Tra sottosuolo e sole

(Non) si diventa ciò che (non) si è.

Archivio per la categoria “Svevo”

“Avevi un bel nome. Romanzesco”

In un vecchio e dimenticabile articolo, riflettevo (eufemismo) sul problema dell’identificazione tra il lettore e i personaggi di un romanzo. In questo breve ma altrettanto dimenticabile scritto, aggiungo qualche riflessione sui nomi dei personaggi romanzeschi e sull’influenza nefasta che gli stessi possono avere sull’esistenza di un individuo lettore e soprattutto su quella di chi, incolpevole, si trova nel suo raggio visivo ed emotivo. Proprio perché affascinanti ed evocanti avventure mirabilmente narrate, certi nomi possono imporsi alla mente del lettore patologico come rappresentativi di chissà quale valore morale, etico, sentimentale, sessuale, sociologico, in un moderno e ingiustificato delirio da “nomen omen”.

In concreto, quali sono i sintomi del delirio da nome romanzesco? Il lettore conceda allo scrivente, cioè a me, di tirare in ballo situazioni personali, che non interessano a nessuno, è evidente, ma che potranno meglio chiarire il discorso anche a un livello più generale. “Avevi un bel nome, dopo tutto. Romanzesco”, questa la mia mesta considerazione allorquando, Continua a leggere…

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“Monsieur Verdoux”, la Crisi e il cubo di Rubik inopportuno.

Trascrivo qui, riadattato e modificato, quello che doveva essere un discorso introduttivo alla visione di “Monsieur Verdoux” di Charlie Chaplin, nell’ambito della rassegna cinematografica “Krisis, tra filosofia, estetica, sopravvivenza e fantascienza”, organizzata nel mio paese da alcuni miei amici, uno dei quali ha chiesto anche a me di dire qualcosa sul tema della “crisi” e sul film.

Specifico che un altro mio amico ha affrontato, contestualmente, questo tema sotto il profilo storico (crisi del 1929 rapportata a quella attuale) e poi ci ha parlato di “Guernica” di Picasso. Specifico che sulla resa orale del testo riportato non oso azzardare un giudizio su me stesso, ma sono certo (non avendo portato con me un promemoria) di aver omesso, aggiunto, modificato gran parte di quanto avevo preparato. Specifico inoltre che tutto quanto segue è frutto solo di una ricerca appassionata e che non sono uno studioso né di letteratura né di cinema né, soprattutto, di storia, ma un semplice lettore curioso.

Non specifico più nulla e vi lascio, ammesso che non vi siate già stufati, ai miei deliri.

1. LA LETTERATURA DELLA CRISI

“Crisi” è una parola che negli ultimi anni abbiamo ascoltato o letto chissà quante volte nei telegiornali, nei quotidiani, su internet o anche semplicemente per strada. Come tutte le parole, quando sono abusate, rischiano di veder il loro significato sminuito. “C’è la crisi” è diventato uno slogan molto in voga, talvolta persino un alibi. Ora, a livello macroscopico, di grandi numeri, sono gli analisti, gli economisti, gli esperti a ciò preposti a spiegarci, con termini spesso molto tecnici, cosa significa una crisi economica (a tal proposito segnalo, per esempio, le pagine sul sito Treccani sulla crisi del 1929, con qualche riferimento all’attuale).

A livello individuale, però, non c’è bisogno dei suddetti esperti. Ciascuno di noi percepisce sulla propria pelle la difficoltà e talvolta si definisce in crisi. La crisi, il clima generale di sfiducia, di perdita di aspettative nel futuro, la sentono i singoli individui; i numeri sui milioni di disoccupati c’impressionano, ma ancora di più ci colpisce vederla sul volto di un nostro conoscente soprattutto siamo colpiti quando noi, in prima persona, perdiamo certezze, di qualsiasi tipo esse siano.

È banale, ma forse non superfluo, ricordare che la questione “crisi” è molto soggettiva. C’è chi si lamenta che la crisi economica è grave perché non può concedersi quattro cocktail la sera al bar e chi, purtroppo, ha ben altri e più drammatici problemi. C’è chi, poi, non sa nemmeno quale sia la differenza tra un periodo di crisi e uno senza, o perché talmente benestante da non risentirne o perché, al contrario, non ha tempo per disquisizioni come questa ed è impegnato a sopravvivere. Su questo, non ritengo sia necessario aggiungere altro.

La crisi non è una parola legata solo a incertezze finanziarie, che semmai possono enfatizzare altri tipi di crisi. Mi riferisco a situazioni che tutti voi avrete, chi più chi meno, provato. Crisi sentimentali, relative a scelte da compiere, a rapporti sociali di vario genere, o anche, potrebbe capitare, la crisi di chi va nel panico durante un intervento in pubblico e non sa più cosa dire.

(a questo punto, in realtà, nel mio discorso orale s’è inserita una grossa parentesi, che in parte ha “mangiato” tutto la parte del discorso che segue, riprendendone alcuni spunti, ma più che altro cestinando i riferimenti letterati che avevo preparato; in sostanza, ho tirato fuori un’assurda riflessione scaturita quasi al momento dell’inizio del discorso, causata dalla visione del cubo di Rubik. Continua a leggere…

“Cronache dal big-bang. L’unica gioia al mondo è cominciare” (a cura di Lidia Sirianni e Fabio Pierangeli)

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“Unica gioia al mondo è cominciare. È bello vivere perché vivere è cominciare, sempre, ad ogni istante. Quando manca questo senso – prigione, malattia, abitudine, stupidità – si vorrebbe morire”

(Cesare Pavese)

“Quando inizia un romanzo? È quasi altrettanto difficile rispondere a questo interrogativo quanto alla domanda: in che momento un embrione diventa un essere umano? Di certo la creazione di un romanzo ha raramente inizio quando si scrivono a penna o a macchina le prime parole. La maggior parte degli scrittori si dedica a un lavoro preliminare, anche se questo si svolge soltanto nella loro mente.

Molti preparano con cura il terreno per settimane oppure mesi, elaborando diagrammi dell’intreccio, compilando il curriculum vitae dei personaggi, riempiendo il taccuino di idee, ambientazioni, situazioni, battute che in seguito saranno utilizzate durante il processo della composizione. Ogni scrittore o scrittrice dispone di un suo metodo di lavoro.

Henry James, per Le spoglie di Poynton, buttò giù appunti di tale ampiezza e interesse da eguagliare, quasi, lo stesso romanzo. Muriel Spark, da quel che ne sappiamo, rimugina nella mente l’idea di un nuovo romanzo ed evita di mettere nero su bianco fino a che non abbia trovato un titolo e una frase d’inizio soddisfacenti. Per il lettore, comunque, il romanzo inizia sempre con la frase d’apertura (che, naturalmente, non sempre è la prima scritta originariamente dal romanziere). E poi con la frase seguente e quella successiva…

Quand’è che finisce l’inizio di un romanzo? Ecco un’altra domanda cui è difficile trovare risposta. Finisce al primo paragrafo, con le prime pagine, oppure con il primo capitolo? Comunque lo si definisca, l’inizio di un romanzo è la soglia che separa il mondo reale dal mondo immaginato dal romanziere. È il punto, pertanto, in cui dovremmo sentirci, come si suol dire, “attirati dentro la vicenda”.

(tratto da “Quando comincia un romanzo? Divagazione sugli incipit”, di Lidia Sirianni, in “Cronache dal big-bang. L’unica gioia al mondo è cominciare”, editore Hacca)

In una delle deliranti “lezioni” del mio “Corso di Scrittura Rinunciataria”, mi ponevo il problema di come iniziare un romanzo, tema molto affascinante, che affrontavo in chiave aut-ironica e che è l’oggetto del libro “Cronache dal big – bang. L’unica gioia al mondo è cominciare”, della casa editrice Hacca, volume che acquistai nel dicembre 2011 alla “Fiera della piccola e media editoria” di Roma, su suggerimento della mia amica “virtuale” Lidia Sirianni, curatrice del libro assieme a Fabio Pierangeli.

Ho impiegato un po’ di tempo prima di leggerlo, ma adesso che l’ho fatto voglio divulgarlo su queste pagine, perché mi ha fornito diversi spunti, anche se non ho risolto il dilemma su come eventualmente iniziare il mio romanzo, almeno quello che sarà ritrovato postumo, tra cent’anni, in mezzo alle scartoffie nella mia stanza. A parte le mie questioni, nel libro sono riportati diciassette incipit tra i più noti della letteratura mondiale, ciascuno commentato da scrittori viventi, più o meno noti (almeno a me) o aspiranti tali. Tanto per citare qualche titolo scelto di mio particolare gradimento, ci sono “Lo straniero” di Camus, “Memorie dal sottosuolo” di Dostoevskij, “I ventitré giorni della città di Alba” di Fenoglio, “Moby Dick” di Melville, “Il nipote di Rameau” di Diderot.

Sarei falso se dicessi che tutti i commenti mi hanno entusiasmato, qualcuno non mi ha convinto, magari perché non ho letto quel libro o perché non mi ha lasciato molto a livello emotivo. Tuttavia, se sono qui a suggerirvene la lettura, è perché altri mi sono parsi interessanti, sia per la scelta del romanzo che per il ricordo o l’analisi associato all’incipit dello stesso. Del resto, sul gradimento o meno dei singoli interventi la questione è molto soggettiva, ciò che a me è parso di rilievo a un altro potrà sembrare scialbo o viceversa.

Oltre a questi interventi, c’è un breve ma notevole saggio di Giulio Ferroni sugli incipit di Marías, c’è quello della Sirianni dal quale ho tratto la citazione iniziale e alcune brevi conversazioni con altri scrittori, tra i quali segnalo quella con il compianto Antonio Tabucchi, che sentito particolarmente affine ai miei gusti quando elenca, tra gli incipit che più l’hanno colpito, quelli di Proust, Kafka, Camus e Beckett.

A proposito, devo confessare la mia sana invidia nei confronti di alcuni degli scrittori che hanno avuto modo di commentare gli incipit dei titoli che ho riportato sopra, cioè quelli dei romanzi che più ho gradito. Scherzo, ovviamente. Per chiudere, aggiungo qui sotto alcuni incipit che sono andato a ripescare dalla mia libreria.

“Nell’ora di un caldo tramonto primaverile apparvero presso gli stagni Patriaršie due cittadini.”

(“Il Maestro e Margherita”, Michail Bulgakov)

“Edoardo – daremo questo nome a un ricco barone nel fiore dell’età virile – aveva trascorso l’ora più bella di un pomeriggio d’aprile nel suo vivaio, per innestare su giovani tronchi delle marze ricevute da poco. Il lavoro era appena terminato. Egli riunì gli attrezzi e li ripose nella custodia. Mentre osservava soddisfatto la propria opera, arrivò il giardiniere, che sorrise compiaciuto per la collaborazione e lo zelo del padrone.

“Hai per caso visto mia moglie?”, domandò Edoardo mentre s’accingeva ad andarsene.

(“Le affinità elettive”, Johann Wolfgang Goethe)

“Qualcuno doveva aver calunniato Joseph K., poiché un mattino, senza che avesse fatto nulla di male, egli fu arrestato”.

(“Il processo”, Franz Kafka)

“Quando Gregor Samsa si svegliò una mattina da sogni inquieti, si trovò trasformato nel suo letto in un immenso insetto”.

(“La metamorfosi”, Franz Kafka)

“Da trentacinque anni lavoro alla carta vecchia ed è la mia love story. Da trentacinque anni presso carta vecchia e libri, da trentacinque anni mi imbratto con i caratteri, sicché assomiglio alle enciclopedie, delle quali in quegli anni avrò pressato sicuramente trenta quintali, sono una brocca piena di acqua viva e morta, basta inclinarsi un poco e da me scorrono pensieri tutti belli, contro la mia volontà sono istruito e così in realtà neppure so quali pensieri sono miei e provengono da me e quali li ho letti…”

(“Una solitudine troppo rumorosa”, Bohumil Hrabal)

“Solenne e paffuto, Buck Mulligan comparve dall’alto delle scale, portando un bacile di schiuma su cui erano posati in croce uno specchio e un rasoio. Una vestaglia gialla, discinta, gli levitava delicatamente dietro, al soffio della mite aria mattutina. Levò in alto il bacile e intonò:

– Introibo ad altare dei.

(“Ulisse”, James Joyce)

“Al compimento del trentesimo anno, Zarathustra lasciò la sua patria e il lago della sua patria e andò sui monti.”

(“Così parlo Zarathustra”, Friedrich Nietzsche)

“Subito, con le prime parole che le rivolse, volle avvisarla che non intendeva compromettersi in una relazione troppo seria”.

(“Senilità”, Italo Svevo)

“La bocca socchiusa, le braccia abbandonate lungi i fianchi, Milton guardava la villa di Fulvia, solitaria sulla collina che degradava sulla città di Alba.

Il cuore non gli batteva, anzi sembrava latente dentro il suo corpo”

(“Una questione privata”, Beppe Fenoglio)

Mi fermo qui, altrimenti più che un articolo diventa un romanzo.

“Senilità” (Italo Svevo)

Senilità

“Emilio arrossì. Gli parve di poter leggere negli occhi di ogni passante un giudizio ingiurioso. La guardò ancora. Evidentemente ella aveva nell’occhio per ogni uomo elegante che passava, una specie di saluto; l’occhio non guardava, ma vi brillava un lampo di luce. Nella pupilla qualche cosa si moveva e modificava continuamente l’intensità e la direzione della luce. Quello’occhio crepitava! Emilio si attaccò a questo verbo che gli parve caratterizzare tanto bene l’attività in quell’occhio. Nei piccoli movimenti rapidi, imprevedibili della luce, pareva di sentire un lieve rumore. – Perché civetti? – chiese egli costringendosi a un sorriso. Senz’arrossire e ridendo, ella rispose: – Io? Ho gli occhi per guardare, io. – Ella era dunque consapevole del movimento del suo occhio; s’ingannava soltanto dicendolo “guardare”…

Oh, ella non sapeva fingere. La donna ch’egli amava, Ange, era una sua invenzione, se l’era creata lui con uno sforzo voluto; essa non aveva collaborato a questa creazione, non l’aveva neppure lasciato fare perché aveva resistito. Alla luce del giorno il sogno scompariva. – Troppa luce! – mormorò egli abbacinato. – Andiamo all’ombra.”

(Italo Svevo, “Senilità”)

Il primo pensiero che mi viene in mente nello scrivere le mie impressioni su “Senilità” è che c’è una certa differenza tra il leggerlo a diciotto anni, o poco più, come feci la prima volta, e il leggerlo all’incirca all’età del protagonista. Nel primo caso potevo sperare di non provare, nel mio futuro, sensazioni simili a quelle dell’Emilio Brentani, nel secondo posso prendere atto dell’inquietante vicinanza emotiva di alcune di quelle pagine alle mie (in)esperienze, sulle quali affinità, però, è bene sorvolare in questa sede. La seconda idea è che la rilettura di “Senilità” mi ha convinto più di quanto non avesse fatto, in seconda battuta, il più celebre “La coscienza di Zeno”. Terzo pensiero sparso è che Joyce, Continua a leggere…

La coscienza di Zeno (Italo Svevo)

“Grazie del romanzo con la dedica. Ne ho due esemplari anzi, avendo già ordinato uno a Trieste. Sto leggendolo con molto piacere. Perché si dispera? Deve sapere ch’è di gran lunga il suo migliore libro.”

(James Joyce, lettera a Italo Svevo)

“La verità è che l’arte di Italo Svevo, che ha i suoi difetti ma non è mediocre mai, imponeva un esame di coscienza troppo imperativo alla mediocrità costitutiva del nostro ambiente letterario. In quest’ambiente, regolato già da una scala di valori mutevoli e stiracchiabile come una fisarmonica, l’autenticità e l’impegno di Schmitz stonavano e offendevano come segni d’altri tempi. Si preferì ignorarlo, metterlo in forse, rimproverargli la propria razza, correggergli la grammatica: l’unica cosa che alcuni (non tutti né molti) dei nostri scrittori ‘ufficiali’ potessero forse insegnargli.”

(Eugenio Montale, articolo su “La fiera letteraria” del 23 settembre 1928)

Ho scelto di iniziare la stesura di queste mie impressioni su “La coscienza di Zeno” con le frasi di Joyce e Montale perché i due furono tra i primi a intuire la valenza letteraria all’opera di Italo Svevo (Ettore Schmitz). Joyce conobbe Svevo a Trieste, fu il suo insegnante d’inglese, tra i due nacque un’amicizia e fu proprio il grande scrittore irlandese a incoraggiare l’italiano a non demordere dai tentativi letterari e a promuovere presso circoli letterari esteri il terzo romanzo di Svevo, pubblicato a distanza di molti anni dai precedenti (“Una vita” e “Senilità”), che non avevano riscosso successo. Montale, invece, scrisse alcuni articoli su Svevo, segnalandone, come nel passaggio sopra riportato, l’originalità nel contesto italiano, a prescindere da eventuali limiti riguardanti l’uso della lingua da parte di Svevo (in questo video dal portale di Letteratura della Rai possiamo ascoltare Montale che ricorda Svevo in occasione del centenario dalla nascita di Svevo).
Lessi “La coscienza di Zeno” tanti anni fa, credo avessi sedici o diciassette anni, Continua a leggere…

La coscienza dei pesci (Italo Svevo e i Nirvana)

(“Punti di tangenza”). Questo articolo entra abusivamente a far parte della mia sterile rubrica sulle affinità tra canzoni e libri. Sto rileggendo “La coscienza di Zeno”. Giunto a pagina 295, m’imbatto in alcune righe sulla pesca. Il mio cervello, per motivi che ovviamente conosce solo lui, mi ha ordinato di fischiettare sommessamente, senza farmi sentire dai passanti, “Something in the way” dei Nirvana, giustificandosi con il fatto che anche nel testo della canzone si parla dei sentimenti dei pesci. La domanda è: un pesce sente dolore, ha sentimenti, può comunicarcelo? Cos’è l’empatia per me, al di là della definizione che mi dà la Treccani?

Naturalmente non azzardo nemmeno a inoltrarmi su un tale sentiero, mi fermo alle domande senza cercare risposte. Non ho né le competenze né la voglia di addentrarmi in certi discorsi e poi, francamente, su certe noiose questioni è meglio interrogarsi da soli di fronte allo specchio o con la testa poggiata su un comodo cuscino.

Nell’ammettere, infine, che oggi non avevo di meglio da scrivere, vi lascio alle note dei Nirvana e ai due passaggi tratti dal libro di Svevo.

Something in the Way

Underneath the bridge

The tarp has sprung a leak

And the animals I’ve trapped

Have all become my pets

And I’m living off of grass

And the drippings from the ceiling

But it’s ok to eat fish

Cause they don’t have any feelings

Something in the way

(Nirvana, da “Nevermind”, 1991)

“Invece, una sera, spintovi dalla noia, finii con l’andare con lui a pesca. Al pesce manca ogni mezzo di comunicazione con noi e non può destare la nostra compassione. Se boccheggia anche quand’è sano e salvo in acqua! Persino la morte non ne altera l’aspetto. Il suo dolore, se esiste, è celato perfettamente sotto le sue squame”.

“E nell’acqua fosca si vide brillare l’argenteo corpo del grosso animale. Correva ormai rapidamente e senza resistenza dietro al suo dolore. Perciò compresi anche il dolore dell’animale muto, perché era gridato da quella fretta di correre alla morte”.

(Italo Svevo, “La coscienza di Zeno”, Ed. Frassinelli, pagine 295 e 300)

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