Tra sottosuolo e sole

(Non) si diventa ciò che (non) si è.

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“Nella casa della gioia” (Franz Werfel)

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“Le dame, almeno quelle che non attendevano ai servizi più intimi, erano al loro posto. Attraversavano il locale con passo ondeggiante, si giravano davanti allo specchio, il viso assorto in un’estasi solitaria, chiedevano sigarette con cortese freddezza e si sedevano per qualche istante, ora ad una tavola ora all’altra, con fare condiscendente e interessato. Sembravano penetrate dal sentimento di una singolarissima dignità, una dignità che si comunicava a ciascun pensionante di quella casa aristocratica e d’antica fama. Essere lì significava entrare in ambienti di vita superiore. Questa dignità trovava espressioni svariate. A differenza di altri locali del genere, qui pochissime portavano vestiti corti; la maggior parte portava bizzarri négligés, vestaglie fluttuanti; Valeska, la più pomposa di tutte, aveva perfino un vero e proprio abito da ballo, che alla festa dell’Opera o a quella degli Avvocati si sarebbe meritato una particolare menzione dalla cronaca giornalistica. Nonostante l’impaccio del vestito avveniva talvolta, non troppo spesso, che una si denudasse le gambe per prender fuori dalla calza un astuccio di sigarette o di cipria.”

(Franz Werfel, “Nella casa della gioia”, ed. Guanda)

Nell’immediata vigilia della prima guerra mondiale, in Via del Camoscio, in una grande città dell’Impero asburgico, e più precisamente nella Sala Azzurra, s’incontrano, in nome della “gioia”, militari, intellettuali, giovani studenti, panciuti agrari dalle voglie insoddisfatti con ragazze intente a soddisfare i bollori dei predetti nonché a bisticciare tra loro.

Franz Werfel, che ho già ammirato in “Una scrittura femminile azzurro pallido”, è abile nel descrivere, con ironia, un’atmosfera carica di languide carezze, ma al tempo stesso attraversata da un alito di morte sopravveniente che presto diventerà vento di guerra, decretando la decadenza della casa di tolleranza e di un intero Impero. Il romanzo è breve e si legge tutto d’un fiato, perché l’autore condisce il tutto con fine ironia, pungendo con la penna i personaggi imbellettati che si recano a ricevere gioia ed elargire denaro.

 

“Una scrittura femminile azzurro pallido” (Franz Werfel)

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“Lì, fissò a lungo con occhi atterriti la severa calligrafia femminile, dai caratteri ben allineati, soppesando in continuazione quella lettera leggera senza tuttavia osare aprirla. Quei caratteri scarni lo guardavano con una forza espressiva sempre più intensa, fino a investire un po’ alla volta tutto il suo essere, come un veleno che gli paralizzava il battito. Mai avrebbe immaginato, nemmeno nell’incubo più angoscioso, di poter rivedere la calligrafia di Vera. Da dove veniva quella paura inconcepibile, indegna di una persona come lui, che lo aveva assalito poco prima, quando in mezzo a quel mucchio di posta insignificante si era sentito d’un tratto fissato da quella lettera? Di sicuro uno spavento che risaliva alle origini della sua esistenza. Ma un uomo che ha raggiunto quelle vette e che ha quasi portato a termine il proprio cammino non può spaventarsi in quel modo. Per fortuna Amelie non si era accorta di nulla. Perché quello spavento che sentiva ancora in tutte le sue membra?”

(Franz Werfel, “Una scrittura femminile azzurro pallido”, ed. Garzanti)

Talvolta anche la soglia di un pub si rivela occasione utile a stimolare l’incontro con autori/romanzi e proprio questo mi è capitato con Franz Werfel, nato a Praga nel 1890 e poi, dopo l’annessione nazista dell’Austria, costretto a fuggire in Italia, Francia e Stati Uniti. Werfel, per me, era un nome noto, ma mai approfondito, finché qualche settimana fa un avventore (non “patibolare”, cit. Roberto Bolaño) mi ha parlato di lui e quindi, trovandomi in libreria per altri motivi, ho scelto di presentarmi a Werfel acquistando “Una scrittura femminile azzurro pallido”, incuriosito non tanto dal titolo, quanto piuttosto dalla sintesi in ultima pagina.

Ambientato nella Vienna degli anni ’30 del Novecento, in un’Austria non ancora succube del nazismo ma sulla via per esserlo, il romanzo (breve) narra le vicende di Leonilda, detto Leon, burocrate ministeriale cinquantenne, appagato dal suo ruolo e dal suo matrimonio di convenienza con Amelie, di undici anni più giovane di lui, discendente di una famiglia molto influente e dunque fonte imprescindibile dell’ascesa sociale del funzionario, misteriosamente affascinante agli occhi della donna. Sul volto di Leon è stampato il sorrido beffardo e ambiguo di chi “ce l’ha fatta” ad emergere e si pavoneggia della cosa; la sua esistenza sembra scorrere tranquilla, in superficie, senza scavi nelle profondità della psiche, finché, tra le varie e inutili lettere ricevute in occasione del suo cinquantesimo compleanno, ne sbuca una molto particolare, scritta con grafia femminile, a mano, in un inchiostro azzurro pallido, una missiva che sconvolge l’uomo.

Leon, infatti, sa benissimo che a scriverla è stata Vera Wormser, un’ex studentessa di filosofia con la quale egli aveva avuto, diciotto anni prima, una storia d’amore bruciante, appena un anno dopo essersi sposato con Amelie. Nella lettera la donna, con tono freddo e distaccato, gli chiede d’intercedere per un diciottenne impossibilitato a frequentare le scuole in Germania perché ebreo. Per Leon è ovvio pensare che il ragazzo possa essere frutto di quella relazione adulterina che sembrava essere sepolta nell’oblio e che invece riemerge dal passato, peraltro rimettendo Leon di fronte ai meschini comportamento che all’epoca aveva tenuto sia nei confronti di Amelie, candidamente innamorata di lui e da sempre totalmente ignara di quanto accaduto, sia nei confronti di Vera, sedotta e abbandonata senza troppi complimenti. Cosa deve fare Leon: strappare la lettera, come già fece alcuni anni prima, oppure cercare Vera e rischiare di cadere in un abisso sconosciuto?

Non proseguo nella descrizione degli eventi per non rovinare la lettura a chi si è imbattuto in queste mie parole, ma aggiungo che Werfel è molto abile nel descrivere i turbamenti che affliggono Leon, il senso di colpa, i dubbi feroci, l’immaginazione che lo spinge a fantasticare su scenari ipotetici ormai irrealizzabili, a chiedersi come sarebbe potuta mutare la sua esistenza se diciotto anni prima avesse seguito il cuore (cioè Vera) invece che aspirazioni di altro genere. Le scelte che l’esistenza gli sottopone ora sono dolorose e non può più fingere, costretto com’è a ignorare definitivamente le istanze del suo cuore oppure a rimettere in discussione tutta la gabbia sociale che ormai ha costruito attorno a sé.

Il romanzo si legge in un pomeriggio o almeno io sono stato avvinto dalla prosa di Werfel, autore che, a questo punto, approfondirò in altre sue opere, sperando siano all’altezza di questa prima e appagante lettura.

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