Tra sottosuolo e sole

(Non) si diventa ciò che (non) si è.

Archivio per la categoria “Poesia”

“Poesie del disamore” (Cesare Pavese)

Poesie disamore

“Torneremo per strada a fissare i passanti
e saremo passanti anche noi. Studieremo
come alzarci al mattino deponendo il disgusto
della notte e uscir fuori col passo di un tempo.
Piegheremo la testa al lavoro di un tempo.
Torneremo laggiù, contro il vetro, a fumare
intontiti. Ma gli occhi saranno gli stessi
e anche i gesti e anche il viso. Quel vano segreto
che c’indugia nel corpo e ci sperde lo sguardo
morirà lentamente nel ritmo del sangue
dove tutto scompare.
Usciremo un mattino,
non avremo più casa, usciremo per via;
il disgusto notturno ci avrà abbandonati;
tremeremo a star soli. Ma vorremo star soli.
Fisseremo i passanti col morto sorriso
di chi è stato battuto, ma non odia e non grida
perché sa che da tempo remoto la sorte
– tutto quanto è già stato o sarà – è dentro il sangue,
nel sussurro del sangue. Piegheremo la fronte
soli, in mezzo alla strada, in ascolto di un’eco
dentro il sangue. E quest’eco non vibrerà più.
Leveremo lo sguardo, fissando la strada.”

(Cesare Pavese, “Ritorno di Deola”, in “Poesie del disamore”, ed. Einaudi)

 

“La Boemia è sul mare” (Ingeborg Bachmann)

Qualche tempo fa scoprii, leggendo altri libri di Ingeborg Bachmann, l’esistenza della poesia “La Boemia è sul mare”. La cercai sul web, trovando traduzioni molto differenti tra loro. Chiesi anche a una mia amica che conosce la lingua tedesca di tradurla o comunque di dirmi quale delle diverse versioni fosse la più aderente all’originale, per quanto sia improbabile, se non impossibile, tradurre poesia da una lingua all’altra.

Scopro adesso, grazie al sito Rai Letteratura, l’esistenza del video che riporto nel link sottostante (purtroppo non so perché non mi riesce d’incorporare l’anteprima nell’articolo, come per i video ripresi da youtube), nel quale la Bachmann, dopo aver introdotto la poesia con riferimento a Shakespeare, la legge. Di seguito al video, trascrivo la versione proposta nello stesso.

La Boemia è sul mare (Ingeborg Bachmann)

La Boemia è sul mare

Se qui sono verdi le case, entro ancora in una casa

se qui sono intatti i ponti, avanzo su solido fondo

se per sempre è persa ogni fatica d’amare, io qui la perdo volentieri

se non sono io, è un altro, ed è lo stesso che me

se una parola qui confina sino a me, io lascio che confini

se la Boemia è ancora sul mare, io credo di nuovo ai mari

e se credo di nuovo al mare, ancora spero nella terra

se sono io, è ogni altro, e vale lo stesso che me

non voglio più nulla per me, voglio precipitare fino in fondo

fino al mare, ritrovo là la Boemia

una volta dannato, nel fondo, mi risveglio sereno

ora questo so, fin dalle radici dell’animo e non mi posso più perdere

venite, boemi tutti, marinai, prostitute di porto e navi senza ormeggio

non volete essere Boemi, voi Illiri, Veronesi, Veneziani, tutti?

recitate le vostre commedie che fanno ridere e che son fatte per piangere

e per cento volte sbagliate, come mi sono sbagliato io

e mai ho superato una prova

no, le ho poi superate, una dopo l’altra

come la Boemia le ha superate un bellissimo giorno

fu premiata col mare ed è ora sul mare

io confino ancora con una parola, con un’altra terra

per quanto per poco, confino sempre più con tutto

sono un boemo, un errante, che non ha nulla e nulla tiene

soltanto capace di guardare dal mare, che è dubbio, la terra della mia scelta

(Ingeborg Bachmann)

Sulla tomba di Petrarca e sul “pellegrinaggio”.

petrarca

Sto leggendo “La civiltà del Rinascimento” di Jacob Burckhardt, libro molto interessante, al quale tra qualche giorno potrei dedicare un articolo. Adesso, però, segnalo solo un passaggio riguardante Petrarca, tirato in ballo (assieme a Dante) come precursore di una certa “categoria” d’individui dei quali Burckhardt scrive. In particolare, però, questo testo su Petrarca è tratto da un capitolo sulla “gloria in senso moderno” e su culto delle abitazioni o dei luoghi di morte di scrittori, pittori, scultori e via discorrendo.

Scrive Burckhardt: “Anche Petrarca assaporò a larghi sorsi questa nuova glorificazione destinata dapprima soltanto agli eroi e ai santi, benché negli ultimi anni confessi egli stesso che gli riesce inutile e perfino molesta. La sua Lettera alla posterità è un conto che un uomo celebre, divenuto vecchio, si rende in dovere di rendere intorno a se stesso, per appagare la pubblica curiosità, e da essa si rileva che egli ambiva assai la gloria postuma e volentieri avrebbe rinunciato a quella che godeva tra i suoi contemporanei…E quanto non dovette sentirsi commosso quando in occasione di una sua gita ad Arezzo, sua patria, gli amici lo condussero nella casa dove era nato, e gli annunciarono che la città aveva decretato che in essa non si doveva permettere alcun mutamento!”. Prosegue Burckhardt, qualche riga dopo: “Al culto delle abitazioni si collega anche quello delle tombe d’illustri personaggi; anzi, quanto a Petrarca è oggetto di venerazione anche il luogo dove morì, e Arquà, appunto per la memoria che vi si conserva di lui, diviene un soggiorno assai ricercato dai Padovani, che vi innalzano eleganti edifici in un tempo in cui nei paesi settentrionali non si narra d’altro che di pellegrinaggi devoti a qualche immagine o reliquia miracolosa”.

(Jacob Burckhardt, “La civiltà del Rinascimento in Italia”, Newton Compton Editori))

“Pellegrinaggi”, scrive lo storico (ma non solo tale) svizzero. Tali parole hanno subito stimolato una zona del mio cervello, laddove è parcheggiata una lettura che feci qualche tempo fa, cioè “Se non la realtà” di Tommaso Landolfi. Nel brano intitolato “La gattina del Petrarca”, Continua a leggere…

“Elogio (senza esagerare) della solitudine”


A Ferragosto le città si svuotano, senza tuttavia riempire i paesini di provincia, che a loro volta si rivelano lande desolate e assolate a chi si sottrae ai movimenti collettivi verso lidi o montagne. Per le strade, così, restano pochi passeggiatori abituali e qualche cane randagio in cerca di compagnia. Proprio osservando un cane solitario, può capitare di imbattersi in pensieri circa la “solitudine”. Il vocabolario ci dice che la solitudine è “la condizione, lo stato di chi è solo, come situazione passeggera o duratura”. Come è intuibile, la differenza tra “passeggera” e “duratura” non è di poco conto. Ancora più dirimente è stabilire se la “solitudine” dell’individuo sia volontaria o meno. Sull’argomento si potrebbe scrivere un trattato “a miliardi di mani” (o di zampe) senza venire a capo di nulla, perché ciascuno vive la propria solitudine in maniera più o meno continuativa e soprattutto con “coloriture” diverse, dal nero più tetro al rosso più sgargiante.

Senza ridicole pretese di esaustività, è possibile procedere in maniera frammentaria e ripescare nella memoria alcune testimonianze sul tema, a riprova delle molteplici sfumature che la parola “solitudine” può avere per ciascuno.

La prima “immagine” è il breve discorso di Fabrizio De André riportato a inizio articolo, nel quale il cantautore sottolinea il valore sociale della “solitudine”, sia pure senza auspicare un’esistenza da eremiti ed evidenziando, in un inciso, che sta parlando della “solitudine” scelta e non di quella, per esempio, dei malati e degli anziani abbandonati a se stessi.

Il riferimento al “politico solitario, che è un politico fottuto” ci porta all’inizio del capitolo XXXIX, libro I dei “Saggi” di Montaigne, intitolato, per l’appunto, “Della solitudine”, Continua a leggere…

Lavorare stanca (Cesare Pavese)

Ieri era la “Festa dei lavoratori”. A me ogni anno torna alla mente questa poesia di Pavese, che con il lavoro nella sua accezione più stretta c’entra fino a un certo punto. Al momento, resta una delle poesie che più mi prende “dentro”, per motivi vari.

Qualche anno fa trovai per caso in rete un montaggio, con il testo della poesia, le musiche di Morricone e immagini tratte dal film “Stalker” di Tarkovskij, che vi consiglio di vedere. La regia è di Andrea Galli. Poi lo tolsero, non so se per problemi di copyright. L’ho ritrovato con le sovrascritte in spagnolo e in italiano. Ve lo propongo, in apnea.

 

Traversare la strada per scappare di casa

lo fa solo un ragazzo, ma quest’uomo che gira

tutto il giorno le strade, non è più un ragazzo

e non scappa di casa. Ci sono d’estate

pomeriggi che fino le piazze sono vuote, distese

sotto il sole che sta per calare e quest’uomo, che giunge

per un viale d’inutili piante, si ferma.

val la pena essere solo, per essere sempre più solo?

Solamente girarle, le piazze e le strade

sono vuote. Bisogna fermare una donna

e parlarle e deciderla a vivere insieme.

Altrimenti, uno parla da solo. E’ per questo che a volte

c’è lo sbronzo notturno che attacca discorsi

e racconta i progetti di tutta la vita.

Non è certo attendendo nella piazza deserta

che s’incontra qualcuno, ma chi gira le strade

si sofferma ogni tanto. Se fossero in due,

anche andando per strada, la casa sarebbe

dove c’è quella donna e varrebbe la pena.

Nella notte la piazza ritorna deserta

e quest’uomo, che passa, non vede le case

tra inutili luci, non vede più gli occhi:

sempre solo il selciato, che han fatto altri uomini

dalle mane indurite, come sono le sue.

Non è giusto restare sulla piazza deserta.

Ci sarà certamente quella donna per strada

che, pregata, vorrebbe dar mano alla casa.

Cyrano (“un rampicante del cuore”)

(“Punti di tangenza”). L’affinità tra musica e letteratura che propongo oggi non ha bisogno di lunghe introduzioni. La canzone è “Cyrano” di Francesco Guccini, l’opera letteraria è “Cyrano de Bergerac” di Edmond Rostand. Per chi non lo sapesse, Cyrano, abile spadaccino in lotta contro le prepotenze e i soprusi nonché finissimo poeta, è tuttavia inerme di fronte al nemico più subdolo, cioè il suo amore per Rossana, innamorata a sua volta di Cristiano, il “belloccio” della situazione. Il resto verrà da sé.

Vi lascio con la canzone e un estratto dalla commedia. Ho scelto di trascrivere una parte nella quale Cyrano, rispondendo a Le Bret, si ribella alla necessità di asservirsi a un potente per conseguire facili successi.

Ultima avvertenza. Astenetevi dall’ascolto della canzone se siete cardiopatici ma soprattutto se non siete in un periodo sentimentalmente molto sereno.  No, io vi avverto, per antiche e pregresse esperienze.

LE BRET

“Se tu fossi un po’ meno moschettiere! A me pare che il denaro, la gloria…”

CYRANO

“Orsù dunque che dovrei fare?

Cercarmi un protettore, eleggermi un signore,

e dell’ellera a guisa che dell’olmo tutore

accarezza il gran tronco e ne lecca la scorza,

arrampicarmi, invece di salir per forza?

No, grazie! Continua a leggere…

Un libro, uno specchio e il mare. “Storia di Gordon Pym” (E. A. Poe, Baudelaire e Magritte)

Nel dipinto di Magritte “La riproduzione vietata” è rappresentata anche l’edizione francese della “Storia di Gordon Pym” di Edgar Allan Poe, che ebbe come traduttore un signore che si chiamava Charles Baudelaire. Non è mia intenzione né parlare del quadro di Magritte, che non conoscevo fino a ieri, né dal rapporto profondo che lega Poe e Baudelaire. Mi è parso però “utile” (si fa per dire) condividere con voi questa mia recentissima scoperta (cioè la presenza del libro nel quadro di Magritte).

Ho appena terminato la lettura della “Storia di Gordon Pym”. Non mi dilungherò molto nello stilare le mie impressioni, lasciando la parola all’autore. Come premessa devo dire che personalmente preferisco Poe nella sua versione più consueta e magistrale, ovvero come autore di racconti brevi. Non a caso, e spero di non scrivere qui un’assurdità, questo è l’unico romanzo scritto dal grande scrittore. Dico questo non perché sia rimasto deluso dal romanzo, ma perché non mi ha entusiasmato come il resto della sua vasta ed eccelsa produzione. Il motivo è che in “Gordon Pym”, oltre alla terminologia di carattere marinaresco, che richiederebbe da parte del lettore (a meno che non si sia esperti) un continuo ricorso al vocabolario, abbondano descrizioni paesaggistiche e zoologiche, anche interessanti e funzionali alla storia, ma che a mio avviso rallentano troppo spesso il ritmo della narrazione.

Ciò detto, sottolineo con forza che “Storia di Gordon Pym” resta un gran bel romanzo e che non sono per nulla pentito di essermi addentrato nella lettura. Il tema è quello del “viaggio in mare”, ovviamente come metafora della nostra esistenza. Continua a leggere…

“Manco fosse oro” (I libri, il sistema antifurto e Majakovskij)

La biblioteca comunale del suo paese si era dotata da poco di un sistema antifurto a protezione dei libri, un allarme elettronico installato all’ingresso della biblioteca stessa, che in combinazione con delle strisce magnetiche inserite all’interno dei libri, li avrebbe protetti, da allora in poi, da eventuali malintenzionati. Questo significava che per il prestito librario, oltre alla firma dell’utente sul registro e sulla scheda, era necessario strisciare il dorso del libro su un apparecchio per smagnetizzarlo, così da evitare che suonasse l’allarme al momento dell’uscita.

I primi giorni quest’ultima operazione non era così automatica come sarebbe divenuta negli anni successivi. La bibliotecaria, che lo conosceva da quando era bambino e che con lui aveva un rapporto di stima reciproca, doveva ancora abituarsi all’automatismo. Fu così che l’allora ragazzo assistette a una scena che qualche anno dopo gli sarebbe tornata in mente, in un’occasione inaspettata. Una signora aveva accompagnato la figlia a prendere in prestito un libro, su suggerimento della maestra della bimba, che voleva avviare le sue giovani allieve alla lettura sin da quell’età. Lui si trovava dietro uno scaffale, intento a leggere il “suo” amato Dostoevskij, ma poteva sentire i dialoghi tra la signora e la bibliotecaria. Intuì che dopo qualche ricerca la ragazzina aveva scelto un libro e che stava per uscire dalla biblioteca insieme alla madre.

Dopo pochi secondi suonò l’allarme. La bibliotecaria, presa dai saluti, si era dimenticata di passare il libro sullo smagnetizzatore. Poteva capitare, essendo stato appena montato.

– Non si preoccupi, non è nulla, dovevo passarlo quassù – disse sorridendo, per rassicurare la mamma della ragazzina.

– Ah, chissà che credevo! Manco fosse oro! – rispose la signora, con tono che a lui parve piccato e piuttosto inadeguato all’occasione. Continua a leggere…

Federico García Lorca e The Clash.

(“Punti di tangenza”). Per la rubrica sulle affinità tra musica e letteratura oggi propongo “Spanish bombs” dei Clash e Federico García Lorca. Il testo della canzone è un esplicito rimando ai tragici eventi della Guerra Civile spagnola, e in particolare è citata l’atroce fucilazione del poeta spagnolo, “colpevole” di essersi opposto ai franchisti. Non sono uno storico e non è il caso di mettersi qui a ricordare dettagliatamente quegli eventi (anche perché sarei inevitabilmente sommario e impreciso), chi volesse approfondire l’argomento può tranquillamente trovare anche sul web le opportune informazioni. Lo stesso vale per chi volesse saperne di più sul poeta (a una prima sommaria ricerca ho trovato, per esempio, il sito della “Fundación Federico García Lorca”).

Di seguito, la canzone dei Clash e una poesia di García Lorca. Premetto che ho letto qualcosa del poeta spagnolo, ma non lo conosco a fondo. In biblioteca, oggi pomeriggio, ho iniziato a rimediare, leggendo un po’ di poesie. Ho scelto di pubblicare “Grido a Roma (dalla torre del Chrysler building)”, che il poeta scrisse a New York nel ’29 – ’30 e che mi sembra particolarmente toccante nonché attuale.

“Spanish songs in Andalucia
The shooting sites in the days of ’39
Oh, please leave the vendanna open
Fredrico Lorca is dead and gone
Bullet Holes in the cemetery walls”lls

Grido verso Roma

(Dalla torre del Chrysler Building)

(Federico García Lorca, dalla raccolta “Poeta a New York”, 1929 – 1930)

Mele leggermente ferite

da sottili spadini d’argento,

nuvole strappate da una mano di corallo

che porta sul dorso una mandorla di fuoco,

pesci d’arsenico come squali,

squali come gocce di pianto per accecare una folla,

rose che feriscono

e aghi installati nei tubi del sangue,

mondi nemici e amori ricoperti di vermi

cadranno su di te. Cadranno sulla gran cupola Continua a leggere…

Fame di Letteratura (in pizzeria con i miei Autori preferiti)

Qualche tempo, fingendomi gestore di un pub – pizzeria, organizzai una serata in compagnia di una ventina di autori, immaginando anche come avrebbero potuto sedersi ai vari tavoli. Scelsi quei venti perché erano (sono) autori dei quali ho letto quasi tutto, e che si ripresentano ciclicamente ai miei occhi di lettore.

Ho deciso di riprendere quel gioco e allargare gli inviti ad altri autori che ammiro. A maggior ragione, stavolta che sono molti di più, mi tocca suddividerli per tavoli. Cercherò anche di immaginare, sia pure in maniera molto sintetica, quale potrebbe essere l’argomento di conversazione di ciascun tavolo.

P.s.: la suddivisione ovviamente è per gioco, perché sarebbe ridicolo operare classificazioni di qualsiasi tipo. Detto questo, però, alcuni tavoli non li ritengo per niente casuali. Li ho “composti” in una certa maniera perché il mio modo di “sentire” certi autori mi ha portato a “vedere” delle affinità tra di loro.  I link su ciascun autore rimandano a biografie (per esempio dal sito Treccani), miei articoli precedenti o video tratti da Youtube, Rai Letteratura, etc.

  • Tavolo 1

Dostoevskij, Kafka, Beckett e Bernhard. Potrebbero discutere di Dio, ma non in tono accademico, bensì narrandosi storie. Penso che Dostoevskij e Bernhard potrebbero essere i due più loquaci. Kafka prenderebbe la parola ogni tanto, ma si esprimerebbe più per simboli. Beckett invece tacerebbe per quasi tutta la serata, salvo esprimere di tanto in tanto la sua sintetica e tagliente opinione.

  • Tavolo 2

 Proust, Joyce, Musil, Mann e Woolf. Qui la conversazione la vedo dura, perché ciascuno dei quattro potrebbe tenere banco o stare zitto per ore. Credo che parlerebbero del tempo, della coscienza, della percezione di sé, del romanzo filosofico.

  • Tavolo 3

Molière, Diderot, Stendhal e Balzac. Sciovinismo francese. Potrebbero cominciare a parlare di Napoleone, ma penso che poi finirebbero per raccontarsi qualche intrigante e galeotta avventura della provincia parigina. Penso che da questo tavolo potrebbero spesso elevarsi delle risate sbellicate.

  • Tavolo 4

Baudelaire e Poe. Non potevo non metterli assieme, lo dovevo a Charles. Ornitologia applicata alla poesia, albatros e corvi all’ordine del giorno. Continua a leggere…

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