Tra sottosuolo e sole

(Non) si diventa ciò che (non) si è.

Archivio per la categoria “Sogni”

La banda

“Essenzialmente (ma è proprio l’essenziale che sfugge) sarebbe così: fino a quel momento lo aveva colpito una serie di elementi anomali slegati: il falso programma, gli spettatori inappropriati, la banda illusoria in cui la maggioranza degli elementi era falsa, il direttore fuori posto, la finta sfilata, e lui stesso coinvolto in una cosa che non lo riguardava. Di colpo gli parve di capire in termini che eccedevano tutto infinitamente. Sentì come se gli fosse stato dato di vedere finalmente la realtà. Un momento della realtà che gli era sembrata falsa perché era quella vera, quella che ora non vedeva più. Ciò cui aveva appena presenziato era il vero, cioè il falso. Non sentì più lo scandalo di trovarsi attorniato da elementi che non si trovavano al loro posto perché, essendo conscio di un mondo altro, comprese che quella visione poteva essere ampliata alla strada, al Galéon, al suo abito azzurro, al suo programma per la serata, al suo ufficio di domani, al suo piano di economie, alle sue vacanze di marzo, alla sua amica, alla sua maturità, al giorno della sua morte. Per fortuna non continuava a vedere in questo modo, per fortuna era di nuovo Lucio Medina. Ma solo per fortuna.”
(Julio Cortázar, “La banda”, in “I racconti”, ed. Einaudi)

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“Dall’altro lato dei miei occhi chiusi” (racconto “Il fiume” di Julio Cortázar)

“E sì, pare che sia così, pare che te ne sia andata dicendo non so cosa, che andavi a gettarti nella Senna, qualcosa di simile, una di quelle frasi da notte fonda, mescolate a lenzuola e a bocca impastata, quasi sempre nel buio o con qualcosa come mano o piede che sfiori il corpo di chi ascolta appena, perché è da tanto che ti ascolto appena quando dici cose così, non vengono che dall’altro lato dei miei occhi chiusi, dal sonno che di nuovo mi tira giù. E allora va bene, cosa m’importa se te ne sei andata, se ti sei affogata o ti aggiri ancora per le banchine guardando l’acqua, e poi non è vero perché sei qui addormentata e respiri a singulti, ma allora non te ne sei andata quando andasti via a un certo punto della notte prima che io mi perdessi nel sonno, perché te ne eri andata dicendo qualcosa, che andavi ad affogarti nella Senna, ossia hai avuto paura, hai rinunciato e di colpo sei qui e quasi mi tocchi, e ti muovi ondeggiando come se qualcosa lavorasse dolcemente nel tuo sonno, come se davvero sognassi che sei uscita e che dopo tutto sei arrivata alla banchina e ti sei gettata in acqua. Così una volta ancora, per dormire dopo con la faccia di stupido pianto, fino alle undici di mattino, l’ora in cui portano il giornale con le notizie di coloro che si sono affogati davvero.

Mi fai ridere, poverina. Le tue decisioni tragiche, quel tuo modo di sbattere le porte come un’attrice da tournée di provincia, uno si domanda se realmente credi nelle tue minacce, nei tuoi ripugnanti ricatti, nelle tue irresistibili scene patetiche con il crisma delle lacrime, degli aggettivi e delle recriminazioni. Meriteresti qualcuno più dotato di me che ti desse la battuta, allora si vedrebbe erigersi la coppia perfetta, con il fetore squisito dell’uomo e della donna che si distruggono guardandosi negli occhi per assicurarsi la proroga più precaria, per sopravvivere ancora e ricominciare a perseguire inesauribilmente la propria verità di sterpaglie e di fondo di casseruola. Ma lo vedi, scelgo il silenzio e accendo una sigaretta e ti ascolto parlare, ti ascolto mentre ti lamenti (a ragione, ma che ci posso fare), o meglio ancora, mi addormento a poco a poco, cullato quasi dalle tue imprecazioni prevedibili, con gli occhi socchiusi mescolo ancora per un momento le prime folate dei sogni con i tuoi gesti di camicia da notte ridicola alla luce del lampadario che ci regalarono quando ci sposammo, e credo che alla fine dormo e porto con me, te lo confesso quasi con amore, la parte più utilizzabile dei tuoi movimenti e delle tue accuse, il suono schioccante che ti deforma le labbra livide di collera. Per arricchire i miei sogni in cui mai a nessuno viene in testa di affogarsi, puoi crederci. Continua a leggere…

Un sogno

Persone sedute al tavolo di un pub. Un uomo percepisce di trovarsi in un sogno.

– So che questo è un sogno, – dice.

Gli altri lo guardano, basiti.

Lui sa che è un sogno, vuole che il sogno continui, ma vuole, ha bisogno che anche gli altri siano consapevoli che è solo un sogno.

– Adesso scrivo su un foglio che siamo in un sogno, voi lo firmate e al risveglio ve lo mostrerò.

L’uomo prende la penna e un foglio, ma si chiede come potrà trasportare quel foglio fuori dal sogno. Intanto prova a scrivere; non appena la penna tocca il foglio, l’uomo si sveglia, ritrovandosi nel suo letto, solo.

L’uomo, a differenza di un tempo, ora sa che la consapevolezza di essere in un sogno uccide il sogno stesso, e prende atto di questa metamorfosi.

Il sogno polifonico

Come un romanzo, anche un sogno può essere scritto in prima persona, con l’io-narrante protagonista che fagocita tutto, in un lungo e delirante flusso di (in)coscienza. A volte, però, il sogno è polifonico. L’io sembra non esserci, e assisto ai dialoghi tra me e gli altri come se io fossi solo uno dei tanti personaggi presenti sulla scena, e non anche colui che sta scrivendo il sogno, né colui che ne è protagonista principale.  Questo genere di sogni appare, a una prima sommaria analisi, improntato a un realismo estremo. Non ci sono, a differenza che negli altri casi, sostituzioni di persona o salti spazio-temporali. Il sogno appare come una mera prosecuzione di un’interessante discussione Continua a leggere…

“Doppio sogno” (Arthur Schnitzler)

doppio sogno

“Così le ore erano trascorse monotone e prevedibili tra compiti quotidiani e lavoro, la notte precedente, dal principio alla fine, era sbiadita; solo adesso, quando entrambi avevano concluso la loro giornata, la bambina era andata a dormire e nulla più poteva recare disturbo, i fantasmi del ballo, lo sconosciuto malinconico e le maschere in domino rosso, si innalzarono di nuovo alla realtà; e a un tratto quelle esperienze insignificanti apparvero magicamente, dolorosamente circonfuse dell’ingannevole splendore delle occasioni mancate. Si susseguirono domande innocenti e tuttavia inquisitrici, risposte ambigue e maliziose: a nessuno dei due sfuggì che l’altro non era completamente sincero, perciò si sentirono entrambi inclini a una blanda vendetta. Ingigantirono l’attrattiva esercitata dai loro ignoti compagni del ballo, ciascuno dei due schernì l’altro per i moti di gelosia che lasciava trasparire e negò i propri. Ma dai discorsi frivoli sulle futili avventure della notte passarono a una conversazione più seria su quei desideri nascosti, appena avvertiti, che anche nell’anima più limpida e pura riescono a scavare gorghi torbidi e pericolosi, e parlarono delle misteriose regioni di cui quasi non percepivano il richiamo, ma dove una volta o l’altra il vento imperscrutabile del destino avrebbe potuto gettarli, fosse pure in sogno. Sebbene infatti si appartenessero del tutto l’un l’altro nell’affetto e nei sensi, sapevano che ieri, non per la prima volta, li aveva sfiorati un alito di avventura, di libertà e di pericolo; ansiosamente, morbosamente, con sleale curiosità, tentarono di carpirsi a vicenda un’ammissione e ciascuno, in un esame angoscioso e approfondito, scrutava sé stesso alla ricerca di qualche fatto per quanto indifferente, di qualche esperienza per quanto trascurabile, che potesse servire a esprimere l’inesprimibile e la cui franca confessione li avrebbe forse liberati da un’inquietudine e da una diffidenza che a poco a poco cominciavano a diventare insopportabili.” Continua a leggere…

La stanza

La stanza appare essere un’aula scolastica, ci sono sedie e banchi verdi, disposti in modo da formare una sorta di grande ferro di cavallo, con tre file, ciascuna parallela a un muro della stanza. Nel rimanente lato di quel quadrilatero c’è la cattedra. Al centro dell’aula ci sarebbe spazio, se non fosse per la folla accalcata attorno a lui, che rende angusto quell’intervallo di mattonelle.

Sta male lì, per niente a suo agio, avverte di essere fuori luogo e non sa perché si trova lì. Gli altri presenti, a turno ma con foga, si avvicinano ai banchi per prendere cibo e bevande. Osservando i comportamenti altrui, deduce di trovarsi a una festa di compleanno o qualcosa del genere, solo che non ricorda di aver ricevuto inviti nei giorni precedenti. Gli altri sembrano felici, sorridenti, estatici, sazi di dolciumi e di birra, tutti socievoli, brillanti e sagaci. Lui si sente solo in mezzo a una folla, costretto a stare lì senza sapere perché e senza intravedere una via di fuga. All’improvviso, qualcuno lo tocca sulla spalla destra.

Si volta e vede lei. La sua presenza lo rinfranca, non si sente più completamente solo. Lei sembra sorridergli. Continua a leggere…

“Castelli in aria (abbattuti)” – oppure “Ei fu cortometraggio”

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Nella schiera dei miei progetti rivelatisi poi vuote velleità, c’è anche una sorta di sceneggiatura per un cortometraggio, che teoricamente io e alcuni amici avremmo dovuto realizzare qualche anno fa, ma che in pratica agonizza in un cassetto della mia stanza. L’umanità, è bene sottolinearlo, non ha sentito né sentirà la mancanza di quest’opera potenziale, che avrebbe potuto infestare i social network o addirittura qualche “Festival del Corto”. Oggi, spinto dal tedio provinciale, mi sono riletto l’elaborato, così da rilevarne, a distanza di tempo, difetti evidenti e pretenziosità. Il titolo che avevo scelto come definitivo, “Castelli in aria”, nel quale avrei voluto condensare l’aleatorietà dei pensieri del protagonista, rappresenta, probabilmente, la parte più riuscita dell’opera. Inoltre, sebbene il titolo stesso non spicchi per brio, si dovrà ammettere che resta preferibile all’originale “La finestra del castello”, da me abbandonato per evidente squallore dello stesso.

Influenzato da non so quali letture dell’epoca, presumo qualcosa che evidenziasse la relatività della conoscenza, mi convinsi di avere in mente un’idea brillante nel corso di una passeggiata lungo la via principale del mio paese, dalla quale è possibile scorgere, in lontananza, il castello medievale che domina dall’alto le strade sulle quali ero e sono solito passeggiare. La prima scena, intitolata “Il viale dell’eterna illusione”, si apre con due amici che camminano mogi e silenti, accompagnati da “Un giorno dopo l’altro” di Luigi Tenco come colonna sonora, scelta non certo rappresentante uno slancio nel mondo dell’ottimismo. L’indicazione per l’eventuale regista del corto è di piazzare la telecamera alle spalle dei due viandanti, in modo da “dare il senso della prospettiva” e inquadrare anche il castello. Continua a leggere…

Nietzsche sul sogno e sugli istinti

“Ci siamo, quindi?”. Con queste parole, stamattina, si chiudeva un mio sogno meraviglioso per complessità, assurdità, personaggi e situazioni. Non sto qui a raccontarlo perché non saprei renderlo. Finiva dinanzi a una porta, all’interno di una scuola o qualcosa del genere. Nell’accingermi ad aprirla ero consapevole che, aprendola, il sogno sarebbe finito e mi rivolgevo a un mio compagno onirico con la domanda di cui prima. A un suo cenno affermativo, la porta veniva aperta e io mi trovavo nel mio letto, fuori dal sogno.

Con l’occasione sono andato a rileggermi un aforisma di Nietzsche, contenuto in “Aurora”, che mi aveva colpito quando lessi quell’opera. Accanto al testo avevo annotato: “Anticipa Freud”.

È un po’ lungo, ma a mio avviso merita.

 

119. Esperienza vissuta e finzione poetica. Per quanto uno faccia progredire la sua conoscenza di sé, nessuna cosa potrà mai essere più incompleta del quadro di tutti quanti gli istinti che costituiscono la natura umana. Difficilmente potrà dare un nome ai più grossolani di essi: il loro numero e la loro forza, il loro flusso e riflusso, il giuoco alterno dell’uno con l’altro e soprattutto le leggi del loro nutrimento gli resteranno del tutto sconosciuti. Questo nutrimento diventa dunque un’opera del caso; i nostri intimi eventi d’ogni giorno gettano ora a questo, ora a quell’istinto, una preda che viene subito rapidamente afferrata, ma l’intero andirivieni di queste vicende sta al di fuori di ogni nesso razionale con le esigenze nutritive di tutti quanti gli istinti: di modo che subentrerà sempre un duplice fenomeno, l’essere affamati e il languire degli uni, il rimpinzarsi, invece, degli altri. Ogni momento della nostra vita ci fa crescere alcuni tentacoli del nostro essere ed altri invece gli atrofizza, secondo appunto il nutrimento che quel determinato momento porta o no in se stesso. Le nostre esperienze, come si è detto, sono tutte, in questo senso, mezzi d’alimentazione, ma sparsi con mano cieca, senza sapere chi è che ha fame e chi è già sazio. E in conseguenza di questo casuale nutrimento delle parti, anche il polipo interamente sviluppatosi sarà qualcosa di altrettanto casuale, come lo è il suo divenire. Per parlare più chiaramente: Continua a leggere…

“Banda di timidi”.

Stanotte, in un sogno, mentre della gente giocava a calcetto a pelo d’acqua, manco fossero Cristi in scarpette chiodate, raccontavo a un tizio di come un tempo mi vergognassi di dire che la carne non mi piace(va), che non sapevo nuotare, che per dire “ciao” a una donna facevo domanda al Consiglio di Sicurezza dell’Onu e più in generale di come fossi esperto nel darmi martellate sulle gonadi.

Questo tizio poi ha tirato fuori Voltaire e una sua tanto citata frase contro i fanatismi, che non so fino a che punto c’entrasse nella discussione. Poi, sempre mentre quelli giocavano sull’acqua, mi sono messo a canticchiare questo pezzo di Ciampi.

Mi sono svegliato, pensando che la carne non mi piace tuttora (però uccido le zanzare, se capita; tanto per specificare che la mia non è una scelta “etica”, ma di gusto), che ho imparato a nuotare, male, ma non so che farmene di questa nuova abilità. E Voltaire? Boh. Ci penso dopo.

(questo articolo “ha tutte le carte in regola” – cit. – per apparire nella colonnina di destra dei principali quotidiani nazionali in edizione virtuale)

Sogno (poco) lucido e (molto) sudato.

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(“…mi sveglio ancora e mi sveglio sudato…”)

So che sto sognando, anche perché nella stanza con me vedo troppa gente e soprattutto un tizio a me noto che attraversa un muro e scompare.

Chiedo a un amico: – Mi confermi che tutto ciò è solo un sogno?

– No. – risponde lapidario.

– Mi stai dicendo che questa è realtà, che quello lì può attraversare i muri e noi possiamo trovarci qui, ora, con questi sconosciuti, in questa strana stanza?

– Se guardi bene, quel tizio non ha attraversato alcun muro, si è infilato in un interstizio che tu, dalla tua posizione, non potevi vedere.

Mi sposto. Osservo. Ha ragione lui. Il tipo mi ha giocato uno scherzo, o forse ero solo distratto.

– Allora come spieghi la mia forte sensazione di essere in un sogno, anche se tu mi dici il contrario?

– Te la spiego con l’abitudine, difficile a sradicarsi, di distinguere così nettamente sogno e realtà. Tu sei convinto che questo sia un sogno solo perché questi personaggi, questi luoghi e queste dimensioni non si adattano alla tua convinzione di cosa debba intendersi per realtà. Se anche ti dimostrassero che questa è la realtà e che non stai sognando, tu, attaccato come sei alla tua presunta realtà, non accetteresti la dimostrazione, che peraltro qui non si può dare. È reale o appartiene al sogno il fatto che tu stia pensando?

(Questo è per la rubrica “Le Grandi Dichiarazioni che salveranno l’umanità”. Non so che fine abbia fatto il tipo nascosto nel muro, né chi esso sia)

 P.s.: per la cronaca, non ho avuto il tempo di rispondere al mio saccente amico, essendomi svegliato dal “sogno” (???) in un mare di sudore. Ciao.

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