Tra sottosuolo e sole

(Non) si diventa ciò che (non) si è.

Il voyeur

“Nessuno s’intravedeva nei paraggi. Il luogo, del resto, per la sua stessa struttura dava un’impressione di solitudine. Eccetto la tabaccheria, non c’erano negozi: la drogheria, la macelleria, la panetteria, il caffè principale davano tutti sul portico. Inoltre, il lato sinistro della piazza era occupato per più della metà da un muro di cinta alto quasi due metri – senza aperture – con l’intonaco scalcinato e la cresta mancante in diversi punti. Al vertice del triangolo, al bivio delle due strade, un piccolo edificio dall’aspetto ufficiale, isolato da un piccolo giardino, sfoggiava al frontone della porta una lunga asta senza bandiera; poteva essere una scuola, o il municipio, o entrambe le cose. Ovunque (eccetto intorno alla statua), stupiva l’assenza totale del marciapiede. Il fondo stradale di vecchio pavé, disseminato di buche e bitorzoli, arrivava a ridosso delle case. Mathias aveva dimenticato questo dettaglio, come tutto il resto. Nella sua ispezione circolare, lo sguardo gli cadde nuovamente sul pannello di legno. Aveva già visto quel cartellone in città, alcune settimane prima, affisso in numerose copie. Ma forse quell’inclinazione insolita gli fece notare per la prima volta la bambola sporca e monca abbandonata a terra, ai piedi dell’eroe.”

(Alain Robbe-Grillet, “Il voyeur”, ed. Nonostante)

“Il voyeur”, pubblicato nel 1955, è un romanzo che non è facile presentare e che può anche respingere un lettore poco abituato a ciò che si troverà di fronte sin dalla prima pagina, ovvero una storia di superficie, nella quale gli oggetti sono così dominanti da annullare non solo ogni forma di psicologia, ma anche la trama stessa. Il voyeur non è, come potremmo erroneamente essere indotti a pensare, un soggetto incline a spiare le vie altrui, bensì è lo sguardo in senso più generale. Tutto è esposto dinanzi ai nostri occhi di lettore, le cose sono là, dobbiamo solo osservarle e coglierle nella loro concatenazione materiale, senza scavare alla ricerca di chissà quale profondo significato. La tensione tra narrazione e descrizione si risolve in un dominio della seconda. La trama, come detto, è quasi annullata dalla miriade di linee, superfici, ombre, oggetti che Robbe-Grillet ci descrive con perizia di dettagli.

In sé, la vicenda rappresentata è riducibile a poche parole: Mathias, commesso viaggiatore, torna nella piccola isola dove aveva vissuto per anni, e lo fa per vendere, in poche ore, degli orologi; gira per le abitazioni, tutte uguali, tutte con le due piccole finestrelle a incorniciare l’ingresso, e (ri)conosce alcuni personaggi locali. E poi uccide una tredicenne, o almeno così sembra. L’evento culmine del romanzo, e in questo sta la particolarità, è praticamente lasciato in bianco. Non solo non ci è descritto il come, il perché, ma anche il se è unicamente il riflesso di una ricostruzione temporale successiva, di una ricerca di alibi che l’uomo fa, calcolando al secondo i suoi spostamenti di quella giornata. Ancora una volta, però, sono gli oggetti che forniscono al lettore la sensazione che davvero Mathias possa essere l’assassino della povera Jacqueline. È solo grazie a mozziconi di sigaretta, involucri di caramelle e brandelli di vestiti che noi ci rappresentiamo l’orrendo delitto, senza tuttavia avere la certezza che le cose siano andate veramente come ci appare.

“Un romanzo di Robbe-Grillet non si legge nel modo globale e insieme discontinuo con cui si <<divora>> un romanzo tradizionale, in cui l’intellezione salta da paragrafo a paragrafo, da crisi a crisi, e l’occhio solo a intermittenze assorbe veramente la tipografia, quasi che la lettura dovesse riprodurre anche nel gesto materiale la stessa gerarchia dell’universo classico, dotato di momenti volta a volta patetici o insignificanti. No, in Robbe-Grillet la narrazione impone di per sé la necessità di un’ingestione esaustiva del materiale; il lettore è sottoposto a una sorta di educazione severa, ha la sensazione di essere tenuto disteso e aderente contro la continuità degli oggetti e dei comportamenti. La cattura proviene, allora, non da un raptus, da una fascinazione, ma da un progressivo e fatale investimento. La pressione del racconto è rigorosamente uguale, come si adduce a una letteratura della constatazione.

La qualità nuova della lettura è connessa, in questo caso, alla natura propriamente ottica del materiale romanzesco. Lo sappiamo, il proposito di Robbe-Grillet è di dare finalmente agli oggetti un privilegio narrativo finora accordato ai soli rapporti umani. Di qui un’arte della descrizione profondamente rinnovata, poiché in questo universo <<oggettivo>> la materia non viene più presentata come una funzione del cuore umano (ricordo, fruibilità) ma come uno spazio implacabile che l’uomo può frequentare solo percorrendolo, mai con l’uso o l’assoggettamento.”

(Roland Barthes, “Letteratura letterale”)

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