Tra sottosuolo e sole

(Non) si diventa ciò che (non) si è.

Archivio per la categoria “Moravia”

“La ciociara” (Alberto Moravia)

la_ciociara

(Pubblicato nel 1957, il romanzo è la trasfigurazione letteraria dell’esperienza vissuta da Moravia ed Elsa Morante sulle colline circostanti Fondi, nel periodo settembre 1943-maggio 1944.
Nel romanzo, la narrazione è affidata a Cesira, popolana, negoziante a Roma e costretta, assieme all’ingenua figlia Rosetta, a scappare dalla capitale per rifugiarsi, appunto, sulle colline di Fondi.
Il libro è malinconico, tragico, scorrevole, una potente riflessione sullo squallore e la miseria umana che la guerra enfatizza a livelli estremi.)
“Ci disse pure il caso di una famiglia di sfollati che aveva passato quasi un anno in montagna, come noi, e poi discesa abbasso al momento dell’arrivo degli alleati e si era messa in una casetta sulla strada, a poca distanza dalla nostra: una bomba aveva preso in pieno quella casetta ammazzando tutti quanti: marito, moglie e quattro figli. Io ascoltavo queste cose senza dir nulla e così Rosetta. In altri tempi avrei esclamato: “Ma come? E perché? Poveretti. Guarda un po’ che fatalità.” Ma adesso non me la sentivo di dir nulla. In realtà le nostre disgrazie ci rendevano indifferenti alle disgrazie degli altri. E in seguito ho pensato che questo è certamente uno dei peggiori effetti della guerra: di rendere insensibili, di indurire il cuore, di ammazzare la pietà.”
(Alberto Moravia, “La ciociara”)

Annunci

“Agostino” (Alberto Moravia)

agostino

(Il tredicenne Agostino è al mare con la madre, vedova e piacente signora, che ricambia le attenzioni di un giovane sconosciuto. Per Agostino, è una lacerazione, aggravata dall’incontro con una banda di suoi coetanei, i quali, senza troppi riguardi, gli spiegano certe cose che lui, ingenuo, neanche sospettava.
Il ragazzo si trova, così, nella condizione di chi ha “perduto la primitiva condizione senza per questo essere riuscito ad acquisirne un’altra.”
Grande Moravia, al solito.)
“Ora provava un vago, disperato desiderio di varcare il fiume e allontanarsi lungo il litorale, lasciando alle sue spalle i ragazzi, il Saro, la madre e tutta la vecchia vita. Chissà che forse, camminando sempre diritto davanti a sé, lungo il mare, sulla rena bianca e soffice, non sarebbe arrivato in un paese dove tutte quelle brutte cose non esistevano. In un paese dove sarebbe stato accolto come voleva il cuore, e dove gli sarebbe stato possibile dimenticare tutto quello che aveva appreso, per poi riapprenderlo senza vergogna né offesa, nella maniera dolce e naturale che pur doveva esserci e che, oscuramente, presentiva. Guardava alla caligine che sull’orizzonte avvolgeva i termini del mare, della spiaggia e della boscaglia e si sentiva attratto da quella immensità come dalla sola cosa che avrebbe potuto liberarlo dalla presente servitù.”
(Alberto Moravia, “Agostino”, ed. Bompiani)

“Il disprezzo” (Alberto Moravia)

il disprezzo

“Presi dunque a vivere come un uomo che porta dentro di sé il malessere di una malattia incombente, ma non si decide mai ad andare dal medico; ossia cercando di non riflettere troppo né sul contegno di Emilia verso di me, né sul mio lavoro. Sapevo che un giorno avrei dovuto affrontare tale riflessione; ma appunto perché mi rendevo conto che essa era inevitabile, cercavo di ritardarla più che fosse possibile: quel poco che già avevo sospettato me la faceva evitare e anche, seppure in maniera inconsapevole, temere. Continuavo, così, ad avere con Emilia quei rapporti che a tutta prima, mi erano sembrati intollerabili e che, adesso, temendo il peggio, cercavo di persuadermi, senza riuscirci del tutto, che fossero normali: durante il giorno discorsi indifferenti, casuali, evasivi; la notte, ogni tanto, l’amore, con molto impaccio e non senza crudeltà da parte mia, senza alcuna vera partecipazione da parte di lei. Intanto continuavo a lavorare con diligenza e persino con accanimento, benché sempre più malvolentieri e con una ripugnanza sempre più decisa. Se avessi avuto il coraggio di definire a me stesso, fin da allora, la situazione in cui mi trovavo, avrei certamente rinunziato così al lavoro come all’amore, perché mi sarei convinto, come mi convinsi in seguito, che ogni vita si era ritirata da ambedue. Ma non avevo questo coraggio; e forse mi illudevo che il tempo si sarebbe incaricato di risolvere i miei problemi, senza alcuno sforzo da parte mia. Il tempo, infatti, li risolse, ma non nel senso che avrei desiderato. Così, tra Emilia che mi rifiutava se stessa e il lavoro al quale io mi rifiutavo, in un’aria sorda e oscura di attesa, i giorni passavano.”
(Alberto Moravia, “Il disprezzo”, ed. Bompiani)

“La solitudine” (Alberto Moravia)

Moravia

“Era chiaro che Mostallino con quella sua conversazione voleva fare intendere a Perrone che, nonostante la presenza della donna, nulla tra di loro era cambiato. E così anche Perrone avrebbe voluto che fosse. Invece, per quanto si sforzasse di mettere in quei discorsi la consueta foga, egli si accorgeva con dispetto che i suoi pensieri erano altrove. Non soltanto non sapeva quasi rispondere a tono alle domande dell’amico e ogni tanto inciampava e si incantava come colpito da amnesia, ma neppure riusciva ad evitare che i suoi sguardi si appuntassero con troppa frequenza su Monica ritta tra loro, le spalle al camino. Erano sguardi indocili che andavano a Monica anche quando avrebbe voluto rivolgerli all’amico; e per quanto cercasse di renderli almeno leggeri e casuali, si abbattevano invece su quelle belle membra come mani pesanti che vogliono palpare e ghermire. Quasi quasi si meravigliava Perrone che sotto quelle occhiate furtive e indiscrete, Monica non cacciasse ogni tanto un grido o trasalisse e si contorcesse come chi si senta ad un tratto brancicare da dita violente. Ma Monica, e questo accresceva il suo turbamento,nonché rinchiudersi pareva, al contrario, sotto o suoi sguardi, aprirsi e respirare meglio come un fiore carnoso sotto un’acqua che lo ristori. Ella rispondeva, è vero, ogni tanto agli sguardi di Perrone con sguardi furtivamente supplichevoli che parevano significare: non mi guardi in questo modo, si moderi, perché mi guarda così?; ma era chiaro che anche queste mute implorazioni facevano parte di una sua provinciale e rustica civetteria. Insomma, pareva già complice, già d’accordo con lui per tradire Mostallino alla prima occasione. Questo pensiero riempiva Perrone di ripugnanza; e pur non potendo fare a meno di cedere troppo spesso all’attrazione che esercitava su di lui la vista di Monica, si riprometteva con rabbiosa fermezza di non oltrepassare mai questa prima muta fase del suo involontario tradimento.”
(Alberto Moravia, “La solitudine”, in “Racconti”, ed. Garzanti)

“Boh” (Alberto Moravia)

moravia-boh

“Perché sono fatta così? Ieri, alle otto di sera ho ripetuto una volta di più all’Autodidatta (lo chiamo così per la sua passione per la cultura; in realtà ha nome Gaspare e fa il commerciante) che l’amavo alla follia; oggi, appena ventiquattr’ore dopo, l’aspetto pensando con accanimento alla maniera migliore, cioè più crudele e offensiva, di buttarlo fuori di casa. Cos’è avvenuto, dunque, tra ieri e oggi da far soffiare in senso così contrario il vento del mio sentimento? È quello che mi domando, rannicchiata sul letto sul quale passo praticamente la mia vita, nel mezzo del finimondo dei giornali e delle riviste illustrate, del telefono e degli elenchi telefonici, del vassoio della prima colazione e del vassoio del pranzo, della radio accesa e dei libri sfogliati e aperti.

Cerco il motivo di questa mia incredibile volontà e più lo cerco e meno lo trovo. Forse perché c’è, tra l’Autodidatta e me, una differenza di età, lui cinquanta ed io ventotto? o perché è sposato con tre figli grandi e nessunissima intenzione di lasciare la moglie per me? o perché è un negoziante, con un negozio neppure tanto in su, cioè di cravatte e di camicie, e io invece sono, come si dice, di famiglia “bene”, cioè di nobile casato, per giunta se non proprio ricca? o perché con me sfoggia la sua cultura, appunto, di autodidatta, in una maniera stregonesca, dandosi l’aria di essere onnisciente e io, dopo esserne stata a lungo affascinata, comincio, forse inconsciamente, a ribellarmi? o perché in amore è così innegabilmente virile e la virilità, si sa, soprattutto se compiaciuta, può essere irritante? In realtà sono tutti motivi insufficienti sia presi da soli che tutti insieme. E così, alla fine il solo motivo valido sembra essere, paradossalmente, l’assenza di motivi. Come quando si dice di una persona: “Non ho nulla da rimproverargli, ma c’è in lui qualcosa che proprio non va”; e questo qualche cosa che non va, porta alla fine all’ostilità e alla rottura.”

(Alberto Moravia, “Boh”, ed. Bompiani)   

Trenta racconti di donne che descrivono sé stesse, con tutte le contraddizioni che rimandano al titolo della raccolta, che è anche quello di uno dei racconti. Vittime o carnefici, le donne di questi racconti di Moravia sono tutte abbastanza taglienti e sarcastiche nelle descrizioni delle loro azioni più o meno aderenti alla morale comune. La perplessità che esse suscitano negli uomini che le attorniano non è altro che lo specchio della perplessità che provocano a loro stesse quando si analizzano (ma naturalmente vale anche il contrario). In sostanza, non ci si aspetti di uscire dalla lettura di “Boh” con la pretesa di aver compreso di più le donne (e gli uomini). Del resto, con un titolo così, non c’era da aspettarsi alcuna risoluzione. Detto ciò, Moravia, per quanto mi riguarda, è una garanzia di qualità eccelsa, dunque consiglio questo libro e mi rifugio nel mio personale e quotidiani “boh”.

“Memorie dal sottosuolo” (Fëdor M. Dostoevskij)

memorie_sottosuolo_dostoevs_1

Finita l’ennesima rilettura di “Memorie dal sottosuolo”, dopo aver ceduto la parola a Moravia, astenendomi dal fare considerazioni personali, riporto alcuni estratti provenienti dal sottosuolo stesso. Il titolo del blog, nel caso non si fosse capito, prende spunto anche da questo romanzo.

“È disgustoso ricordare tutto ciò ma anche allora era disgustoso. Perché mi rendevo conto un attimo dopo, pieno di rabbia, che era tutto una menzogna, una menzogna; tutti gli intenerimenti, i pentimenti, i propositi di rinascita erano una schifosa e smancerosa menzogna. Chiedetemi pure perché io alterassi e tormentassi me stesso in questo modo. Risposta: perché mi annoiavo moltissimo a starmene con le mani in mano, e allora mi abbandonavo ai ghirigori della fantasia. È così. Osservatevi meglio, signori, e allora capirete che è proprio così. M’inventavo avventure e mi costruivo una vita per vivere in qualche modo. Quante volte mi capitava…per esempio, di offendermi, così apposta, senza nessuna ragione. Eppure lo sapevo benissimo che non avevo alcun motivo di offendermi, ed era solo esibizione, eppure mi caricavo talmente che alla fine mi sentivo davvero offeso.”

“…e tutto ciò per il più futile motivo, cui non varrebbe neppure la pena di accennare: per il motivo cioè che l’uomo, sempre e comunque, chiunque esso sia, ama agire come vuole e non come consigliano la ragione e l’interesse; perché si può volere anche ciò che è contrario al proprio vantaggio ma a volte è positivamente indispensabile (almeno così la penso io). La propria personale, libera, indipendente volontà, il proprio capriccio foss’anche il più grossolano, la propria fantasia a volte esasperata fino ai limiti della pazzia, ecco cos’è quel vantaggio più vantaggioso, trascurato, che non rientra in alcuna classificazione e per il quale tutti i sistemi e le teorie se ne vanno costantemente al diavolo. Da dove l’hanno dedotto questi saggi che l’uomo deve volere la normalità e la virtù? Da che cosa nasce la loro supposizione che l’uomo deve volere ciò che è sensatamente vantaggioso? L’uomo ha bisogno soltanto di essere indipendente nella sua volontà di scelta, qualunque prezzo abbia la sua indipendenza e ovunque lo conduca. Insomma, lo sa il diavolo cosa vuole…”

“Annientate i miei desideri, sopprimete i miei ideali, mostratemi qualcosa di meglio, e io vi seguirò. Voi magari mi direte che non vale neppure la pena di stabilire un rapporto con me; ma in tal caso posso rispondervi la stessa cosa. Le mie riflessioni sono serie, ma se non volete prestarmi la vostra attenzione, non sarò io a pregarvi. Io ho il sottosuolo…ma del resto, sapete, io sono convinto che il “fratello” del sottosuolo occorre tenerlo a freno. È capace di starsene zitto, per quarant’anni, nel sottosuolo, ma appena esce alla luce esplode e comincia a parlare, parlare, parlare…”

“Ogni tanto un pensiero mi lancinava il cuore con una fitta acutissima e bruciante: il pensiero che sarebbero passati dieci, venti, quarant’anni, e io, anche fra quarant’anni mi sarei ricordato con disgusto e umiliazione di questi momenti, i più sudici, i più ridicoli, i più spaventosi di tutta la mia vita. Umiliare se stessi con maggior incoscienza e determinazione sarebbe stato impossibile; e io me ne rendevo perfettamente conto, perfettamente, e tuttavia…”

“E perché a volte ci agitiamo, su cosa ci incapricciamo, che cosa chiediamo? Non sappiamo neanche noi che cosa. Sarebbe peggio se le nostre capriccio se richieste venissero esaudite. Bene, provate, dateci per esempio un po’ più di autonomia, slegate a chiunque di noi le mani, ampliate la sfera delle attività, alleviate la tutela e noi…ve l’assicuro: noi chiederemmo di tornare immediatamente sotto tutela”

“Ma guardate più a fondo! Ormai non sappiamo neppure dove vive ciò che è vivo, e che cos’è, e come si chiama. Lasciateci soli senza libri e noi ci confondiamo subito, ci smarriamo, non sappiamo dove dirigerci, a cosa aggrapparci: cosa amare e cosa odiare; cosa apprezzare e cosa disprezzare. Noi sentiamo il peso perfino del nostro essere uomini, uomini con corpo e sangue nostri, autentici. Ce ne vergogniamo, lo consideriamo disdicevole e ci intestardiamo ad essere in-esistenti uomini-sociali. Noi, nati-morti ormai da molto tempo nasciamo non da padri vivi, e questo ci piace sempre di pià. Ci stiamo prendendo gusto. Presto troveremo il modo di nascere dalle idee. Ma basta. Non voglio più scrivere dal “sottosuolo”…”

(Fëdor M. Dostoevskij, “Memorie dal sottosuolo”, edizione Bur Rizzoli)

Alberto Moravia su “Memorie dal sottosuolo” di Dostoevskij.

Le Memorie dal sottosuolo sono del 1864; crediamo che raramente una data è stata così importante per fornire una chiave della comprensione di tutta l’opera di uno scrittore. Perché la data del 1864 è importante? Perché fino a quella data, anche se ha già scritto romanzi come Il sosia, Povera gente e Umiliati e offesi, Dostoevskij non è ancora l’autore di Delitto e castigo, di I demoni, di I fratelli Karamazov e di tutti gli altri romanzi sui quali incombe, senza mai arrivare a compimento, il progetto del “grande peccatore”. L’importanza delle Memorie dal sottosuolo sta nel fatto che per la prima volta Dostoevskij rivolge consapevolmente e, diciamolo pure, spietatamente lo sguardo a se stesso. Continua a leggere…

“I racconti 1927 – 1951” (Alberto Moravia)

Moravia

“La timidezza di Gianmaria, dovuta all’età giovanile e all’esuberanza chimerica dell’immaginazione, era così profonda e, nello stesso tempo, accompagnata da una tanto rabbiosa volontà di disinvoltura e di franchezza, che, spesso, il risultato era una strana sfrontatezza insieme imprudente e inutile. Gli accadeva così, ossessionato com’era dal timore di parere timido, di precipitare azioni che avrebbero richiesto lunghi e cauti approcci; oppure di buttarsi ad occhi chiusi, quasi spaventato dal proprio coraggio, in imprese ridicole o sterili o pericolose dalle quali ogni uomo sicuro di sé avrebbe rifuggito. Ancora, questa ostinata aspirazione a parere diverso da quello che era e a sforzare la propria natura, lo portava ad agire senza necessità, secondo certi suoi calcoli astratti e rigidi coi quali si illudeva di creare motivi e regole di condotta che in realtà gli mancavano affatto. E il tratto più curioso era che, una volta assunte queste parti insincere e puntigliose, come certi attori molto bravi, se ne investiva al punto di crederci; e di provare davvero quei sentimenti che in principio non aveva fatto che fingere”.

(Alberto Moravia, “L’imbroglio”, in “I racconti 1927 – 1925”, ed. Tascabili Bompiani)  

Alberto Moravia esordì nel mondo del romanzo con “Gli indifferenti”, pubblicato nel 1929, quando lo scrittore aveva appena ventidue anni ed era agli albori di una lunga carriera che l’avrebbe poi portato a scrivere, oltre a saggi, articoli giornalistici e reportage, una sfilza di altri romanzi, alcuni meno riusciti, la grande parte di assoluto rilievo, a cominciare da “La noia” (1960), che a mio parere, assieme a quello dell’esordio, costituisce una vetta dell’opera di Moravia. Il volume “I racconti 1927 – 1951” raccoglie, per l’appunto, una serie di racconti che Moravia elaborò in quel lungo periodo che intercorre tra le due opere sopra citate. Senza dimenticare che intanto produsse altri romanzi, si può dire che nei racconti stessi ritroviamo, talvolta solo accennate, altre più sviscerate, le tematiche caratterizzanti quei due libri e più in generale l’intera produzione narrativa dell’autore. Ambientati nell’ambiente della media borghesia romana, classe alla quale Moravia apparteneva ma che castigava nei suoi scritti, i racconti rivelano un mondo di relazioni ipocrite, spesso fondate unicamente sul potere corruttivo del denaro, su un’indifferenza reciproca malcelata e su rapporti amorosi che non riescono a redimere esistenze superficiali, inette, abuliche, dagli slanci di entusiasmo saltuari e improntate a una solitudine dalla quale è difficile sfuggire.

Un quadro così fosco, però, non deve indurre chi legge quest’articolo ad abbandonare i racconti di Moravia al suo destino infausto. Gli stessi, infatti, sebbene trattino gli argomenti predetti, sono tutt’altro che noiosi o angoscianti. A parte qualche eccezione, cioè qualche racconto meno riuscito, la maggiore parte sono pregevoli ritratti di personaggi alle prese con dilemmi, scelte e ambiguità che appartengono all’essere umano, che ne rivelano le grandezze e le brutture, non così disgiunte come una facile divisione tra bene e male potrebbe ipotizzare. Moravia ci guida in un’analisi della gelosia retrospettiva che coglie un’amante, analizza il percorso psicologico di un paziente ospedaliero che si crogiola nella sua malattia per fuggire dalla realtà, antipica “La noia” sviscerando l’atteggiamento ozioso di un ricco perdigiorno, delinea la figura di un avaro che anche nei rapporti sentimentali è incapace di donarsi e preferisce l’immaginazione alla realizzazione concreta delle sue speranze, svela i tortuosi meccanismi che legano due apparenti amici, e soprattutto analizza in modo mirabile i meccanismi della seduzione, un gioco pericoloso e spesso condotto con armi improprie e talvolta letali.

Tra quelli che più mi hanno convinto, segnalo “Inverno di malato”, “L’architetto”, “L’imbroglio” (del quale ho visto anche la trasposizione televisiva, certo non paragonabile al racconto ma fedele), “Ritorno dalla villeggiatura”, “La solitudine” e “L’avventura”.

“Racconti dell’Ohio” (Sherwood Anderson)

Racconti dell'ohio

“Il giovane che lasciava il paese per tentare l’avventura della vita cominciò a pensare, ma non pensò niente di troppo importante né di troppo drammatico. Non gli vennero in mente cose come la morte della madre, l’incertezza della sua futura vita in città, gli aspetti più seri e vasti della sua esistenza.

Pensò a piccole cose: Turk Smollet che portava le tavole sulla carriola per la vita principale del paese; una donna alta ed elegantissima che s’era fermata una notte nell’albergo del padre; Bull Wheeler, l’uomo che accendeva i lampioni e girava per le strade nelle sere d’estate con una torba in mano; Helen White alla finestra dell’ufficio postale di Winesburg mentre incollava il francobollo su una busta.

La mente del giovane era trascinata via dalla sua crescente passione per i sogni. A guardarlo non aveva l’aria molto in gamba. Mentre il ricordo di quelle piccole cose gli occupava la mente, chiuse gli occhi e si appoggiò sullo schienale. Rimase a lungo così e quando si mosse, e tornò a guardare dal finestrino, il paese di Winesburg era scomparso, e tutta la sua vita in quel luogo era diventata nient’altro che uno sfondo per dipingervi sopra i sogni della sua giovinezza”.

(Sherwood Anderson, “Racconti dell’Ohio”, ed Einaudi; titolo originale “Winesburg, Ohio”)

Devo la tardiva scoperta di Sherwood Anderson a Cesare Pavese e in particolare a un volume trovato nella biblioteca del mio paese, nel quale sono raccolti alcuni saggi dello stesso Pavese, relativi a scrittori statunitensi quali Faulkner, Dos Passos, Steinbeck e appunto Anderson.

Racconti dell’Ohio” (titolo originale “Winesburg, Ohio”) mi ha fatto pensare a un’altra grande opera, cioè “L’Antologia di Spoon River” di Edgar Lee Masters, Continua a leggere…

“Il conformista” (Alberto Moravia)

Moravia

“Ricordò improvvisamente che aveva finito le sigarette ed entrò in una tabaccheria, nella galleria di Piazza Colonna. Andò al banco e chiese le sigarette preferite; in quel momento stesso, altre tre persone chiedevano le stesse sigarette e il tabaccaio rapidamente disseminò, sul marmo del banco, davanti le quattro mani che tendevano il denaro, quattro pacchetti identici che con identico gesto le quattro mani ritirarono. Marcello notò che prendeva il pacchetto, lo palpava per vedere se fosse abbastanza morbido e quindi ne lacerava l’involucro nella stessa maniera degli altri tre. Notò pure che due dei tre riponevano come lui il pacchetto in una piccola tasca interna della giubba. Finalmente uno dei tre, appena uscito dalla tabaccheria, si fermava ad accendere la sigaretta con un accendino d’argento, in tutto simile al suo. Queste osservazioni destavano nel suo animo un compiacimento quasi voluttuoso. Sì, era uguale agli altri, eguale a tutti. A coloro che compravano le sigarette della stessa marca e con gli stessi gesti suoi, a coloro che, al passaggio di una donna vestita di rosso, si voltavano a sbirciare, e lui con loro, il fremito delle solide natiche sotto al tessuto sottile del vestito. Sebbene, come per quest’ultimo gesto, la somiglianza talvolta fosse in lui più voluta per imitazione che originata da analoga conformità di inclinazioni”.

(Alberto Moravia, “ll conformista”)

Marcello è un funzionario ministeriale, ma ancora di più una spia, ed è incaricato dal regime di andare a Parigi per inseguire un professore, suo vecchio conoscente e attivista anti-fascista. Servendosi di questa trama, e con sullo sfondo il ventennio fascista, Moravia tratteggia la figura del conformista, con esiti che vanno bel al di là dei riferimenti storici, dando sfoggio, anche in questo romanzo, della sua grande capacità di penetrare nella psicologia dei personaggi, mai banali o stereotipati, sempre posti di fronte a scelte, a passioni che scombinano le loro esistenze.

Ma cosa rende Marcello un conformista? O meglio, chi è il conformista del romanzo? Il conformista desidera la normalità per fuggire dalla sua diversità, ha bisogno di ordine e di sentire che le scelte che egli ha compiuto nella vita non potevano che essere quelle. Continua a leggere…

Navigazione articolo

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: