopf è il fulcro del romanzo, che però, non a caso, ha il nome della piazza di Berlino, che è la vera protagonista della storia. Attorno a essa ruotano tutti i personaggi e le descrizioni con cui Döblin arricchisce la vicenda del suo antieroe. Al riguardo, lo stile della narrazione è molto particolare, pieno di digressioni, spostamenti del punto di vista, passaggi dal discorso diretto all’indiretto, dalla prima alla terza persona, insomma non agevola il lettore abituato a uno stile univoco, mentre esalta le possibilità d’inserire storie collaterali e riferimenti anche ad eventi che con la vicenda in sé hanno poco a che vedere. Leggendo, si ha talvolta la sensazione di essere alle prese con un cameraman impazzito che gira per strada riprendendo ciò che colpisce la sua attenzione momento per momento. Personalmente ho ammirato l’abilità di Döblin nel mantenere, comunque, un filo conduttore all’interno di queste ampie deviazioni contenutistiche e stilistiche, però può accadere anche che urtino chi non apprezza questo genere di acrobazie. Nella postfazione, ho letto anche che lo stile gli valse l’accusa di avere plagiato Joyce.

Per quanto concerne l’oggetto della narrazione, oltre alle questioni personali di Franz, abbiamo la possibilità di vedere, in una sorta di montaggio cinematografico, la Berlino del biennio 1928-1929, con la costruzione delle metropolitane, gli autobus, le bettole con i disillusi – disperati che si narrano l’un l’altro le loro disavventure, i mantenuti e le mantenute, il mattatoio, le sfavillanti vetrine e gli slogan accattivanti, fino alle notizie di cronaca dell’epoca, il tutto amalgamato in un romanzo che, finora non l’ho scritto, è comunque anche divertente; la vicenda del criminale per caso Biberkopf, infatti, non è narrata, salvo qualche occasione, con toni melodrammatici, bensì con umorismo e partecipato divertimento. Insomma, per chiudere, a parte qualche passaggio in cui l’autore fa eccessivo sfoggio di sperimentazione, “Berlin Alexanderplatz” è un romanzo che ho letto con gusto e che mi ha preso.

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