Tra sottosuolo e sole

(Non) si diventa ciò che (non) si è.

Il mito di Sisifo

“Vi è solamente un problema filosofico veramente serio: quello del suicidio. Giudicare se la vita valga o non valga la pena di essere vissuta, è rispondere al quesito fondamentale della filosofia. Il resto – se il mondo abbia tre dimensioni o se lo spirito abbia nove o dodici categorie – viene dopo. Questi sono giuochi: prima bisogna rispondere”.

L’inizio de “Il mito di Sisifo” può fuorviare, indurre qualcuno a credere che le pagine seguenti saranno una continua geremiade. Non è così. Sotto altro profilo, dire che quello del “suicidio” è l’unico problema filosofico serio può apparire semplicistico, e certo l’affermazione va inquadrata nel tema più ampio che Camus si propone di affrontare in questa sua opera: l’assurdo quale condizione dell’uomo.

La consapevolezza dell’insensatezza del mondo, persino di molti gesti che compiamo nella quotidianità, nonché lo scarto inevitabile tra le nostre aspettative e ciò che realmente viviamo, può essere superata in molteplici modi. Camus prende le mosse, in questo suo saggio, dal più terribile, cioè il suicidio.

Il suo non è un approccio da psichiatra, piuttosto è un tentativo di capire se è inevitabile che a quella lucida consapevolezza di cui prima, quella dell’inanità, dell’assenza di un senso, debba necessariamente seguire un gesto estremo come, appunto, quello del suicida. La sua risposta è “no”, e di questo il lettore si renderà conto nel corso della lettura, fino a capire che la scelta di Sisifo come soggetto – oggetto del titolo non è casuale. “Bisogna immaginare Sisifo felice” significa proprio che bisogna sapere che se anche c’è dell’assurdo nel fatto che il masso appena portato in cima ricadrà giù, ciò non significa che non si debba vivere, anzi, proprio nella continua discesa e risalita dalla montagna, dal proprio fardello interiore, sta il (non) senso dell’esistenza. Naturalmente il discorso qui diventa “pericoloso” (quello sul senso – non senso), si rischia di cadere in circoli mentali, virtuosi o tortuosi che siano, e ciascuno potrà, volendo, inerpicarsi da solo per tali sentieri, condividendo o contraddicendo la soluzione Sisifo proposta da Camus, il quale peraltro non è mai assiomatico, categorico, piuttosto si muove nella “possibilità”.

Lo stesso autore, negli anni successivi, maturerà un pensiero che parzialmente porrà rimedio all’accusa principale che taluno muove a “Il mito di Sisifo”, vale a dire un certo cinismo che si celerebbe tra le righe, che a dire il vero io non ho sentito tale, perché se è vero che dire che il mondo è assurdo e va accettato proprio perché tale è quasi una dichiarazione di disimpegno, è anche vero che nella pagine scritte da Camus si percepisce nettamente il dolore di un uomo che, per vicende personali e sociali, ha vissuto sulla propria pelle la povertà, l’alienazione, la solitudine, e che cerca disperatamente, trovandola, una via di fuga che non sia né il rifugiarsi in mondi alieni e altri, né la rinuncia totale alla brama di conoscenza.

La nostalgia dell’unità irraggiungibile, la consapevolezza dell’assurdo, la ricerca disperata della felicità. Il libro non è consolatorio, sarebbe ridicolo asserirlo, ma per quanto possa valere la mia esperienza personale, non ho vergogna nel dire che è stato uno di quei libri che “mi hanno cambiato la vita”. Il rischio di cadere nel patetico, con quest’affermazione, è palese e da me sentito, ma è così.

Giunto all’ennesima rilettura, ne apprezzo ancora di più la portata. Perché un conto fu leggere il libro senza aver prima affrontato Nietzsche e Kierkegaard (solo per citare due tra i filosofi e romanzieri che Camus lambisce: tra gli altri riferimenti Dostoevskij è in primo piano), altro dopo essermi imbevuto anche delle loro opere. In tal modo mi è risultato ancora più gratificante operare raffronti, stabilire analogie, differenze, ammirare di più taluni passaggi e perché no, nessuno è infallibile, cogliere qualche passaggio che poteva essere approfondito meglio da Camus. Non dimentichiamo, infatti, che Camus non aveva trent’anni quando scrisse “Il mito di Sisifo”.

Per concludere, riaffermo che è un libro da leggere, da contestualizzare, da non “rendere mito” a sua volta, rischio nel quale caddi dopo averlo letto la prima volta, che certamente a molti non farà lo stesso effetto che fece a me, che qualcuno troverà “poco filosofico”, qualcun altro “poco romanzesco”, e del resto Camus era una figura di difficile inquadratura, ma che certamente, almeno a mio modesto avviso, non lascerà indifferente chi, anche per una sola volta nella sua vita, si sia trovato a chiedersi il “perché” dell’esistenza. Non vi troverà risposta, sia chiaro, ma qualche domanda in più sì.

“Bisogna immaginare Sisifo felice”.

9 pensieri su “Il mito di Sisifo

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