Tra sottosuolo e sole

(Non) si diventa ciò che (non) si è.

N. 24: “Al final”

Al final. Alla fine. Dello spagnolo, che pure gli appariva musicale e suadente, non conosceva granché, consapevole che non bastasse aggiungere una s alla fine delle parole per districarsi. Al final, peraltro, non aveva alcuna s, e poi non era così sicuro che la ragazza seduta al tavolo di fronte al suo avesse detto proprio quelle parole. Eppure aveva percepito proprio al final e l’aveva tradotto, in maniera del tutto arbitraria, in alla fine. Avrebbe controllato una volta tornato al paese, non potendo verificare alcunché causa l’agonizzante batteria dello smartphone, recente e ingiustificato sbalzo nella modernità che si era concesso due mesi prima.

Al final, dunque, sì, ora se ne era convinto, la ragazza aveva detto proprio così, aggiungendo poi qualcosa in direzione dei suoi tre commensali, un’altra giovane donna e due persone, che fantasticò essere la sorella, la madre e il padre. A un tavolo più lontano sedeva un solitario come lui, mentre a destra c’erano tre incravattati e ridenti personaggi che disquisivano con fare forbito su gare d’appalto, forniture e contratti da stipulare tra un Ente e un’Azienda. Le loro chiacchiere, tuttavia, erano state sopraffatte da quelle due parole, Al final, che aveva estratto da chissà quale discorso, magari da una discussione sul menù che la mora aveva tra le mani. Alla fine mangerò una pizza, forse la spagnola aveva detto questo.

Al final, alla fine, poco contava cosa avesse detto la ragazza, che appena entrata nel locale aveva attirato le sue attenzioni per altri motivi, meno grammaticali. Gli sembrava che quel Al final fosse stato piazzato lì dal caso, quel caso su cui s’interrogava senza mai capire cosa intendesse lui con la parola caso, ma che ad ogni modo lo stava inducendo a una sorta di bilancio di quelle due giornate passate in una solitudine scelta e subita. Il cameriere gli portò il piatto, lui chiese il permesso al quadro raffigurante il calciatore idolo della città e inforcò un nugolo di spaghetti. Guardando la piccola brocca con il quarto di vino, gli sovvennero altre parole, come un eco lontana ma non per questo inudibile.

(Non posso cercare sollievo nella moltitudine. E niente, trattengo il fiato finché il dolore non passa. E poi passa.) Così scriveva lei, alla prese con battaglie lontane e diverse dalle sue, lei che soffriva e gioiva per motivazioni, persone e situazioni che lui non aveva né il diritto né il dovere di indagare e che, pure, aveva scritto cose che egli sentiva anche sue.

Cos’era, alla fine, che lo aveva condotto ad andare comunque a quel concerto, anche se non era riuscito a coinvolgere nessuna delle persone che avrebbe volentieri voluto con sé? Ed era poi vero che avrebbe voluto così volentieri qualcuno accanto? Che differenza ci sarebbe stata tra un qualcuno e un altro qualcuno? Non si era forse arreso troppo presto, non aveva lottato poco per evitare di andare da solo al concerto? E perché, poi, avrebbe dovuto evitare di andare da solo? Cosa c’era da evitare? La paura di ritrovarsi solo o forse, più verosimilmente, la paura di scoprire che ormai certe cose poteva farle unicamente da solo? Il concerto era un modo per trovare rifugio in una moltitudine di sconosciuti, che proprio perché tali non gli avrebbero causato alcuna sofferenza?

Gli spaghetti diminuivano, le domande si accavallavano e nella taverna risuonavano le note di Ciao, amore ciao. Finito il pasto, si gettò nel magma umano di Roma, che pure, in quei due giorni, non gli era parsa così caotica come in altre occasioni. Istantanee di quella trasferta ne aveva scattate e ne ritrovava traccia sul disordinato foglio di appunti che aveva con sé, ma soprattutto nella mente, stimolata da quel Al final, alla fine. Le immagini si sovrapponevano senza un apparente filo logico.

La stazione del suo paese, desolata, desolante, eppure anche rilassante, con una grossa pietra in un angolo della deserta sala d’attesa, piazzata lì da un qualche pittore metafisico in vena di scherzi. Una scritta sui muri con relativa caustica risposta che uno sconosciuto aveva elargito a un altro sconosciuto; la stanza dell’albergo, piccola ma confortevole, che aveva contenuto la sua solitudine impedendole, per qualche ora, di cercare conforto nella folla. Il mondo fuori dalla stanza, cioè Roma, che se avesse dovuto descriverla avrebbe dovuto essere e sentirsi uno scrittore. Loro, gli scrittori veri che aveva promesso di visitare nei loro luoghi e che invece si era goduto solo nelle librerie della capitale, dove, accompagnato da una valigia che si riempiva sempre più di volumi, girava in preda a un’estasi che, lo sapeva, sarebbe svanita di lì a qualche ora. Le bellezze e le miserie della città, che non osava descrivere, le donne che gli passavano accanto come una promessa di felicità non mantenuta, i desideri e le malinconie che si accatastavano in una confusione di pensieri e sensazioni alle quali non era possibile trovare un senso. E poi la statua di Giordano Bruno a Campo de’ Fiori, le parole che la Bachmann, adesso viva nella valigia grazie ai suoi romanzi, aveva dedicato a quella statua, calpestando decenni prima la stessa piazza che lo ospitava come turista e che a Bruno costò la vita. E ancora il concerto della sera prima, lui che osserva dalla balaustra quella schiera di gente una vicina all’altra, ciascuna con le proprie paure, debolezze, meschinità, gioie, i più destinati a restare reciproci sconosciuti, altri che invece erano lì in due, o in tre, in quattro, cinque, etc. All’uscita, in direzione del notturno che lo avrebbe riportato alla stazione Termini, aveva cercato con lo sguardo altri che erano andati lì da soli, e si era chiesto se avevano scelto o subito di andare soli, e se davvero c’è una così grossa differenza tra le due cose. Via Cesare Pavese, percorsa nella notte, gli era parsa una degna chiusura di nottata.

Mentre risaliva sul treno che lo avrebbe allontanato dalla città e riportato in provincia, si chiedeva, al final, alla fine, quali sarebbero stati, un giorno lontano, i ricordi di quel giorno che più avrebbe portato con sé. (Mi chiedo quali dovrebbero essere le cose che contano nel bilancio della contentezza) Lei aveva scritto così e adesso lui, ripensando alla ragazza spagnola che aveva detto al final, alla fine, si chiedeva, guardando fuori dal finestrino il panorama che scorreva veloce, quali fossero le cose che contavano. Non trovava risposte e fu nel dormiveglia, in mezzo al vociare dei pendolari, che si rispose, poco convinto sulla fattibilità di quel suo proposito, che era meglio rimandare le risposte, non potendo fare altrettanto con le domande.

Se ne sarebbe occupato in seguito, anzi al final, alla fine, sebbene non sapesse dirsi al final di che cosa.

“Ho visto a Campo de’ Fiori che Giordano Bruno continua a essere bruciato. Ogni sabato, quando smantellano le bancarelle intorno a lui e restano solo le fioraie, quando la puzza di pesce, cloro e frutta marcita va disperdendosi sulla piazza, gli uomini raccolgono sotto i suoi occhi i rifiuti che sono rimasti dopo che di tutto è stato fatto mercato, e danno fuoco al mucchio. Di nuovo si leva il fumo, e le fiamme mulinano all’aria. Una donna grida, e gli altri gridano con lei. Dato che nella luce forte le fiamme sono incolori, non si vede dove arrivano e dove cercano di colpire. Ma l’uomo sul basamento lo sa e perciò non ritratta…

A Roma ho udito certamente che più di uno ha il pane ma non ha i denti, e che le mosche vanno sui cavalli più magri. Che a uno è stato donato molto e all’altro niente; che chi la tira, la strappa e che soltanto una colonna solida sostiene la casa per cent’anni. Ho udito che al mondo c’è più tempo che intelletto, ma che gli occhi ci sono dati per vedere”

(Ingeborg Bachmann, “Quel che ho visto e udito a Roma”, ed. Quodlibet)

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