Tra sottosuolo e sole

(Non) si diventa ciò che (non) si è.

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“Inattuabilità”

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“Molte donne vorrebbero sognare insieme con gli uomini senza andarci a letto. Bisogna far loro presente con decisione l’inattuabilità di tale proposito.”
(Karl Kraus, “Detti e contraddetti”, ed. Adelphi)

Opera: “Il bacio con la finestra”, Edvard Munch)

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“Detti e contraddetti” (Karl Kraus)

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“Il vero rapporto fra i sessi si ha quando l’uomo confessa: <<Non ho altro pensiero che te e perciò ne ho sempre di nuovi!>>.”

“Lei si disse: <<Andare a letto con lui, sì – però niente intimità!>>.”

“Con le donne monologo volentieri. Ma il dialogo con me stesso è più stimolante.”

“Ho sentito una donna lodarne un’altra con queste parole: <<Ha un certo che di femminile>>.”

“Società: erano presenti tutti quelli che dovevano esserci e che altrimenti non saprebbero a che serve essere, se non appunto a esserci.”

“Se fossi sicuro di dover condividere l’immortalità con certa gente, preferirei un oblio in camere separate.”

“Il segreto dell’agitatore è di rendersi stupido quanto i suoi ascoltatori, in modo che questi credano di essere intelligenti come lui.”

“Ci sono scrittori che riescono a esprimere già in venti pagine cose per cui talvolta mi ci vogliono addirittura due righe.”

“Ma dove troverò mai il tempo per non leggere tante cose?”

“L’ironia sentimentale è un cane che abbaia alla luna e intanto piscia sulle tombe.”

“Ci sono imbecilli superficiali e imbecilli profondi.”

“Una città dove gli uomini, parlando di una vergine che non lo è più, usano l’espressione <<averla data via>>, merita di essere rasa al suolo.”

“È un’ingiustizia parlar male di Vienna sempre per i suoi difetti, quando anche dei suoi pregi val la pena di parlare male.”

“Un pittore senza scrupoli, il quale, col pretesto di voler possedere una donna, la adesca nel suo studio e lì la dipinge.”

“Ho sempre considerato come massima aggravante il fatto che uno non abbia potuto farci niente.”

“Ciò che ci tortura sono le possibilità perdute. Esser sicuri di una tale impossibilità è un guadagno.”

“Spesso è necessario riflettere sul perché siamo tristi; ma sappiamo sempre perché siamo tristi.”

“In certe fanciulle l’indignazione viene prima della indiscreta richiesta. Ma che mancanza di galanteria se quest’ultima non si manifesta neppure.”

“Capita che una deluda, vista da vicino. Ci si sente attratti, perché ha l’aria di averle dello spirito, e poi lo ha veramente.”

“La gelosia è un abbaiare di cani che attira i ladri.”

“Le donne si dividono in colpose e dolose.”

“Non basta non salutare. Non si salutano anche persone che non si conoscono.”

“Ci sono degli ipocriti che si vantano di una certa loro mentalità disonesta per poterla avere veramente dietro quello schermo.”

“Il bisogno di solitudine non è ancora soddisfatto se sediamo soli a un tavolino. Intanto debbono esserci anche delle seggiole vuote. Se il cameriere mi porta via una di quelle seggiole su cui non sta seduto nessuno avverto un senso di vuoto e si risvegliano le mie virtù sociali. Non posso vivere senza seggiole libere.”

“Ardono dal desiderio di aderire alla Patria, allo Stato, al Popolo con un articolo di giornale, o anche a una qualche altra cosa che magari puzzi ma sia più durevole della bellezza per la quale si erano sacrificati invano. Nessuno vuole più starsene ozioso in un angolo, tutti hanno sete delle imprese degli altri. È uno spettacolo da circo: gli artisti escono.”

“Chi non ha pensieri pensa che si abbia un pensiero soltanto quando lo si ha e poi lo si riveste di parole. Non capisce che in verità lo ha solo chi ha la parola dentro alla quale cresce il pensiero.”

“Il diavolo è un ottimista se pensa di poter peggiorare gli uomini.”

“Io non sono per le donne, ma contro gli uomini.”

“Una delle malattie più diffuse è la diagnosi.”

“Gli ultimi giorni dell’umanità” (Karl Kraus)

Kraus

Elias Canetti, ammiratore ma non adulatore di Karl Kraus, scrisse: “Ben difficilmente qualcuno potrebbe azzardarsi a scrivere una introduzione agli Ultimi giorni dell’umanità. Sarebbe non solo arrogante, ma superflua. Quell’introduzione la porta dentro sé chiunque sia nato in questo secolo e dunque sia stato condannato a viverci… La guerra mondiale è entrata completamente negli Ultimi giorni dell’umanità, senza consolazioni e senza riguardi, senza abbellimenti, edulcoramenti, e soprattutto, questo è il punto più importante, senza assuefazione”. Dopo aver letto tali parole da un grande come Canetti, mi riesce ancora più difficile scrivere sulla tragedia irrappresentabile di Kraus, un testo in stile teatrale di oltre settecento pagine, iniziato nel 1915, quindi un anno dopo lo scoppio della Prima guerra mondiale, finito solo nel 1922 e che rappresenta un’efficace invettiva contro l’assurdità del conflitto bellico, un’accusa feroce all’imbecillità di un’epoca tragica, ma più in generale all’umanità incapace di non ripetere errori ed orrori, nonché anche l’autoaccusa di uno che non è impazzito all’idea di aver superato, a mente “sana”, le pazzie nelle quali è vissuto.

Kraus, che nella sua attività di scrittore satirico non risparmiava nessuno, Continua a leggere…

“Edizione straordinaria!” (estratto da “Gli ultimi giorni dell’umanità” di Karl Kraus)

“La quantità che si autodivora consente ormai il sentimento soltanto per ciò che tocca noi stessi o chi ci è fisicamente più vicino, per ciò che si può immediatamente vedere, comprendere, toccare. E, infatti, non è facile vedere come ciascuno, col suo destino singolo, se la svigni da questa compagnia, dove in mancanza di un eroe tutti lo diventano? Non si è mai visto, a tanta ostentazione, corrispondere così poca comunanza. Il formato del mondo non è mai stato di così gigantesca piccolezza. La realtà ha le dimensioni del bollettino, che si sforza di raggiungerla con ansimante chiarezza. Il messaggero che insieme al fatto reca anche la fantasia si è piazzato davanti al fatto e l’ha reso inimmaginabile. E così arcanamente sinistro è l’effetto di tale sostituzione, che in ciascuna di queste miserevoli figure che oggi ci assillano col loro inevitabile gradi di <<Edizione straordinaria!>>, il grido che affliggerà per sempre l’orecchio dell’umanità, mi piacerebbe cogliere il responsabile di questa catastrofe mondiale. E poi, il messaggero non è nello stesso tempo il colpevole? La parola stampata ha indotto un’umanità svuotata a perpetrare orrori che non è più in grado di immaginare, e il terribile flagello della riproduzione li riconsegna alla parola, che fatalmente crea un male che a sua volta si rigenera. Tutto quel che accade, accade solo per chi lo descrive e per chi non lo vive. Una spia condotta al patibolo deve fare un lungo percorso perché la gente nel cinema possa distrarsi, e deve guardare ancora una volta la macchina da presa perché quelli nei cinema siano soddisfatti dell’espressione. Non mi faccia proseguire questo filo di pensieri fino al patibolo dell’umanità – eppure debbo farlo, perché io sono la sua spia in punto di morte, e il sentimento che mi stringe il cuore è l’horror di quel vacuum che questa inaudita pienezza di eventi trova negli animi, nelle macchine!”

(Karl Kraus, “Gli ultimi giorni dell’umanità”, ed. Adelphi)

“Il frutto del fuoco” (Elias Canetti)

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“Anche là dava nell’occhio, era la figura più esotica di quell’uditorio. Poiché sedeva sempre in prima fila, certamente Karl Kraus l’aveva notata. Mi sorpresi a domandare quale impressione ne avessi lui. Non applaudiva mai, neppure questo poteva essergli sfuggito. Ogni volta era là, allo stesso posto: un omaggio cui neppure Kraus poteva essere indifferente. Già in quel primo anno, durante il quale, nonostante il suo invito, non mi arrischiai a farle visita, provai una crescente irritazione per quel posto in prima fila. Ma poiché non comprendevo da che cosa derivasse quella mia irritazione, mi inventavo le ragioni più stravaganti. Laggiù la voce arrivava troppo forte, non si poteva resistere a quei crescendo improvvisi. Come non sprofondare sotto terra per il pudore e la vergogna davanti a certi personaggi degli Ultimi giorni dell’umanità? E come faceva quando non riusciva a frenare le lacrime, ascoltando I tessitori o Re Lear? Come poteva sopportare che Kraus la vedesse piangere? Ma forse voleva proprio questo! Che fosse fiera dell’effetto che su di lei avevano le parole di Kraus? Era un atto di adulazione mettersi a piangere davanti a tutti? Eppure, di questo ero sicuro, non era affatto una donna sfacciata, avevo anzi l’impressione che fosse estremamente pudica, più di chiunque altro; e invece, davanti a Karl Kraus, ostentava ogni suo sentimento, ogni reazione a quel che aveva appena udito. Al termine della lettura, Veza non si avvicinava al podio; mentre molti cercavano di farsi avanti, lei no, restava in piedi, e guardava, nient’altro. Anch’io, dopo le letture, ero sempre talmente scosso e turbato che rimanevo nella sala ancora per un bel po’ e applaudivo in piedi, finché mi dolevano le mani. In quello stato la perdevo di vista, senza i suoi capelli nerissimi, quasi blu, e quella nitida scriminatura non sarei riuscito a ritrovarla. Finita la lettura, Veza non faceva nulla in cui io potessi cogliere una mancanza di dignità. Non restava nella sala più a lungo di tanti altri, e quando Kraus veniva a fare l’inchino, Veza non era fra gli ultimissimi.” Continua a leggere…

“La terza notte di Valpurga” (Karl Kraus)

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“Su Hitler non mi viene in mente niente. Sono consapevole di essere rimasto con questo risultato, frutto di tanto pensare e di tanti tentativi di comprendere gli eventi e la loro forza motrice, molto al di sotto delle aspettative. Perché queste erano forse eccessive nei confronti dello scrittore polemico al quale per un equivoco grossolano si richiede quella prestazione solitamente chiamata “presa di posizione” e che, ogni qualvolta un male ha urtato anche solo relativamente la sua sensibilità, ha fatto quel che si definisce “tenere testa”. Ma ci sono mali di fronte ai quali questa cessa di essere una metafora e il cervello, che è dentro la testa e che ha la sua parte in tali azioni, si considera incapace di qualsiasi pensiero”.

(Karl Kraus, “La terza notte di Valpurga”, Editori Internazionali Riuniti)

Arguto scrittore e giornalista, direttore del giornale satirico austriaco “La fiaccola” per oltre tre decenni, autore di aforismi pungenti diretti a colpire gli uomini di potere e i vizi umani, alcuni dei quali raccolti in “Essere uomini è uno sbaglio”, Karl Kraus scrisse “La terza notte di Valpurga” tra il maggio e il settembre del 1933, soli tre anni prima di morire. Il titolo del libro fa riferimento al “Faust” di Goethe, ma com’è intuibile dalle date, gli atroci protagonisti di questa narrazione non sono immaginari diavoli, bensì feroci criminali realmente esistiti; il libro, infatti, riguarda la presa del potere da parte di Hitler e del nazismo. Leggendolo, non è difficile capire perché non fu pubblicato in quegli anni, ma solo nel 1952.

L’incipit è una terribile dichiarazione d’impotenza da parte di Kraus, consapevole che di fronte a certi orrori non solo è impensabile qualsiasi tipo di satira divertita e divertente, ma riesce difficile anche trovare le parole, vanificate dagli eventi, da una “commozione cerebrale epidemica” che ha reso un intero popolo adoratore della forza bruta. “Su Hitler non mi viene in mente niente”, dunque, l’esordio disarmato di Kraus, Continua a leggere…

“Più libri più liberi 2013” – Brevi considerazioni non troppo pertinenti.

più_libri_più_liberi2013A differenza dell’anno scorso, quando scrissi un intero articolo delirante, quest’anno mi limito a brevi considerazioni sparse, non troppo pertinenti, sulla fiera “Più libri più liberi”, che si sta tenendo a Roma in questi giorni. Ci sono andato oggi e invito anche gli eventuali lettori di queste pagine a farlo.

– la madre degli scalpellini non è più incinta; alle ore 8.00 di mattina, alla fermata dell’autobus, un anziano mi racconta che una volta gli scalpellini del mio paese erano rinomati, anche all’estero, che lui ha cercato di tramandare il mestiere senza successo. Poi osserva gli autobus carichi di studenti e aggiungi, quasi consolato, che in fondo è giusto così, che senza studiare il lavoro non si trova. Segue mio silenzio imbarazzato e impotente;

– i bambini/ragazzi che mi precedono via Stendhal e via Montaigne, in direzione Fiera, sono un segnale luminoso; gli stessi bambini/ragazzi che m’intralciano nei corridoi tra gli stands non mi appaiono più così ammantanti di luce;

– con la penna e il foglietto in mano, nel giro di ricognizione prima di scegliere quali libri comprare, sembravo un detective male in arnese;

– l’idea di distribuire qualche curriculum agli addetti s’infrange subito quando mi rendo conto che non solo potrebbe essere inutile, ma soprattutto che gran parte (ma magari mi sbaglio, me lo auguro) di quei ragazzi sono stagisti, precari, che giustamente del mio curriculum avrebbero fatto una bella palla per il proprio animaletto di fiducia, oberati come sono da richieste di aspiranti collaboratori e aspiranti scrittori; Continua a leggere…

“Essere uomini è uno sbaglio” (Karl Kraus)

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“Si evita la società. E la società allora viene a trovarci in territorio neutrale: si siede sfacciatamente al nostro tavolo in un locale pubblico. La domanda ‘Lei permette, vero?’, che non ha mai un tono interrogativo, è la perfidia maggiore. Si viene presi al laccio delle convenzioni. In un attimo si è portati in medias res. Si viene interrogati sul nuovo romanzo di Schnitzler, su ciò che si pensa del tempo e sui progetti per l’estate. Il nemico conta sul fatto che non sono maleducato, che non faccio scandalo. Non è affatto altezzoso, ma mi tratta come un suo pari e come se io appartenessi alla buona società. A questo punto si vede improvvisamente ingannato, è palese che manco di buone maniere. Ma dato che non sono disposto ad allargare la cerchia delle mie amicizie, bensì a restringerla, ciò non arrecherà alcun danno alla mia carriera futura”.

(Karl Kraus, “Essere uomini è uno sbaglio”, ed. Einaudi)

Karl Kraus fu un aforista, saggista, drammaturgo e poeta, autore, tra le altre opere, di “La terza notte di Valpurga”, un’analisi spietata dell’irrazionale ascesa del nazismo al potere. Morto del 1936, Kraus per trentasette anni fu il direttore della rivista “Die Fackel”, attraverso la quale dette sfoggio della sua carica satirica, con interventi polemici, divertenti, profondi, spesso nella forma di brevi aforismi. In “Essere uomini è uno sbaglio” sono raccolti, appunti, molti degli aforismi scritti da Kraus nel corso della sua esistenza. Kraus, convinto che la parola potesse essere un’arma contro la corruzione dilagante, l’iniquità, le ideologie totalitarie, fa sfoggio di una satira micidiale, Continua a leggere…

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