Tra sottosuolo e sole

(Non) si diventa ciò che (non) si è.

La donna del Dipartimento

– Dottoressa Pirani, come le dicevo prima in ufficio…

– Ti ho già detto l’altro giorno che non c’è più bisogno che tu mi chiami dottoressa, – Ivano fu subito interrotto nel suo sussurro.

Maria Pirani lo era dottoressa, ma quel titolo le sembrava, ormai, solo una maschera dietro la quale si trascinava da troppi anni. Lavorava al Dipartimento da oltre vent’anni, dopo aver fatto la gavetta in altri rami dell’amministrazione statale, e le mancavano solo due anni alla pensione, obiettivo che la immalinconiva ancora di più, perché avrebbe significato, per lei, allontanarsi da ciò che aveva rappresentato tutta la sua esistenza. Quei giovani dinanzi a lei, precari, tirocinanti, stagisti, sottopagati, avrebbero avuto i loro buoni motivi per non sopportarla, in fondo anche lei, come gli altri, poteva essere, ai loro occhi, un simbolo di un paese stantio, che non rinnova i propri quadri, insomma lei e loro potevano incarnare al meglio quella “guerra generazionale” di cui tanto si parlava in quel periodo. Maria, però, con quei ragazzi aveva un rapporto splendido, li considerava alla stregua di figli che non aveva avuto, e anche lei, per loro, diventava, dopo poche settimane di coabitazione nello stesso ufficio, se non una mamma, almeno una premurosa sorella maggiore.

Era una lavoratrice indefessa e, quando necessario, molto severa con quei ragazzi; non voleva che sprecassero il loro tempo nell’ufficio, cercava sempre di coinvolgerli nei progetti, di spiegare loro le dinamiche interne al Dipartimento, che per loro, specie all’inizio, erano oscure, ma che lei, data la sua esperienza, conosceva a menadito. Allo stesso tempo, però, si affezionava a loro, era pronta a proteggerli nel caso commettessero qualche errore, a patto però che l’errore non fosse frutto di lassismo o superbia. Quando si accorgeva che qualcuno, ritenendosi già un Direttore di Dipartimento, cercava di prevaricare gli altri ragazzi e di ergersi a onnisciente, allora in lei scattava qualcosa e diventava inflessibile. Si sentiva una privilegiata perché aveva un lavoro, addirittura un lavoro in un Dipartimento pubblico, ma covava un rancore sordo contro chi, accomunandola con i nullafacenti, non conosceva la sua dedizione al lavoro. Spesso si portava il lavoro anche a casa, e restava fino a notte fonda a studiare carte, tabelle, grafici, a elaborare documenti che avrebbe poi sottoposto alla supervisione del Professore, il capo del Dipartimento, al quale faceva da assistente da alcuni anni.

Il Professore esercitava da sempre un certo fascino su di lei, nonostante tra loro non ci fosse mai stato nulla e lui fosse felicemente sposato con una cara amica di Maria. Si conoscevano da oltre trent’anni, anche se solo da poco avevano riallacciato i rapporti, per motivi lavorativi. Maria si era interessata a lui, ma, timida com’era in gioventù, non aveva mai avuto il coraggio di fargli sapere alcunché. Le loro strade si erano poi divise, lei sapeva che lui stava presto scalando posizioni negli organigrammi ministeriali, ma non avrebbe mai sospettato di potersi poi ritrovare, superati i cinquant’anni, a collaborare con lui, in quel Dipartimento. Adesso era legata a lui da un affetto sincero e una stima reciproca profonda. In lui, lei ammirava la preparazione culturale, la fertilità della mente, che lo aveva portato a pubblicare numerosi testi divenuti dei classici per il suo settore. Lui, invece, la riteneva perfetta come assistente, perché Maria riusciva a seguire i suoi impegni, a organizzargli il magma caotico d’incontri, conferenze, dibattiti, oltre a fargli da tramite con il personale del Dipartimento. Recandosi a mensa con lei e i ragazzi, inoltre, aveva anche colto il legame profondo che legava la donna a quei giovani.

Maria sapeva che con la gran parte dei ragazzi i rapporti si sarebbero interrotti di lì a pochi mesi, al termine del tirocinio; non cercava nemmeno di illuderli circa una loro eventuale permanenza lì o sulle prospettive future. Non era un periodo in cui ci si potesse aspettare granché, e si sarebbe sentita falsa nell’ingenerare in loro delle aspettative fasulle. Pensava anche a come poter vincere il senso dell’assurdo che quei ragazzi, specie in prossimità della scadenza di un tirocinio, avrebbero inevitabilmente provato. Perché impegnarsi in un lavoro quando si sa già in partenza che a breve sarebbe finito? Lei, per sua personale indole, riusciva a instaurare con loro un legame che andava di là dal semplice rapporto lavorativo. Certo, non con tutti accadeva, c’era anche qualcuno che non riusciva a scorgere, dietro la sua iniziale maschera burbera da ufficio, la donna che poi, a mensa, si scusava per averli rimproverati, spiegava le ragioni che erano state alla base dei suoi rimbrotti, mai maleducati sebbene incisivi, e che poi, con alcuni di loro, si scambiava confidenze che esulavano dall’ambiente ministeriale.

Ivano era subito apparso a Maria come un timido, e si era rivista in lui, nelle sue titubanze, nei suoi silenzi. Altri ragazzi erano più pronti alla battuta e lei interagiva di conseguenza, scherzando, per esempio, su un’evidente passione nascente tra Nadia e Franco. Ivano, invece, era più taciturno e anche a mensa, i primi tempi, era stato molto difficile farlo sciogliere. L’occasione di comprendere meglio quel ragazzo le si era presentata, però, quando gli altri membri dell’ufficio erano stati incaricati di andare con il professore a una conferenza, mentre lei e Ivano erano rimasti a presidiare l’ufficio. Ebbe modo, nel corso della mattinata lavorativa, ma soprattutto nella pausa-mensa, di scavare un po’ più nell’animo del giovane. Gli chiese se avesse la ragazza e lui, arrossendo, le disse che no, non l’aveva, e lo disse quasi stesse ammettendo una colpa irrimediabile. Maria gli disse, allora, che nell’ufficio qualche possibilità d’incontrare qualcuna c’era, che le altre stagiste erano carine e simpatiche; Ivano sembrò chiudersi ancora di più nel suo guscio e allora lei capì che c’era qualcosa di più che una semplice timidezza a frenare quel ragazzo. Non indagò oltre, quel giorno.

Mara conosceva la solitudine e la timidezza che aveva riscontrato in Ivano le riportò alla mente la sua giovinezza, ormai irrimediabilmente andata. Ivano aveva davanti a sé un futuro incerto, sotto tanti aspetti, e lei, pur promettendosi di parlare di nuovo col ragazzo, non se la sentiva di rassicurarlo nemmeno sotto il profilo dei rapporti interpersonali. Aveva appreso che quelle frasi fatte che si dicono a chi è solo, quei “prima o poi troverà la persona adatta”, erano solo palliativi inutili. “Prima o poi” non significava niente, e lei aveva sperimentato su di sé che quel “prima o poi” era diventato un “mai”. La chiamavano dottoressa, signora, professoressa, ma lei, Maria, quando tornava a casa la sera, dopo essersi dedicata per ore al lavoro, scopriva, davanti a uno specchio o anche davanti a una vecchia ingiallita fotografia, che quei titoli non contavano nulla. Aveva sempre amato il suo lavoro, si riteneva fortunata ad averlo trovato e conservato, eppure sentiva, con forza sempre crescente adesso che anche la fine della sua avventura lavorativa si avvicinava, che la solitudine le si sarebbe ripresentata più potente che mai. “Solo chi sa stare bene con sé stesso riesce a stare bene con gli altri”. Questa era un’altra frase sulla quale aveva riflettuto, per giungere alla provvisoria considerazione che anche quella era una consolazione come le altre frasi fatte, perché lei aveva imparato che, restando sola per tutti quei decenni, aveva aderito così tanto a sé stessa da non poter neanche più ipotizzare la presenza di un’altra persona accanto a sé, pur sentendone la mancanza.

Sul tavolo della stanza che aveva adibito a studio casalingo, c’erano faldoni, documenti, appunti, progetti che il Professore voleva presentare per modernizzare il Dipartimento. Lei avrebbe dovuto spulciarsi, studiare le normative sull’argomento, stilare una relazione sintetica da proporre poi al Consiglio Direttivo. Quella sera, però, non aveva voglia di scrivere alcunché. Si sentì un po’ in colpa per quella pigrizia, ma poi ripensò alle parole che le aveva detto uno dei ragazzi, il quale l’aveva esortata a non portarsi il lavoro anche a casa. Si era permesso di farlo perché lei, una mattina, aveva confidato di sentirsi molto stanca e le sue occhiaie avevano tradito la nottata passata, invece che a riposarsi, sui documenti. Chiuse la cartellina contenente il materiale che avrebbe dovuto analizzare e si stese sul letto, senza nemmeno cambiarsi d’abito. Poi si rialzò e mise un notturno di Chopin.

Ripensò alla faccia che Ivano aveva quando lei gli aveva chiesto perché un ragazzo giovane, colto e carino come lui, ancora non aveva una compagna. Pensò a come fosse stupida una domanda del genere, specie se fatta da lei, che aveva sacrificato tutta la sua esistenza al lavoro. Le sovvenne di un ragazzo, conosciuto su un treno, doveva essere accaduto quarant’anni prima, l’unico che l’aveva corteggiata, con lettere d’amore che lei, allora, aveva giudicato patetiche, e con poesie abbastanza sciocche. Non aveva tempo, pensava in quel periodo, per simili stupidaggini, e forse ambiva a un uomo già realizzato, sicuro di sé. Solo adesso capiva che era lei, già allora, a essere insicura, a mascherare, dietro la facciata della donna in carriera, paure che si sarebbe trascinata appresso fino a quella sera di quarant’anni dopo. Forse Ivano somigliava a quel ragazzo del treno, forse anche Ivano si era sempre mostrato insicuro, timido, chiuso, e questo l’aveva penalizzato, ad esempio rispetto a tipi come Franco, che sin dal primo giorno in ufficio aveva assediato Nadia, e che pareva finalmente essere riuscito a sedurla. O forse no, pensò Maria, erano tutte teorie che non servivano a nulla. Tutto accadeva per pure combinazioni casuali, e intere esistenze prendevano una direzione piuttosto che un’altra sulla base di scelte che solo in apparenza apparivano motivate e razionali, e che invece dipendevano da umori del momento, da istanze remote che solo la distanza temporale e spaziale può farci comprendere meglio.

Tra quattro mesi Ivano sarebbe andato via, e con lui anche gli altri ragazzi. Ne sarebbero giunti dei nuovi, che all’inizio l’avrebbero chiamata Dottoressa Pirani e alla fine Maria. Poi, dopo due anni, per lei sarebbe giunto il momento della pensione. Tutte quelle carte avrebbero perso senso. Lei si sarebbe ritrovata, da sola, nella sua stanza, a ripensare alla sua esistenza, a ciò che era stato e ciò che non era stato. Non avrebbe avuto più nemmeno il Dipartimento come fuga da sé stessa. Chopin suonava, e la signora Maria cominciò a piangere.

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