Tra sottosuolo e sole

(Non) si diventa ciò che (non) si è.

Il vino di Nadia

– Ti hanno lasciata s­­ola? – le chiese il gestore del locale, uno che, per fortuna, non aveva intenzione di erudirla sulle cause della crisi economica o, ancora peggio, illuminarla sul perché “una bella ragazza non possa restarsene sola”.

– Sì, ma non c’è problema, qualcuno forse arriverà, o forse no, io sono in avanscoperta, – rispose Nadia sorridente. – Potrei avere un bicchiere di vino rosso? – aggiunse.

Nella cantina, quella sera, c’erano undici persone, Nadia le aveva contate. Cinque erano nell’altra stanza, se ne sentiva solo l’eco di risate più o meno forzate. Nelle sue vicinanze, invece, c’erano due ragazze sedute all’angolo, e poi due uomini e una donna, al tavolo accanto al suo. Uno dei due, che la conosceva meglio, la invitò ad unirsi a loro.

– Sto più comoda su questa poltrona, grazie, – addusse come scusa, restandosene in disparte.

– Ok, come vuoi, – osservò laconico il ragazzo, perplesso da quel rifiuto imprevisto.

Non aveva alcuna voglia di partecipare a discussioni su argomenti che non le interessavano, non voleva fingere per quieto vivere, non quella sera. Era stata indecisa se uscire di casa, ma si era convinta a farlo, ripromettendosi di bere solo un bicchiere e poi tornare al romanzo che tanto la stava appassionando, e che verteva sulla solitudine, declinata in forme eterogenee.

Ammirava la capacità del narratore di mostrare come quella stessa parola potesse assumere sfumature diverse a seconda che riguardasse un bambino scontroso, un malato, un amante respinto, un soldato al fronte. Leggendo, sentiva di cercare qualcosa attorno a quel tema eppure non riusciva a cogliere, non ancora, cosa fosse quel qualcosa. La parola solitudine non le faceva più paura, sapeva gestirla e relativizzarne il significato rispetto a situazioni realmente drammatiche.

Le sovvenne alla mente una scena di qualche anno prima, quando, nello stesso locale, aveva atteso un segnale chiarificatore da Marco, che ne aveva mandati tanti e divergenti.

– Ci vediamo domani sera, stasera non posso, ma domani se sei libera uscirò con te. Al solito posto.

Le parole e il loro senso, a volte esplicito, altre sottointeso. Quelle a Nadia erano parse chiare, e invece, ancora una volta, si era accorta di quanto fosse sciocca quella pretesa di nitore. Il giorno del previsto appuntamento l’aveva chiamato, lui non aveva risposto, per tutta la giornata. Così si era ritrovata, la sera, seduta al tavolo da sola, proprio come adesso, ma allora con l’animo gonfio di speranze, che adesso sapeva essere assurde. Ora, a distanza di anni, sorseggiando il vino, si vedeva ingenua, in attesa di un uomo che non sarebbe mai arrivato, separato da lei da muri invalicabili.

Anche allora c’erano pochi avventori e si era accomodata, con il dubbio circa l’arrivo di Marco; dopo dieci minuti, constatato che lui non arrivava e non era neanche reperibile al telefono, aveva rimuginato mesti pensieri, come quando, da bambina, osservava le altre giocare e restava muta, finché qualcuno dei grandi non avesse invitato anche lei nel mondo dei giochi dai quali si era autoesclusa.

Il chiacchiericcio dei tavoli accanto faceva da sfondo ai ricordi di Nadia, che sentiva quanto fosse assurdo paragonare l’inquietudine di allora all’apparente serenità dell’oggi, come se davvero fosse possibile, per lei, non solo ricreare quelle condizioni di spirito, ma anche giudicarle senza il sarcasmo di chi si rivede a distanza di tempo. Cercava d’individuare un cardine, qualcosa che desse organicità ai pensieri, ma, complice il vino che al secondo bicchiere stava facendo effetto, si accorse che il suo era un flusso d’associazioni d’idee piuttosto scomposto.

– Che fai, sei sola stasera?

– Sì, anche se non avrei dovuto esserlo.

– Veramente?

Quella stessa domanda, sei sola?, aveva avuto un peso molto diverso. All’epoca si era chiesta quanto della sua delusione fosse dipesa dalla sua ingenuità e quanta dal fatto che gli altri, e nello specifico Marco, non dessero peso alle loro parole.

– Capita, l’importante è superare tutto.

A quel tempo Nadia non superava niente.

Superare tutto. Sorrideva nel ripensare a quel consiglio, ora che aveva superato, se non tutto, almeno quella ridicola infatuazione per Marco. Ma perché ridicola, poi? Superare tutto. Come poteva lei superare tutto? Solo ponendosi in una condizione non umana, aberrante. Bisognava superare il semplice fatto che Marco non fosse lì con lei, senza chiedersi se aveva un’altra.

Di Marco si erano perse le tracce, e adesso Nadia sentiva che il ricordo di quella sera di anni prima era solo un pretesto per riflettere su altro. Si spaventò nel sentire che per quell’uomo, per cui pure sarebbe stata pronta a tutto, adesso era solo un nome, un freddo agglomerato di cinque lettere: M-A-R-C-O. Nulla più.

La solitudine, che un tempo le aveva fatto paura perché si sentiva respinta da lui, adesso la spaventava perché non le pareva più una gabbia, ma una fortezza inespugnabile, nella quale godersi il vino al riparo da disturbatori, in perfetta e imbarazzante pienezza di sé. Eppure, sentiva che non era proprio così, avvertiva che attorno a quella parola avrebbe dovuto lavorare, e nel ripensare al romanzo, a tutte quelle parole che lo scrittore aveva usato per declinare le forme della solitudine, ipotizzò che, proprio perché narrata, la solitudine non poteva dirsi tale.

La solitudine poteva dirsi compiuta solo per chi non avesse neanche l’ambizione di narrarla. Capì che quel qualcosa che stava cercando erano parole per scrivere, a sua volta, una storia, e nel cercarle comprese di non essere riuscita, non ancora, a chiudere ogni poro di quella corazza che negli anni si era costruita addosso.

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