Tra sottosuolo e sole

(Non) si diventa ciò che (non) si è.

Archivio per la categoria “Racconti”

Lo Sconosciuto

Lo Sconosciuto mi sorprese mentre stavo leggendo, seduto su una panchina. Mi colpì con una pacca su una spalla e pronunciò il mio nome, con tono squillante e, come appurai voltandomi, mostrando un ampio sorriso. Lo salutai, ma mi resi conto subito che quell’entusiasmo con cui mi aveva salutato non corrispondeva, nella mia mente, a un’immagine di lui come mio amico intimo o almeno conoscente. Non sapevo chi fosse e sospettai che avesse sbagliato persona. L’ipotesi fu subito smontata dal suo atteggiamento, che contraddisse l’idea che potesse essere un estraneo in preda a confusione sulla mia identità. Si sedette accanto a me e mi domandò, ripetendo il mio nome, cosa stessi leggendo. Gli mostrai il libro e cercai di capire, dal suo sguardo, se fosse qualcuno che avevo conosciuto in una biblioteca, o comunque mi conoscesse per quella mia passione. Lui, dopo aver preso in mano il libro e averlo osservato quasi fosse un oggetto proveniente da un altro pianeta, me lo restituì, dicendomi che lui non aveva un grande rapporto con i libri, anzi, che dopo la fine del periodo scolastico non ne aveva aperto più alcuno.

Lo guardai meglio in volto per capire chi fosse, ma non mi ricordava alcuna faccia già vista. Continua a leggere…

Il Mammoccione

Avevo paura solo di trovarmi di fronte al Mammoccione, quel giorno. Per il resto, mi ero alzato con il piglio giusto per affrontare quel colloquio di lavoro. Mi sentivo abbastanza sereno, perché nel corso degli anni avevo appreso che era inutile presentarsi ai selezionatori del personale con l’atteggiamento di chi già sa che sarà scartato per qualche motivo. Volevano la maschera della “Persona Che Crede In Sé Stessa”? E allora bisognava dargliela. Solo, però, che c’era la questione del Mammoccione, che s’insinuava perfida nelle mie più recenti convinzioni. Il Mammoccione non era né una persona, né un ente. Era un oggetto, che però aveva travalicato i suoi stretti confini per assurgere a simbolo. Tutto era nato quando, anni prima, Continua a leggere…

La telefonata

Ero seduto sul letto, libro in mano e in attesa che le palpebre cominciassero a serrarsi. Quell’inverno lo passai tappato in casa, manco fossi stato condannato agli arresti domiciliari. La gastrite, che sul finire dell’estate e all’inizio dell’autunno mi aveva allontanato dai tavoli dei pub, si rivelava essere un alibi perfetto per convincermi che la mia non era una larvata forma di misantropia, bensì una giusta salvaguardia per il mio organismo. La mattina e il pomeriggio uscivo da casa, non per lavorare, che in quel periodo, purtroppo, nemmeno quello facevo, bensì per prendere “l’aria” che mi sarebbe stata poi necessaria ad attraversare le serate e le nottate in solitudine. Stavo bene con me stesso, con i libri, con il gatto bianco che si addormentava tra le mie gambe. Il momento di maggior eccitazione delle mie serate era quando immergevo il plum-cake nel latte e orzo, lo vedevo colorarsi e poi lo inghiottivo con voluttà.

Non so come apparissi agli occhi degli altri, forse mi vedevano sull’orlo del precipizio. Un sospetto lo ebbi quando, Continua a leggere…

La stanza

La stanza appare essere un’aula scolastica, ci sono sedie e banchi verdi, disposti in modo da formare una sorta di grande ferro di cavallo, con tre file, ciascuna parallela a un muro della stanza. Nel rimanente lato di quel quadrilatero c’è la cattedra. Al centro dell’aula ci sarebbe spazio, se non fosse per la folla accalcata attorno a lui, che rende angusto quell’intervallo di mattonelle.

Sta male lì, per niente a suo agio, avverte di essere fuori luogo e non sa perché si trova lì. Gli altri presenti, a turno ma con foga, si avvicinano ai banchi per prendere cibo e bevande. Osservando i comportamenti altrui, deduce di trovarsi a una festa di compleanno o qualcosa del genere, solo che non ricorda di aver ricevuto inviti nei giorni precedenti. Gli altri sembrano felici, sorridenti, estatici, sazi di dolciumi e di birra, tutti socievoli, brillanti e sagaci. Lui si sente solo in mezzo a una folla, costretto a stare lì senza sapere perché e senza intravedere una via di fuga. All’improvviso, qualcuno lo tocca sulla spalla destra.

Si volta e vede lei. La sua presenza lo rinfranca, non si sente più completamente solo. Lei sembra sorridergli. Continua a leggere…

“Promesse” (n. 20, da “Frammenti da un camino”)

(Ho ritrovato, nel camino, quanto segue. Dopo averlo limato e soprattutto falcidiato, ma comunque non abbastanza, lo aggiungo agli altri frammenti già pubblicati quassù. Il titolo è quasi casuale)

Alle 9:10, giunto alla stazione Termini, Ivano, proveniente dal deserto provinciale, restò colpito dalla folla brulicante. Presa la metropolitana, ricordò che sarebbe dovuto scendere alla fermata “Lepanto” e percorrere un tratto a piedi fino a Piazza Mazzini. A destinazione, ammirò il cavallo di mamma Rai, prima di avventurarsi nel bar che gli era stato segnalato via telefono. Alle 10:15 entrò nel locale, che subito gli parve sfarzoso. Era perplesso, perché non sapeva come riconoscere, tra gli avventori di quel posto, il suo interlocutore, con il quale avrebbe dovuto sostenere il colloquio. Telefonò e gli fu detto di aspettare pochi minuti. Non sospettava di trovare una decina di ragazzi e ragazze che, come lui, avevano risposto a quell’annuncio. Timido com’era, si senti a disagio all’idea di essere costretto a parlare di fronte ad altri, ma ben presto si avvide, scambiando qualche impressione con gli altri presenti, che anche loro avevano le sue stesse perplessità. Il tutto era avvolto da un certo mistero.

La curiosità collettiva fu appagata dopo qualche minuto, quando entrò il signor Mario Losi, un uomo di mezz’età, in abito elegante, che prese la parola per non mollarla più. Si presentò come il futuro direttore del giornale, Continua a leggere…

“Eugenio smise di parlare” (n. 19, da “Frammenti da un camino”)

Da molto tempo non infesto queste pagine e l’intero web con i “Frammenti da un camino”, cioè brani di romanzi mai pubblicati, mai pubblicabili e che d’inverno costituiscono il giusto nutrimento per i camini. In attesa di superare la mia “crisi da romanzo” (da alcuni mesi, salvo eccezioni, riesco a leggere, e quindi pseudo-recensire, “solo” racconti, non romanzi; sto provando con “L’uomo che guardava passare i treni” di Simenon a superare lo stallo), ecco a voi la miseria vicenda di Eugenio e del suo sindaco Amorini.

EUGENIO SMISE DI PARLARE.

Solo gli anziani pensionati e i perenni disoccupati come Eugenio Ferrigno avevano il privilegio di godersi la giornata assolata, passeggiando a vuoto per le deserte strade del paese. Quella mattina Eugenio si era alzato più tardi del solito, all’incirca alle 9:00. Con inconsueta attenzione e cura si era dedicato alle abluzioni. Fatta colazione, senza la solita frenesia, disse alla madre di non voler esser disturbato e tornò in camera. Si sedette su una sedia, dopo averla portata al centro della stanza. Si rialzò, prese un fiammifero dal mucchio di oggetti sparsi alla rinfusa sul comodino, accese una candela di cera, si avvicinò alla finestra e abbassò la persiana riavvolgibile. Sempre con il moccolo acceso in mano, ritornò al centro della stanza, restò qualche secondo in piedi e si riaccomodò.

Dopo cinque minuti di silenzio e immobilità, si destò con un ghigno feroce sulla faccia e pronunciò una sola parola: – Ottantasette.

Rialzò la persiana e spense la candela. Si voltò con lentezza innaturale, Continua a leggere…

“La Signora Misericordia”

Alla Signora Misericordia questo impegnativo soprannome era stato affibbiato da un ragazzo, acuto osservatore dei comportamenti altrui, meno dei propri, il quale poteva scorgerla quotidianamente all’opera nel quartiere dove i due vivevano. Il giovane, uno dei tanti aspiranti romanzieri destinati a rimanere tali, aveva osservato come la donna fosse solita, quando lui passava sotto il balcone dove lei sedeva a godersi il sole, pronunciare la parola “misericordia”, sospirando tra il commosso e l’afflitto. A seguito di appositi studi, aveva appurato come quell’esclamazione, esprimente un miscuglio tra falsa commiserazione e biasimo malcelato, non fosse riservata a lui, ma accompagnasse il passaggio di coloro che risultassero deviati rispetto ai canoni comportamentali ritenuti normali dalla donna, si trattasse di un trentenne disoccupato con un libro sotto braccio, di una ragazza in minigonna, o ancora di un uomo maturo ma scandalosamente celibe.

La signora Misericordia si esibiva al suo meglio all’arrivo delle statue di legno. Continua a leggere…

Alla ricerca dell’odore di metallo perduto.

Uscito da casa, m’incammino, libro in mano e disillusioni sparse tra stomaco, cuore e cervello, verso una panchina, dove riporre le mie pigre membra e dedicarmi a una lettura rigenerante. A poche decine di metri da casa, però, arriva il momento Proust, che già è stato oggetto di un altro delirante racconto (“Marcel Proust e il bambino che segnò un gol in sforbiciata”). Niente che possa dare luogo a una gigantesca cattedrale della letteratura qual è “Alla ricerca del tempo perduto”, nulla che riguardi fanciulle in fiore tra le quali scegliere un’Albertine. A differenza degli eleganti odori che in Marcel risvegliavano la sua memoria involontaria, nel mio caso, a fungere da detonatore dei ricordi è stato un odore ferroso, di metallo lavorato da alcuni operai, che mi ha rimandato a quando, molti anni fa, stavo per sostenere l’esame di “Diritto amministrativo”. Sì, perché alla vigilia di quell’esame, che ritenevo ormai obliato nella mia memoria, mio padre, con tempistica forse discutibile, aveva deciso di rimettere in sesto, levigare, togliere e aggiungere alcuni pezzi della ringhiera interna di casa.

L’odore sentito per strada ha rimandato la mia mente, Continua a leggere…

“Solitudine” (Guy de Maupassant)

Si era alla fine d’una cena fra uomini; l’allegria non era mancata. Uno dei presenti, un vecchio amico, mi disse: – Vuoi che facciamo due passi lungo gli Champs-Elysées?

Ci avviammo, risalendo lentamente lungo il viale, sotto gli alberi ormai rivestiti di poche foglie. Nessun rumore, all’infuori di quel brusio confuso e continuo che produce Parigi. Un vento fresco ci accarezzava il viso, e una miriade di stelle disseminava nel cielo nero una polvere d’oro.

Il mio compagno mi disse: – Non so perché, respiro meglio qui, di notte, che in qualsiasi altro posto. Mi pare che la mia mente spazi di più. Ogni tanto ho uno di quegli squarci di luce che fanno pensare, per un istante, di essere sul punto di scoprire il divino segreto delle cose. Poi la finestra si richiude. Tutto finisce.

Di tanto in tanto vedevamo due ombre scivolare lungo i boschetti; o passavamo davanti a una panchina dove due esseri, seduti a fianco a fianco, formavano una sola macchia scura.

Il mio vicino mormorò:

Povera gente! Non m’ispirano disgusto, ma un’immensa pietà. Di tutti i misteri della vita umana, uno almeno ne ho penetrato: il grande tormento della nostra esistenza viene dal fatto che siamo eternamente soli, e tutti i nostri sforzi, le nostre azioni tendono a sfuggire a questa solitudine. Come noi, come tutte le creature, questi innamorati delle panchine cercano di interrompere il loro isolamento, anche solo per un momento; ma restano e resteranno sempre soli; e noi come loro.

C’è chi se ne accorge di più, chi di meno, ecco tutto. Continua a leggere…

“Il treno nei romanzi, i romanzi sul treno (più deliri assortiti)”

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“Un viaggio in treno può essere una cosa terribile, angosciosa o comica; può essere un volo di prova; può essere la prefigurazione di un altro viaggio, come un giorno passato con un amico può essere lungo, dal senso di fretta che si prova al mattino fino alla scoperta che entrambi si ha fame e al pranzo mangiato insieme. Poi viene il pomeriggio, la giornata sbiadisce e muore ma si ravviva nuovamente verso la fine. Dick era addolorato nel vedere la magra gioia di Nicole; pure per lei questo ritorno all’unica casa che conoscesse era un sollievo. Non fecero gli innamorati quel giorno, ma quando la lasciò fuori dalla triste porta sullo Zürichsce e lei si voltò a guardarlo, Dick capì che il problema di Nicole era un problema ormai comune a entrambi”.

(Francis Scott Fitzgerald, “Tenera è la notte”)

Il treno mi ha sempre affascinato e quindi le parole di Fitzgerald hanno attivato i miei neuroni, almeno quei pochi rimasti a combattere la battaglia, scatenando ricordi di vario genere. Prima di pensare a una forma estrema di masochismo, cosa che sareste giustificati a fare se volessi qui tessere l’elogio della bolgia dantesca che è possibile riscontrare su molti treni regionali, voglio subito precisare che il fascino consiste soprattutto nel suo valore metaforico, ma anche, al netto delle condizioni di disagio del pendolare, che ho vissuto sulla mia pelle e che rivivrò (questa è quasi una speranza, perché vorrebbe dire aver ritrovato un lavoro, n.d.r.), nelle possibilità di conoscenza che si hanno all’interno dei vagoni.

Dovevano ammirarlo anche tutti quegli scrittori che hanno ambientato episodi o interi romanzi su un treno. In quest’articolo riporterò alcuni brani tratti da diversi romanzi, scritti da personaggi che, a differenza mia, i neuroni sapevano utilizzarli al meglio. Prima di iniziare la rassegna, qualche breve considerazione sul mio rapporto con il treno, che potete tranquillamente saltare, non costituendo lo scopo principale dell’articolo, sempre che ne esita uno (di scopo). Innanzitutto, Continua a leggere…

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