Tra sottosuolo e sole

(Non) si diventa ciò che (non) si è.

Archivio per la categoria “Hrabal”

“… la succhio come una caramella…”

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“… sono una brocca piena di acqua viva e morta, basta inclinarsi un poco e da me scorrono pensieri tutti belli, contro la mia volontà sono istruito e così in realtà neppure so quali pensieri sono miei e provengono da me e quali li ho letti, e così in questi trentacinque anni mi sono connesso con me stesso e col mondo intorno a me, perché io quando leggo in realtà non leggo, io infilo una bella frase nel beccuccio e la succhio come una caramella, come se sorseggiassi a lungo un bicchierino di liquore, finché quel pensiero in me si scioglie come alcool, si infiltra dentro di me così a lungo che mi sta non soltanto nel cuore e nel cervello, ma mi cola per le vene fino alle radicine dei capillari.”
(Bohumil Hrabal, “Una solitudine troppo rumorosa”, ed. Einaudi)

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“Anche i gattini si odiano…” (Bohumil Hrabal)

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“E in genere, soltanto adesso, quasi al crepuscolo della mia vita, sto constatando che i gatti però non sono affatto i gattini su cui si sono scritti libri e fotoromanzi, che dieci gatti come questi, in un terreno nel bosco così piccolo, riescono a non fare la commedia, ma a rappresentare sulla scena dei miei occhi e del mio cervello sempre ben disposto verso i gatti, un dramma, una tragedia, in certi momenti con fuori programma sentimentali, tanto che la notte non riesco ad addormentarmi, specialmente quando vedo che verso sera i miei gatti si sono divisi in alcuni gruppi, clan, che col buio riescono ad azzuffarsi e a mordersi e a miagolare e a strillare impietosi e strazianti, che riescono a inseguirsi impietosamente l’un l’altro sulle corone degli alberi e lì a far cadere giù il proprio nemico, e poi a continuare a rincorrerlo, e vanno avanti così finché il più debole fugge, sparisce, non ha chance e si allontana nei terreni dei miei vicini, nelle legnaie, nelle rimesse, e poi viene solo a guardarmi, a prendersi da me un pezzetto di pollo, un pezzetto di salame, un quarto di sgombro… e i gatti capo soffiano e anche di giorno fanno delle facce terribili, come le maschere cinesi del male… e poi si scuotono dalla parte opposta… solamente i gattini, terrorizzati da tutto questo, si rannicchiano l’uno addosso all’altro, e neppure tutti, anche i gattini si odiano, anche loro si soffiano…”

(Bohumil Hrabal, “Paure totali”, ed. e/o)

“Il treno nei romanzi, i romanzi sul treno (più deliri assortiti)”

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“Un viaggio in treno può essere una cosa terribile, angosciosa o comica; può essere un volo di prova; può essere la prefigurazione di un altro viaggio, come un giorno passato con un amico può essere lungo, dal senso di fretta che si prova al mattino fino alla scoperta che entrambi si ha fame e al pranzo mangiato insieme. Poi viene il pomeriggio, la giornata sbiadisce e muore ma si ravviva nuovamente verso la fine. Dick era addolorato nel vedere la magra gioia di Nicole; pure per lei questo ritorno all’unica casa che conoscesse era un sollievo. Non fecero gli innamorati quel giorno, ma quando la lasciò fuori dalla triste porta sullo Zürichsce e lei si voltò a guardarlo, Dick capì che il problema di Nicole era un problema ormai comune a entrambi”.

(Francis Scott Fitzgerald, “Tenera è la notte”)

Il treno mi ha sempre affascinato e quindi le parole di Fitzgerald hanno attivato i miei neuroni, almeno quei pochi rimasti a combattere la battaglia, scatenando ricordi di vario genere. Prima di pensare a una forma estrema di masochismo, cosa che sareste giustificati a fare se volessi qui tessere l’elogio della bolgia dantesca che è possibile riscontrare su molti treni regionali, voglio subito precisare che il fascino consiste soprattutto nel suo valore metaforico, ma anche, al netto delle condizioni di disagio del pendolare, che ho vissuto sulla mia pelle e che rivivrò (questa è quasi una speranza, perché vorrebbe dire aver ritrovato un lavoro, n.d.r.), nelle possibilità di conoscenza che si hanno all’interno dei vagoni.

Dovevano ammirarlo anche tutti quegli scrittori che hanno ambientato episodi o interi romanzi su un treno. In quest’articolo riporterò alcuni brani tratti da diversi romanzi, scritti da personaggi che, a differenza mia, i neuroni sapevano utilizzarli al meglio. Prima di iniziare la rassegna, qualche breve considerazione sul mio rapporto con il treno, che potete tranquillamente saltare, non costituendo lo scopo principale dell’articolo, sempre che ne esita uno (di scopo). Innanzitutto, Continua a leggere…

“Cronache dal big-bang. L’unica gioia al mondo è cominciare” (a cura di Lidia Sirianni e Fabio Pierangeli)

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“Unica gioia al mondo è cominciare. È bello vivere perché vivere è cominciare, sempre, ad ogni istante. Quando manca questo senso – prigione, malattia, abitudine, stupidità – si vorrebbe morire”

(Cesare Pavese)

“Quando inizia un romanzo? È quasi altrettanto difficile rispondere a questo interrogativo quanto alla domanda: in che momento un embrione diventa un essere umano? Di certo la creazione di un romanzo ha raramente inizio quando si scrivono a penna o a macchina le prime parole. La maggior parte degli scrittori si dedica a un lavoro preliminare, anche se questo si svolge soltanto nella loro mente.

Molti preparano con cura il terreno per settimane oppure mesi, elaborando diagrammi dell’intreccio, compilando il curriculum vitae dei personaggi, riempiendo il taccuino di idee, ambientazioni, situazioni, battute che in seguito saranno utilizzate durante il processo della composizione. Ogni scrittore o scrittrice dispone di un suo metodo di lavoro.

Henry James, per Le spoglie di Poynton, buttò giù appunti di tale ampiezza e interesse da eguagliare, quasi, lo stesso romanzo. Muriel Spark, da quel che ne sappiamo, rimugina nella mente l’idea di un nuovo romanzo ed evita di mettere nero su bianco fino a che non abbia trovato un titolo e una frase d’inizio soddisfacenti. Per il lettore, comunque, il romanzo inizia sempre con la frase d’apertura (che, naturalmente, non sempre è la prima scritta originariamente dal romanziere). E poi con la frase seguente e quella successiva…

Quand’è che finisce l’inizio di un romanzo? Ecco un’altra domanda cui è difficile trovare risposta. Finisce al primo paragrafo, con le prime pagine, oppure con il primo capitolo? Comunque lo si definisca, l’inizio di un romanzo è la soglia che separa il mondo reale dal mondo immaginato dal romanziere. È il punto, pertanto, in cui dovremmo sentirci, come si suol dire, “attirati dentro la vicenda”.

(tratto da “Quando comincia un romanzo? Divagazione sugli incipit”, di Lidia Sirianni, in “Cronache dal big-bang. L’unica gioia al mondo è cominciare”, editore Hacca)

In una delle deliranti “lezioni” del mio “Corso di Scrittura Rinunciataria”, mi ponevo il problema di come iniziare un romanzo, tema molto affascinante, che affrontavo in chiave aut-ironica e che è l’oggetto del libro “Cronache dal big – bang. L’unica gioia al mondo è cominciare”, della casa editrice Hacca, volume che acquistai nel dicembre 2011 alla “Fiera della piccola e media editoria” di Roma, su suggerimento della mia amica “virtuale” Lidia Sirianni, curatrice del libro assieme a Fabio Pierangeli.

Ho impiegato un po’ di tempo prima di leggerlo, ma adesso che l’ho fatto voglio divulgarlo su queste pagine, perché mi ha fornito diversi spunti, anche se non ho risolto il dilemma su come eventualmente iniziare il mio romanzo, almeno quello che sarà ritrovato postumo, tra cent’anni, in mezzo alle scartoffie nella mia stanza. A parte le mie questioni, nel libro sono riportati diciassette incipit tra i più noti della letteratura mondiale, ciascuno commentato da scrittori viventi, più o meno noti (almeno a me) o aspiranti tali. Tanto per citare qualche titolo scelto di mio particolare gradimento, ci sono “Lo straniero” di Camus, “Memorie dal sottosuolo” di Dostoevskij, “I ventitré giorni della città di Alba” di Fenoglio, “Moby Dick” di Melville, “Il nipote di Rameau” di Diderot.

Sarei falso se dicessi che tutti i commenti mi hanno entusiasmato, qualcuno non mi ha convinto, magari perché non ho letto quel libro o perché non mi ha lasciato molto a livello emotivo. Tuttavia, se sono qui a suggerirvene la lettura, è perché altri mi sono parsi interessanti, sia per la scelta del romanzo che per il ricordo o l’analisi associato all’incipit dello stesso. Del resto, sul gradimento o meno dei singoli interventi la questione è molto soggettiva, ciò che a me è parso di rilievo a un altro potrà sembrare scialbo o viceversa.

Oltre a questi interventi, c’è un breve ma notevole saggio di Giulio Ferroni sugli incipit di Marías, c’è quello della Sirianni dal quale ho tratto la citazione iniziale e alcune brevi conversazioni con altri scrittori, tra i quali segnalo quella con il compianto Antonio Tabucchi, che sentito particolarmente affine ai miei gusti quando elenca, tra gli incipit che più l’hanno colpito, quelli di Proust, Kafka, Camus e Beckett.

A proposito, devo confessare la mia sana invidia nei confronti di alcuni degli scrittori che hanno avuto modo di commentare gli incipit dei titoli che ho riportato sopra, cioè quelli dei romanzi che più ho gradito. Scherzo, ovviamente. Per chiudere, aggiungo qui sotto alcuni incipit che sono andato a ripescare dalla mia libreria.

“Nell’ora di un caldo tramonto primaverile apparvero presso gli stagni Patriaršie due cittadini.”

(“Il Maestro e Margherita”, Michail Bulgakov)

“Edoardo – daremo questo nome a un ricco barone nel fiore dell’età virile – aveva trascorso l’ora più bella di un pomeriggio d’aprile nel suo vivaio, per innestare su giovani tronchi delle marze ricevute da poco. Il lavoro era appena terminato. Egli riunì gli attrezzi e li ripose nella custodia. Mentre osservava soddisfatto la propria opera, arrivò il giardiniere, che sorrise compiaciuto per la collaborazione e lo zelo del padrone.

“Hai per caso visto mia moglie?”, domandò Edoardo mentre s’accingeva ad andarsene.

(“Le affinità elettive”, Johann Wolfgang Goethe)

“Qualcuno doveva aver calunniato Joseph K., poiché un mattino, senza che avesse fatto nulla di male, egli fu arrestato”.

(“Il processo”, Franz Kafka)

“Quando Gregor Samsa si svegliò una mattina da sogni inquieti, si trovò trasformato nel suo letto in un immenso insetto”.

(“La metamorfosi”, Franz Kafka)

“Da trentacinque anni lavoro alla carta vecchia ed è la mia love story. Da trentacinque anni presso carta vecchia e libri, da trentacinque anni mi imbratto con i caratteri, sicché assomiglio alle enciclopedie, delle quali in quegli anni avrò pressato sicuramente trenta quintali, sono una brocca piena di acqua viva e morta, basta inclinarsi un poco e da me scorrono pensieri tutti belli, contro la mia volontà sono istruito e così in realtà neppure so quali pensieri sono miei e provengono da me e quali li ho letti…”

(“Una solitudine troppo rumorosa”, Bohumil Hrabal)

“Solenne e paffuto, Buck Mulligan comparve dall’alto delle scale, portando un bacile di schiuma su cui erano posati in croce uno specchio e un rasoio. Una vestaglia gialla, discinta, gli levitava delicatamente dietro, al soffio della mite aria mattutina. Levò in alto il bacile e intonò:

– Introibo ad altare dei.

(“Ulisse”, James Joyce)

“Al compimento del trentesimo anno, Zarathustra lasciò la sua patria e il lago della sua patria e andò sui monti.”

(“Così parlo Zarathustra”, Friedrich Nietzsche)

“Subito, con le prime parole che le rivolse, volle avvisarla che non intendeva compromettersi in una relazione troppo seria”.

(“Senilità”, Italo Svevo)

“La bocca socchiusa, le braccia abbandonate lungi i fianchi, Milton guardava la villa di Fulvia, solitaria sulla collina che degradava sulla città di Alba.

Il cuore non gli batteva, anzi sembrava latente dentro il suo corpo”

(“Una questione privata”, Beppe Fenoglio)

Mi fermo qui, altrimenti più che un articolo diventa un romanzo.

Qual è il posto più strano in cui l’avete letto? (Il Kamasutra del lettore)

Questo articolo prende spunto da quello intitolato “I miei 35 motivi per amare la Letteratura”.

Ho pensato ad alcune situazioni della mia esistenza, accomunate tutte dal fatto che avevo un libro tra le mani e che lo stavo leggendo. Non dico che fossero situazioni “strane”, perché i concetti di “stranezza” e di “normalità” sono abbastanza discutibili, tuttavia si trattava certamente di situazioni per me insolite.

Via con l’elenco, stilato facendo ricorso alla mia labile e istintiva memoria. A ciascuna situazione ho cercato di abbinare un libro, che non è quello che stavo leggendo in quel momento (mi preoccuperei se ricordassi anche questo). Non escludo di aggiornare in seguito la lista. E voi, dove l’avete letto? In che posizione del vostro “Kamasutra” da lettore vi siete esibiti?

Quando lavoravo a Trastevere, prendevo ogni mattina il bus “H”, da Termini. Il quarto d’ora che passavo lassù lo spendevo ascoltando musica o leggendo un libro, oltre che per guardare Via Nazionale e le altre meraviglie di Roma. Un giorno ero appoggiato a un finestrino e stavo leggendo. C’era la solita calca, ma riuscivo a estraniarmi dal contesto e leggevo. Notai, accanto a me, un signore in abito elegante, giacca e cravatta. Mi attirò perché credevo che mi avesse rivolto la parola. Ben presto mi accorsi che parlava da solo. Più precisamente, recitava la parte di due personaggi, uno pessimista, disfattista, l’altro propositivo. Il “dibattito” dell’uomo con se stesso, che si svolgeva abbastanza ad alta voce, proseguì per tutta Via Nazionale, fino a Piazza Venezia. Poi l’uomo scese, gesticolando. In mano aveva una valigetta. Mi chiesi dove fosse diretto, magari in qualche ufficio, laddove avrebbe indossato una terza personalità. Ripresi a leggere.

L’estate scorsa decisi di rileggermi tutto Kafka, ma proprio tutto, dai romanzi ai racconti di una pagina. Il fatto è che l’estate scorsa è stata anche quella che più mi ha visto sulle spiagge. Leggersi “Il castello” al mare è stata un’esperienza particolare. Non tanto perché avevo a disposizione cinque centimetri quadrati per posizionarmi; nemmeno perché fossi distratto dalle chiacchiere dei vicini d’ombrellone; e neanche, infine, perché fanciulle più o meno scolpite nella roccia e abbronzate come Briatore potessero mettere in difficoltà i miei ormoni. L’ostacolo più grave da superare era di altra natura. Leggere Kafka al mare è possibile, leggere Kafka al mare quando ci sono 40 gradi comincia a essere più arduo. Più o meno alla fine di ogni due pagine, circa un litro di sudore andava disperso nella sabbia. Ben presto mi accorsi che la passione per la letteratura doveva lasciare spazio alla passione per la vita. In altre parole, capii che non potevo rischiare la disidratazione, pur con tutto l’affetto per Franz. Chiusi le pagine e mi gettai tra le braccia di Poseidone. Continua a leggere…

Una solitudine troppo rumorosa (Bohumil Hrabal)

“…sono una brocca piena di acqua viva e morta, basta inclinarsi un poco e da me scorrono pensieri tutti belli, contro la mia volontà sono istruito e così in realtà neppure so quali pensieri sono miei e provengono da me e quali li ho letti, e così in questi trentacinque anni mi sono connesso con me stesso e con il mondo intorno a me, perché io quando leggo in realtà non leggo, io infilo una bella frase nel beccuccio e la succhio come una caramella, come se sorseggiassi a lungo un bicchierino di liquore, finché quel pensiero in me si scioglie come l’alcool, si infiltra dentro di me, così a lungo che mi sta non soltanto nel cuore e nel cervello, ma mi cola per le vene fino alle radicine dei capillari”

(Bohumil Hrabal, “Una solitudine troppo rumorosa”)

Hanta lavora da trentacinque anni a una pressa meccanica. Il suo compito è macerare i libri, compattare la carta che dovrà poi essere incenerita. Lui, però, non si limita a questo, e trasforma il suo lavoro, distruttivo, in un atto di creazione, d’amore, e lo fa ricavando dal materiale destinato al macero dei parallelepipedi sigillati, all’interno dei quali nasconde frammenti dei libri che ha scovato e che lo hanno reso istruito ‘a sua insaputa’. Hanta capta le frasi dai libri, le annusa come fossero fiori, dopo di che li sigilla apponendo, all’esterno dell’involucro che ha creato, immagini dei dipinti di Van Gogh, Rembrandt, Gauguin.

Non svelerò quanto accade a un certo punto del libro perché sarebbe inopportuno, ma posso dire che ho trovato questo romanzo profondamente poetico, non melenso, un grande atto d’amore nei confronti della letteratura e dell’esistenza nella sua tragicomicità.

La letteratura è onnipresente. L’amore di Hanta per i libri è viscerale, la sua abitazione è diventata angusta e quasi inabitabile per lui, circondato com’è da tutta la schiera di volumi che ha portato a casa, sia pure non più nella “forma – libro”, ma ingabbiati nelle sue creazioni. E’ presente altresì sotto forma di riferimenti a molti autori, per esempio Kant, Nietzsche, Novalis, Schiller, Goethe, Sarte, Camus e tanti altri. Continua a leggere…

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