Tra sottosuolo e sole

(Non) si diventa ciò che (non) si è.

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“La vita breve” (Juan Carlos Onetti)

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“Possiamo parlare? Sì, naturalmente: possiamo parlare. La fiducia e la comprensione, eccetera. Ma se possiamo parlare, non m’interessa più. Se io posso dire ogni cosa, ogni cosa non ha altra meta che la tua intelligenza. Se io parlo e tu capisci ogni cosa, non capirai ciò che io potrei volere che tu capissi. Per capirmi, veramente, bisognerebbe che tu fossi così infuriato, che ti sarebbe impossibile capirmi. E neanche a me importa. Mi pare di star parlando a un cadavere; ma a un cadavere che può ragionare senza sbagliarsi. Il fatto è che l’amore è finito, Juanicho. Lo sappiamo, lo abbiamo ripetuto tante volte, che l’amore è comprensione. E tuttavia, dura soltanto finché non possiamo capire completamente, finché possiamo prevedere con timore la sorpresa, lo sconcerto, la necessità di cominciare a capire, di nuovo, dal principio. Juanicho, comincio a sentire, come si sente il trascorrere degli anni, che i piedi si stanno intirizzendo. E così, la sorgente della mia gioia non è qui e non sei tu?”

(Juan Carlos Onetti, “La vita breve”, ed. Einaudi)

Nello scrivere le mie impressioni su “La vita breve” di Juan Carlos Onetti, affermo subito che è uno dei più bei libri che abbia letto negli ultimi anni, una lettura appagante, coinvolgente, affascinante che consiglio a tutti, un viaggio alla scoperta del potere rigenerante della fantasia, ma anche del pericolo di confondere mondi immaginati con quello “reale” che viviamo.

Il protagonista nonché narratore è Juan Maria Brausen, che sta per essere licenziato dall’agenzia pubblicitaria per la quale lavora e alla cui moglie Gertrudis è stato appena asportato un seno. Il rapporto con la donna, con il passar dei giorni, diventa sempre più difficile, essendo l’uomo incapace di nascondere il senso di pietà che lo pervade verso la compagna, ormai più potente di ogni desiderio. Impossibilitato o senza la volontà necessaria per risolvere le sue beghe coniugali e lavorative, Brausen, dovendo scrivere una sceneggiatura, si lascia trasportare dall’impeto creativo, Continua a leggere…

“Il pozzo” (Juan Carlos Onetti)

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“L’amore è una cosa troppo meravigliosa perché uno possa stare a preoccuparsi del destino di due persone che non hanno fatto altro che averlo, inspiegabilmente. Non mi interessa sapere che cosa può capitare al signor Eladio Linacero e alla signora Cecilia Huerta Linacero. Basta scrivere i nomi per accorgersi quanto è ridicolo tutto questo. Era amore ed era finito, non c’era né prima né seconda istanza, era un vecchio cadavere. Che importa il resto. Ma nell’istruttoria c’è una cosa che non riesco a dimenticare. Non cerco di giustificarmi; possono scrivere quello che vogliono quei topi di fogna del tribunale. È tutta colpa mia: non mi interessa guadagnare soldi né avere una casa confortevole con radio, frigorifero, stoviglie e un water impeccabile. Il lavoro mi sembra una sciocchezza odiosa cui è difficile sottrarsi. La poca gente che conosco non merita che il sole le arrivi in faccia. Che mi importa di loro, e della signora Cecilia Huerta Linacero.

Ma nell’istruttoria si racconta che una notte svegliai Cecilia, che <<minacciandola la obbligai e la portai all’incrocio della rambla con calle Eduardo Acevedo>>. Là <<iniziai a comportarmi in modo anomalo, obbligandola ad allontanarsi e a tornare da me camminando, più volte, e a ripetere frasi senza senso>>. Si dice che ci siano vari modi di mentire, ma il più ripugnante di tutti è dire la verità, tutta la verità, però occultando l’anima dei fatti. Perché i fatti sono sempre vuoti, sono recipienti che prendono la forma del sentimento che li riempie.”

(Juan Carlos Onetti, “Il pozzo”, ed. Sur)

Giunto alle soglie dei quarant’anni, Eladio Linacero decide che è il momento di scrivere qualcosa sulla sua esistenza, anche se ammette di non saper scrivere. Nelle neanche quaranta pagine che costituiscono questo romanzo breve, Onetti, del quale avevo già apprezzato “Gli addii”, ci fa conoscere un uomo scettico, disilluso, malinconico, cinico, pessimista, e lo fa attraverso pochi ma incisivi ricordi che il protagonista ci narra, a cavallo tra una realtà ricordata con amarezza e il mondo dei sogni nei quali, tra gli altri, gli appare Ana María, morta a soli diciotto anni e da lui conosciuta fugacemente.

Mi fermo qui perché il libro si legge tutto d’un fiato e non avrebbe senso dilungarmi ulteriormente sulla breve, ma densa e poetica trama. La prossima tappa che percorrerò nel mondo di Onetti è il più corposo “La vita breve”.

“Gli addii” (Juan Carlos Onetti)

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“Così rimanemmo, io e l’uomo, virtualmente sconosciuti l’uno all’altro, come all’inizio; molto di rado, qualche pomeriggio, si sistemava nell’angolo del bancone per ripetere il suo profilo sopra la bottiglia di birra – di nuovo con il suo rigoroso abito da città, cravatta e cappello – per battersi con me nel consueto duello mai dichiarato: lui che lottava per farmi sparire, per cancellare la testimonianza di un fallimento e disgrazia che io mi ostinavo a presentargli; e io che lottavo per la dubbia vittoria di convincerlo del fatto che era tutto vero, malattia, separazione, disfacimento. Entrava e mi guardava negli occhi, con l’accenno di un sorriso che gli risparmiava il saluto, e smetteva di guardarmi subito dopo aver ricevuto le lettere; le riponeva nella tasca della giacca, cercando di non affrettarsi e di non inciampare, la testa e il corpo immobili, fingendo che nulla avessero a che fare con le cinque dita che armeggiavano sopra le buste. A volte chiedeva una birra; a volte ringraziava e se ne andava; e allora sì che arrivava a sorridere davvero, e con questo sorriso e con la voce della gratitudine tentava solo di tranquillizzarmi, di dirmi che io non ero responsabile di quello che gli avrebbero detto le lettere.”

(Juan Carlos Onetti, “Gli addii”, ed. Sur)

Sono giunto a Juan Carlos Onetti grazie al prezioso consiglio di un mio amico, che ai miei suggerimenti di stampo sudamericano (Julio Cortázar e Roberto Bolaño) ha contrapposto proprio Onetti, oltre a Roberto Arlt. Su quest’ultimo ancora non posso dire alcunché, non avendo ancora letto un suo libro, mentre Onetti mi ha colpito molto con “Gli addii”, romanzo breve pubblicato per la prima volta nel 1954. Parto dalla premessa generale che se un libro mi fa venire gli occhi lucidi, significava: a) è un gran libro; b) sono in una particolare predisposizione d’animo; c) entrambe le cose. Detto ciò, “Gli addii”, specie nel finale, mi ha fatto questo effetto, dunque questo già di per sé sarebbe un motivo valido per consigliarlo.

Come si può intuire dal titolo, il tema principale del romanzo è la morte, Continua a leggere…

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