Tra sottosuolo e sole

(Non) si diventa ciò che (non) si è.

Archivio per la categoria “Montaigne”

“Goethe muore” (Thomas Bernhard)

goethe muore

“Mai il mondo mi è apparso più minaccioso e offensivo che da una vetta alpina. Mentre mio padre ripeteva più volte quanta quiete regnasse qui sulla vetta, una quiete maestosa, diceva lui, in fondo già non sopportava più la situazione tanta era l’irrequietezza, poiché là dove ci si attende la massima e assoluta quiete, là l’irrequietezza è più grande e assoluta che mai, e si affannava a ripetere che ora si trovava in uno stato di massima quiete, che tutti noi ci trovavamo in uno stato di massima quiete, diceva, e ci chiedeva se non sentissimo di trovarci in uno stato di massima e anzi effettivamente assoluta quiete, gli ho detto; di continuo sollecitava mia madre a dire e ad ammettere che ora ci trovavamo in uno stato di massima e assoluta quiete e anche la mamma lo diceva allora un paio di volte, che ci trovavamo in uno stato di massima e assoluta quiete, quanto silenzio, quanta quiete c’è qui, tutto è quiete, diceva, la massima quiete è qui. E siccome io non ero subito dello stesso parere dei genitori, ho detto, loro mi sollecitavano a dire che lassù in verità regnava la quiete assoluta e così, per porre fine alle loro intimidazioni, pure io dicevo che lassù in vetta regnava la massima quiete, l’assoluta quiete. Se non lo avessi detto, se avessi detto la verità, che cioè sulla montagna c’era la massima irrequietezza, avrebbero trovato il modo di ferirmi profondamente, ho detto. Così si accontentavano di sentirmi ripetere più volte le parole massima e assoluta quiete.”

(Thomas Bernhard, “Goethe muore”, ed. Adelphi)

Thomas Bernhard è tra i miei scrittori preferiti e “Goethe muore”, raccolta di quattro brevi racconti, potrei consigliarla a chi non lo avesse mai letto, se non fosse che, a mio avviso, Bernhard ha scritto di meglio e quindi tale consiglio potrebbe essere fuorviante. Ciò premesso, in questo libro sono condensati, in pillole, alcuni dei temi che caratterizzano le narrazioni di quest’autore che sa essere feroce, divertente, apocalittico Continua a leggere…

Annunci

“Da Montaigne a Proust. Ricerche sulla storia della cultura francese” (Erich Auerbach)

Auerbach

“E quest’opera è stata dettata dalla disperazione e dall’amara voluttà della disperazione. Il mondo di quest’opera è un carcere, in cui a volte c’è anche lo stordimento ed anche il lenimento; a volte, il godimento estatico dell’orgoglio dell’artista. Ma è un carcere senza uscita. E l’uscita non deve nemmeno esserci. Jean-Paul Sartre, così acuto e concreto, anche se troppo tendenzioso, ha descritto magnificamente il modo in cui l’uomo Baudelaire si è aperto la via in quella situazione senza uscita e si è lui stesso preclusa ogni possibilità di ritorno ed ogni scappatoia. Per lo studio della posizione storica dei Fleur du Mal è significativo constatare come proprio a metà dell’Ottocento un uomo abbia potuto giungere ad un’organizzazione interiore e ad una vita di quel genere, e sia anzi riuscito ad esprimersi pienamente, tanto da manifestare qualcosa che in quell’epoca era ancora nascosto e che molti, a poco a poco, per mezzo suo, scoprirono e conobbero.”

(Erich Auerbach, “Les Fleurs du Mal di Baudelaire e il sublime”, in “Da Montaigne a Proust. Ricerche sulla storia della cultura francese”, ed. Garzanti, 1970)

In questo testo sono raccolti una serie di saggi scritti da Auerbach nel corso della sua esistenza, a distanza di diversi anni l’uno dall’altro, accomunati dal riferirsi tutti ad autori francesi. Il sottotitolo, inoltre, ci fa comprendere come l’autore non si limiti a un’interpretazione dei singoli frammenti degli autori prescelti, ma tenti di inquadrare ciascuno di essi nel proprio orizzonte storico e culturale. Il primo saggio è su Montaigne, a suo avviso primo “uomo di lettere” moderno. Continua a leggere…

Montaigne, Wittgenstein, Nietzsche (e la “parola che tutti conoscono ma della quale nessuno sa il significato”)

Ricordo di aver letto una frase di Joyce, forse in “Ulisse”, nel quale definiva l’amore come “la parola che tutti conoscono ma della quale nessuno conosce il significato”. Sto andando a memoria, quindi potrebbe non essere così e potrebbe anche non essere Joyce. Ho cercato di ritrovarla, senza esito, ma non importa, oggi voglio riportarvi alcune riflessioni di autori diversi circa il linguaggio. Non entro nel merito delle singole tesi, perché ciascuna di esse si presterebbe a considerazioni molto ampie e perché non sono un esperto di studi sul linguaggio, piuttosto segnalo, da appassionato lettore di testi di filosofia, come questi pensatori, in epoche diverse, si siano posti problemi affini. Starà poi ai più curiosi andare ad approfondire gli stessi.

Il primo autore di cui riporto uno stralcio è Montaigne, che in ordine temporale è quello che ho letto per ultimo, anche se è vissuto in epoca anteriore agli altri due, cioè nel XVI secolo d.C. In un passaggio dei suoi “Saggi”, testo che vi consiglio per altre ragioni che ho cercato di sintetizzare in un precedente articolo, fa cenno, per l’appunto, al problema della debolezza intrinseca del nostro “parlare”. Leggendo questo brano, il mio pensiero è andato subito al logico-filosofo che a questo tema ha dedicato la gran parte dei suoi scritti, ovvero Ludwig Wittgenstein, il quale (a voler brutalmente riassumere) “rinnegò” il suo “Tractatus Logico-Philosoficus” nelle successive “Ricerche filosofiche”, a mio avviso un testo superiore e imprescindibile per gli appassionati di tali questioni. Negli articoli che ho scritto al riguardo, potrete trovare qualche spunto (inadeguato, non mi stanco mai di ribadirlo quando sono al cospetto di tali cervelli) per addentrarvi negli autori stessi. I brani che vi riporto sono estratti proprio dalle “Ricerche filosofiche”, edite per la prima volta nel 1953, due anni dopo la morte di Wittgenstein, e accennano, rispettivamente, al distacco dell’autore rispetto alle sue precedenti teorie (quelle del “Tractatus) e alla cosiddetta “teoria dei giochi linguistici”.

Il terzo brano è tratto da La gaia scienza di Friedrich Nietzsche, edita nel 1882, e lo pubblico perché, in un certo senso, il riferimento al linguaggio che si sviluppa di pari passo con la coscienza di sé, mi riportò a Wittgenstein (autore successivo, quindi semmai dovrebbe essere il contrario). Continua a leggere…

“Saggi” (Montaigne)

“Il giudizio è un utensile buono a tutto, e che s’impiccia di tutto. Per questo, nei saggi che ne faccio qui, mi servo di qualsiasi occasione. Se c’è un argomento di cui non m’intendo affatto, proprio per questo lo saggio, sondando il guado molto da lontano; e poi, se lo trovo troppo profondo per la mia statura, mi tengo vicino alla riva; e questo riconoscere di non potere andare oltre è una manifestazione della sua essenza, anzi, una di quelle di cui più si vanta. Talvolta, applicandolo a un argomento vano e da nulla, provo a vedere se troverà modo di dargli corpo e di sostenerlo e puntellarlo. Talvolta lo porto su un argomento nobile e travagliato, nel quale non deve trovar niente da sé, poiché la strada è tanto battuta che può procedere sulle orme altrui. Qui esso esplica la sua funzione scegliendo la strada che gli sembra migliore e, fra mille sentieri, dice che questo oppure quello è stato il meglio scelto. Prendo a caso il primo argomento. Tutti mi vanno ugualmente bene. E non mi propongo mai di trattarli per intero. Infatti non vedo il tutto di nulla. E non lo vedono nemmeno quelli che promettono di farcelo vedere. Fra le cento membra e le cento facce che ogni cosa presenta, io ne prendo una, ora per lambirla soltanto, ora per sfiorarla, ora per penetrarla fino all’osso. E mi piace molto spesso prenderle da qualche punto di vista insolito. Mi arrischierei a trattare in fondo qualche materia, se mi conoscessi meno. Seminando qui una parola, là un’altra, scampoli staccati dalla loro pezza, slegati, senza disegno e senza promessa, non sono tenuto a trattare la questione fino in fondo, né a tenermici attaccato, senza cambiare quando mi piace e tornare al dubbio e all’incertezza e alla mia forma dominante che è l’ignoranza”

(Montaigne, Saggi. Libro I, capitolo L, “Di Democrito e di Eraclito”)

Nell’aforisma 408 di “Umano, troppo umano, II”, Nietzsche scrive: “…furono quattro le coppie che non si negarono a me, che immolavo: Epicuro e Montaigne, Goethe e Spinoza, Platone e Rousseau, Pascal e Schopenhauer. Con questi debbo confrontarmi, se a lungo sono andato da solo, da questi voglio farmi dare ragione o torto, a questi voglio prestar ascolto quando tra loro si danno ragione e torto. Qualunque cosa io dica, decida, escogiti per me e per gli altri: a quegli otto io rivolgo i miei sguardi, e vedo i loro rivolti a me”.

Da molti anni avevo i “Saggi” di Montaigne nella lista dei libri da leggere, e non solo perché Nietzsche lo annoverava tra coloro con cui bisogna confrontarsi. Ho preso in biblioteca i due grossi tomi (edizione Adelphi) in cui sono stati suddivisi i tre libri costituenti la produzione di Montaigne. Nel momento in cui scrivo, ho finito di leggere il primo dei due volumi, e in particolare l’“Apologia di Raymond Sebond”, fino a questo momenti il saggio più corposo sotto il profilo meramente quantitativo. Non so come saranno gli altri saggi, ma posso già dire, sin d’ora, che comprerò i due tomi, perché concordo con Nietzsche: Montaigne dovrà essere accanto a me, su un comodo scaffale al lato del mio letto, di modo che io possa prenderlo in mano, sottolineare, confrontare, rileggere, approfondire quanto ho letto ora per la prima volta.

Ma di cosa parla Montaigne nei suoi saggi? Della morte, dell’amicizia, della salute, dell’amore, del matrimonio, della solitudine, degli epicurei e degli stoici, di Dio, della religione, degli atei, del rapporto tra ragione e fede, di Platone, di Giulio Cesare, dell’ozio, dei pronostici, dell’educazione dei fanciulli, di Catone il giovane, di Lucrezio, degli odori, dell’ubriachezza, della gloria, della crudeltà, degli usi antichi, della collera, della filosofia, etc, etc, etc.

È evidente che alcuni passaggi potranno apparire, al lettore odierno, datati. Un fisico, un astronomo, un etnologo, un etologo, un antropologo e via elencando potrebbero avere facile gioco nel dimostrare la fallacità di alcune opinioni di Montaigne, ma è anche vero che, di converso, potrebbero ammirarne la profonda modernità del suo perpetuo “dubitare”, della sua perenne ricerca del confronto, del rifiuto di qualsiasi forma di assolutismo dogmatico.

Più di tanti altri dei quali ho scritto in maniera indegna su queste pagine, quelli di Montaigne sono libri che vanno letti, vissuti, digeriti, “ruminati” per usare l’espressione nietzschiana. Mi fermo qui con queste impressioni e vi consiglio la lettura dei “Saggi”, aggiungendo in che non sono noiosi, a parte qualche elenco di carattere esemplificativo che potrete saltare senza perdere il “succo” del pensiero di Montaigne.

Se vi piace, di tanto in tanto, perdervi nelle domande “Chi siamo? Anzi, che cosa siamo?”, questo testi non vi daranno risposte, ma renderanno almeno più affascinanti le domande.

“Elogio (senza esagerare) della solitudine”


A Ferragosto le città si svuotano, senza tuttavia riempire i paesini di provincia, che a loro volta si rivelano lande desolate e assolate a chi si sottrae ai movimenti collettivi verso lidi o montagne. Per le strade, così, restano pochi passeggiatori abituali e qualche cane randagio in cerca di compagnia. Proprio osservando un cane solitario, può capitare di imbattersi in pensieri circa la “solitudine”. Il vocabolario ci dice che la solitudine è “la condizione, lo stato di chi è solo, come situazione passeggera o duratura”. Come è intuibile, la differenza tra “passeggera” e “duratura” non è di poco conto. Ancora più dirimente è stabilire se la “solitudine” dell’individuo sia volontaria o meno. Sull’argomento si potrebbe scrivere un trattato “a miliardi di mani” (o di zampe) senza venire a capo di nulla, perché ciascuno vive la propria solitudine in maniera più o meno continuativa e soprattutto con “coloriture” diverse, dal nero più tetro al rosso più sgargiante.

Senza ridicole pretese di esaustività, è possibile procedere in maniera frammentaria e ripescare nella memoria alcune testimonianze sul tema, a riprova delle molteplici sfumature che la parola “solitudine” può avere per ciascuno.

La prima “immagine” è il breve discorso di Fabrizio De André riportato a inizio articolo, nel quale il cantautore sottolinea il valore sociale della “solitudine”, sia pure senza auspicare un’esistenza da eremiti ed evidenziando, in un inciso, che sta parlando della “solitudine” scelta e non di quella, per esempio, dei malati e degli anziani abbandonati a se stessi.

Il riferimento al “politico solitario, che è un politico fottuto” ci porta all’inizio del capitolo XXXIX, libro I dei “Saggi” di Montaigne, intitolato, per l’appunto, “Della solitudine”, Continua a leggere…

Navigazione articolo

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: