Tra sottosuolo e sole

(Non) si diventa ciò che (non) si è.

“Il colpo di scena ha fatto il suo tempo”

– Dovresti trovare una trama, svilupparla, ma soprattutto descrivere l’apatia che ci tiene prigionieri di noi stessi, questa sorta di disincanto, questa condizione d’irresolutezza colpevole, che sentiamo essere contraria al nostro vivere ma che non contrastiamo abbastanza.

– Non è facile, sai. Tutto ciò che ho provato a scrivere finora mi appare come un vuoto esercizio di vanità, niente che abbia la valenza, la profondità di uno scritto vero, di quelli che non puoi fare a meno di tirare fuori da te perché ti soffocherebbe. Mi sembra, nel rileggermi, che in me non ci sia tutto questo, ma piuttosto che la scrittura sia un modo per guardare altrove, non per guardarmi dentro. Registro banali pensieri di superficie, ma ancora non affondo, non affronto a viso aperto i miei lati più oscuri.

– O quelli più luminosi. Ci fanno paura, gli estremi, potrebbero scardinare presunte certezze che da anni ci portiamo dietro. Quindi restiamo così, a crogiolarci nelle nostre abitudinarie teorie, fingendo slanci creativi che però restano a mezz’aria. Siamo attaccati alle nostre radici, forse è inevitabile che sia così. Però non possiamo continuare a lamentarci reciprocamente che tutto non va, se noi per primi non cerchiamo un modo per scappare da qui, per non morire dove siamo nati.

– Siamo banali, lo sai, lo siamo noi più di tutti, perché sappiamo e non reagiamo. Aspettiamo chissà cosa, la famosa scintilla o ispirazione che un giorno farà di noi uno scrittore o un filosofo, o un cantante, un regista, chissà quale altra strana forma di vita alla quale pensiamo di poter assurgere. Eppure non siamo più adolescenti, qualcosa abbiamo appreso dall’esperienza, anche se spesso abbiamo vissuto di riflesso.

– Il punto è proprio questo. Vedi, proprio come ora, ogni tanto ci facciamo i complimenti reciproci per qualche discorso dell’uno o dell’altro che ci è parso profondo, che sembra averci aperto chissà quale prospettiva nuova, salvo poi tornare a casa e sentirci come e peggio di prima, perché di quelle parole ci resta solo l’eco, un indistinto brusio che presto svanirà lasciandoci alle prese con le nostre stanze vuote, con fogli bianchi sui quali non sappiamo più cosa scrivere, perché anche se non abbiamo mai scritto niente che possa veramente lacerarci lo stomaco, ci sembra di avere già detto tutto. La sensazione è dunque quella di non avere detto nulla e di avere detto tutto al tempo stesso, assurda.

– Forse perché finora abbiamo parlato e scritto di troppi argomenti che non c’interessavano minimamente, o meglio, che credevamo fosse necessario affrontare per quieto vivere sociale, perché bisogna pure stare in mezzo agli altri, a meno di non trovare da qualche parte la volontà di mollare tutto e tutti e andarsene su una montagna in solitudine.

– Questo non accadrà, non adesso almeno. Il punto è che sprechiamo risorse fisiche e mentali all’inseguimento di mete estemporanee, di caffè pomeridiani che ci servano a strappare almeno un sorriso alla lei di turno, e restiamo preda di argomenti che non ci interessano ma che c’imponiamo di trattare per qualche ragione contingente ma non necessaria.

– Hai ragione, è l’apatia di cui dicevamo. Qualcosa va fatto contro questo stato, qualcosa va scritta, al limite, qualcosa che ci strappi da questi giorni che sembrano ripetersi sempre uguali e che pure non lo sono, perché ogni giorno vissuto immette in noi nuovi elementi, conoscenze, sensazioni, e modifica, destabilizza un equilibrio già di per sé precario.

– Personalmente, mi stupisco di come ancora oggi basti un sorriso, un’espressione in tralice, a ferirmi, a illudermi, o anche i versi di una canzone, le pagine di uno scrittore che fino a cinque minuti prima non conoscevo, che arrivano come una tempesta a rendere diverso quel giorno dal precedente, seppure, a guardarlo nel suo complesso, identico. Perché l’apatia del momento sta in questo, che nella sua totalità i giorni si somigliano paurosamente, almeno per me, le mie giornate potrebbero essere sintetizzate in cinque secondi. Il solo pensiero mi atterrisce.

– Cosa intendi dire?

– Mi alzo, faccio colazione, accendo il Pc, invio una serie di curricula che non riceveranno risposta alcuna, scambio due opinioni virtuali con amici o conoscenti sparpagliati in varie città, esco, compro il giornale quando ne ho voglia, leggo i passi di un libro, mangio, riposo, leggo ancora, guardo un film, leggo ancora, ceno, e aspetto che arrivi la notte per dormire e sognare qualcosa d’intrigante. Talvolta entro in un pub a cercare di annoiarmi in compagnia.

– Però tu stesso hai detto che c’è sempre qualcosa o qualcuno che instilla in noi novità che magari all’istante non appaiono tali, che sedimentano e spostano i nostri equilibri.

– Sì. Tu dici di scrivere sull’apatia. A me basterebbe scrivere qualcosa da poter rileggere domani senza vergognarmi della banalità delle mie parole, che resti fermo almeno un giorno, che non perda subito quel valore intrinseco che gli ho attribuito. Ho scritto molto in questi anni, anche questo pseudo – romanzo che tra qualche giorno comincerò a rileggere, ma adesso sento che devo cercare di andare oltre, ne sento l’esigenza a livello quasi fisico, oltre che psichico, che poi è la stessa cosa, ecco un’altra scoperta banale che giorno dopo giorno sto facendo.

– Cosa ti fa pensare che adesso tu debba andare necessariamente oltre?

– Prendo uno specchietto e lo metto di fronte a me, mi guardo, mi vedo, c’è un uomo rimasto ragazzino o un ragazzino che divenne uomo troppo presto, la fronte tra qualche anno sarà stempiata, lo immagino, due occhi scavati, infossati, che esprimono una certa malinconia, l’amarezza degli anni andati, che tuttavia resta imprigionata negli stessi, non riesce a trasmettere quelle sensazioni agli altri, non quanto vorrei. Vedo una barba incolta, così rada da farmi apparire ancora fanciullo.

– Non importa questo! Conta quel che c’è nella tua testa.

– È quello che più mi spaventa, l’inafferrabilità dei miei pensieri, che si muovono circolarmente, labili e sfuggenti. Mi sento come di dover dire qualcosa ma non sapere da dove cominciare, perché se ci penso anche un solo minuto non c’è una ragione imprescindibile per cui mi debba mettere a raccontare qualcosa, eppure sento che devo farlo adesso, ora. Non so se sarò in grado di parlare dell’apatia, come mi suggerisci tu, forse l’assurdo mi attrae di più come argomento. Posso provarci.

– Devi provarci. Addentrati nella tua mente senza infingimenti, senza filtri eccessivi, scrivi in prima persona se questo ti facilita nel processo di sfogo, avrai sempre tempo per elaborare storie.

– Il romanzo che ho già scritto non mi convince per questo, è pieno di artifizi letterari, di alternanze tra registri narrativi diversi, lo stile è indefinito, oltre che molto adolescenziale nei contenuti. Lo analizzerò nei prossimi giorni, magari qualcosa posso salvarne, anche se un falò sarebbe la soluzione ideale, non solo perché c’è troppo di me in quelle pagine, questo è inevitabile, piuttosto perché mi sono accorto che troppe emozioni, sensazioni restano in superficie, non ho scavato abbastanza, forse per pigrizia, forse per paura.

– Da parte mia posso dirti che eviterei la scelta di far cominciare il romanzo con il finto suicidio del protagonista, è troppo sentimentale e banale, puoi fare di meglio, è una forzatura narrativa, quasi che tu avessi avuto bisogno di rappresentare il tuo alter ego morto per dire qualcosa che invece potresti affermare, con il tuo bagaglio culturale ed emotivo, anche da vivo.

– Hai ragione. Non va. Poteva avere un senso del tutto personale quando lo scrissi, oggi dovrei rivederlo da cima a fondo e non ne caverei nulla. Meglio metterci un punto e andare oltre, anche se questo troppo spesso nominato oltre non s’è capito cos’è.

– Qualcosa sull’apatia. Sull’assurdo. Puoi farlo. Senza voler trovare un senso a ciò che fai. Il senso non c’è. Il colpo di scena ha fatto il suo tempo.

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