Tra sottosuolo e sole

(Non) si diventa ciò che (non) si è.

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“Assalonne, Assalonne!” (William Faulkner)

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“È semplicemente incredibile. Non spiega niente, ecco. O forse è così: loro non spiegano e noi non siamo tenuti a sapere. Noi abbiamo vecchi racconti tramandati di bocca in bocca; riesumiamo da vecchi bauli e casse e cassetti lettere senza indirizzo o firma, in cui uomini e donne che un giorno vissero e respirarono sono adesso mere iniziali o soprannomi coniati da qualche affetto ora incomprensibile che a noi suonano come sanscrito o Chocktaw; noi vediamo confusamente delle persone, le persone nel cui sangue e seme vivente noi stessi giacevamo in un sonno d’attesa, in quella umbratile attenuazione del tempo, assurte ora a proporzioni eroiche, tornate a compiete i loro atti di semplice passione e semplice violenza, impervie al tempo e inesplicabili. Sì, Judith, Bon, Henry, Sutpen: tutti quanti. Loro ci sono, eppure manca qualcosa; sono come una formula chimica riesumata insieme alle lettere da quel cassone dimenticato, accuratamente, la carte vecchia e sbiadita che va in pezzi, la scrittura sbiadita, quasi indecifrabile, eppure piena di significato, familiare quanto a forma e senso, nome e presenze di forze volatili, ma nulla accade; tu rileggi, pedante e attento, riflettendo bene, accertandoti di non aver dimenticato nulla, di non aver commesso errori di calcolo; tu le ricomponi ancora e nulla accade: semplicemente le parole, i simboli, le forme in sé stesse, umbratili, imperscrutabili e serene, contro quel turgido sfondo di un orribile e sanguinoso groviglio di affari umani”.

(William Faulkner, “Assalonne, Assalonne!”, citazione tratta dall’edizione Garzanti, nella traduzione di Glauco Cambon)

William Faulkner è tra i miei romanzieri preferiti, Continua a leggere…

“Qualcosa da poter lasciare un segno…” (estratto da Faulkner)

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“- Sì, – disse Judith. – Oppure distruggetela. Come volete, leggetela se volete oppure non leggetela se non vi pare. Perché si fa così poca impressione, vedete. Tu vieni al mondo e tenti e non sai perché solo continui a tentare e vieni al mondo insieme a un mucchio di altre persone, tutta aggrovigliata a loro, come loro tentanto, dovendo muovere braccia e gambe con cordicelle, solo che le stesse cordicelle sono legate a tutte le altre braccia e gli altri tentano tutti quanti e non sanno perché, tranne che le cordicelle si impicciano tutte a vicenda come sarebbe a dire cinque o sei persone tutte intente a cercar di fare una stuoia sullo stesso telaio solo che ciascuna vuol tessere la stuoia secondo il proprio disegno; e non può avere importanza, sapete, sennò coloro i quali impiantarono il telaio avrebbero predisposto le cose un po’ meglio, eppure deve avere importanza purché tu seguiti a tentare o a dover continuare a tentare e poi tutt’a un tratto è finita e tutto quel che ti rimane è un blocco di pietra con qualche scalfittura sopra purché ci sia stato qualcuno a ricordarsi di far scalfire e collocare il marmo, o chi ne abbia avuto il tempo, e ci piove sopra e il sole ci splende e dopo un po’ non si ricordano neppure il nome e quello che le scalfitture tentavano di dire, e non ha importanza. E così forse se tu potessi andare da qualcuno, quanto più estraneo tanto meglio, e dargli qualcosa – un pezzo di carta – qualcosa, qualunque cosa, non certo perché abbia un significato in sé e gli altri non debbono neppure leggerlo o tenerlo, nemmeno preoccuparsi di buttarlo via o distruggerlo, almeno sarebbe qualcosa di giusto perché sarebbe accaduto, sarebbe ricordato quand’anche solo passando da un mano all’altra, da una mente all’altra, e sarebbe almeno una scalfittura, qualcosa, qualcosa da poter lasciare un segno su qualcosa che fu una volta per il motivo che può morire un giorno, mentre il blocco di pietra non può essere è perché non può mai diventare fu perché non può mai morire o perire…” Continua a leggere…

William Faulkner (documentario di “Rai Letteratura”)

Su William Faulkner, premio Nobel per la letteratura nel 1949, ho scritto molto poco su questo blog, in rapporto ai romanzi che ho ammirato e alla stima che nutro per lui. Il motivo è che molte delle sue opere le lessi anni fa, in epoca pre-blog. Su queste pagine virtuali potete trovare solo le mie impressioni su “Zanzare” e “La paga dei soldati”, nonché il suo discorso in occasione del premio Nobel. Mancano capolavori come “Santuario”, “L’urlo e il furore”, “Requiem per una monaca”, “Luce d’agosto” e tanti altri.
Stamattina ho visto, per la prima volta, un documentario pubblicato da “Rai Letteratura”. Dura 21 minuti e lo consiglio a chi volesse iniziare a conoscere Faulkner. Qui sotto trovate il link.
William Faulkner, cantore del sud

“Il treno nei romanzi, i romanzi sul treno (più deliri assortiti)”

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“Un viaggio in treno può essere una cosa terribile, angosciosa o comica; può essere un volo di prova; può essere la prefigurazione di un altro viaggio, come un giorno passato con un amico può essere lungo, dal senso di fretta che si prova al mattino fino alla scoperta che entrambi si ha fame e al pranzo mangiato insieme. Poi viene il pomeriggio, la giornata sbiadisce e muore ma si ravviva nuovamente verso la fine. Dick era addolorato nel vedere la magra gioia di Nicole; pure per lei questo ritorno all’unica casa che conoscesse era un sollievo. Non fecero gli innamorati quel giorno, ma quando la lasciò fuori dalla triste porta sullo Zürichsce e lei si voltò a guardarlo, Dick capì che il problema di Nicole era un problema ormai comune a entrambi”.

(Francis Scott Fitzgerald, “Tenera è la notte”)

Il treno mi ha sempre affascinato e quindi le parole di Fitzgerald hanno attivato i miei neuroni, almeno quei pochi rimasti a combattere la battaglia, scatenando ricordi di vario genere. Prima di pensare a una forma estrema di masochismo, cosa che sareste giustificati a fare se volessi qui tessere l’elogio della bolgia dantesca che è possibile riscontrare su molti treni regionali, voglio subito precisare che il fascino consiste soprattutto nel suo valore metaforico, ma anche, al netto delle condizioni di disagio del pendolare, che ho vissuto sulla mia pelle e che rivivrò (questa è quasi una speranza, perché vorrebbe dire aver ritrovato un lavoro, n.d.r.), nelle possibilità di conoscenza che si hanno all’interno dei vagoni.

Dovevano ammirarlo anche tutti quegli scrittori che hanno ambientato episodi o interi romanzi su un treno. In quest’articolo riporterò alcuni brani tratti da diversi romanzi, scritti da personaggi che, a differenza mia, i neuroni sapevano utilizzarli al meglio. Prima di iniziare la rassegna, qualche breve considerazione sul mio rapporto con il treno, che potete tranquillamente saltare, non costituendo lo scopo principale dell’articolo, sempre che ne esita uno (di scopo). Innanzitutto, Continua a leggere…

“Zanzare” (William Faulkner)

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“L’istinto sessuale” ripeté Mr. Talliaferro nel suo studiato accento londinese, con quel compiacimento soddisfatto con cui ci si accusa di un difetto che dentro di noi si considera virtù “in me è molto forte. La franchezza, senza la quale non ci può essere vera amicizia, senza la quale due persone non riescono effettivamente a ‘capirsi’, come dite voi artisti; la franchezza, come dicevo, penso che…”

“Certo” confermò il padrone di casa. “Le dispiacerebbe spostarsi un po’?”

Egli acconsentì con cortesia ossequiosa, osservando il tenue irrequieto scintillio dello scalpello sotto i colpi ritmici del mazzuolo. Il legno piacevolmente profumato scivolava sotto lo scintillio silenzioso, ed egli agitando inutilmente intorno a sé il fazzoletto mosse in quella sorta di stanzetta segreta da Barbablù piena di capelli biondi a ciocche stoccate, esaminando preoccupato un sottile uniforme velo di polvere sulla punta delle sue eleganti scarpette di copale. Certo, bisogna pagare un dato prezzo per l’Arte…Osservando il ritmo potente della schiena e del braccio dell’altro considerò per un istante quale delle due cose fosse più desiderabile: quel turgore di muscoli in maglietta o la sua propria manica impeccabile, e rassicurato continuò:

“…la franchezza mi costringe ad ammettere che l’istinto sessuale è forse il mio impulso predominante”. Mr. Talliaferro credeva che la Conversazione – non le chiacchiere: la Conversazione – con un intellettuale suo pari consistesse nell’ammettere il maggior numero possibile di fatti considerati inconfessabili circa se stesso. Mr- Talliaferro spesso rifletteva con rimpianto al grado di intimità che avrebbe potuto raggiungere con gli artisti di sua conoscenza se solo avesse preso l’abitudine di masturbarsi in gioventù. Ma non aveva fatto nemmeno questo”.

(William Faulkner, “Zanzare”)

“Zanzare” fu pubblicato nel 1927, quando Faulkner aveva trent’anni e aveva alle spalle solo alcuni racconti sui giornali e il romanzo “La paga del soldato”. Il romanzo, almeno da quel che ho letto, non riscosse successo, tanto da indurre l’editore a risolvere il contratto con l’autore. Sarebbe ingeneroso paragonarlo ad altri capolavori di Faulkner, quali “Luce d’agosto”, “Requiem per una monaca” o “L’urlo e il furore”, con i quali, a mio parere, non c’è confronto, ma premesso ciò ne consiglio la lettura, perché si tratta di un romanzo satirico, che diverte non senza qualche accenno a riflessioni più profonde che poi saranno oggetto dei romanzi citati e di altri.

“Zanzare” è una satira sul mondo degli artisti e sulle discussioni che possono intavolarsi attorno a parole come “arte”, “bellezza”, “romanzo”, ma anche “amore” e “sesso”. I protagonisti sono tutti artisti, sedicenti o aspiranti tali, oppure persone che, pur non avendo velleità in tal senso, amano ronzare attorno agli stessi e cercare di scoprire segreti del mestiere che spesso nemmeno esistono. Mr. Talliaferro, ad esempio, non è un artista, è un vedovo che conosce tutti gli artisti del quartiere, che cerca il “significato profondo” dell’arte e soprattutto cerca di strappare ai suoi conoscenti le parole adeguate per sedurre una donna, con esiti disastrosi. Mrs. Maurier è una sorta di protettrice non desiderata, anche lei ammira scrittori, scultori e poeti tanto da organizzare gite in barca con i malcapitati. Il grosso del romanzo si svolge, per l’appunto, su un’imbarcazione, a bordo della quale, assieme ai due citati personaggi, ci sono l’enigmatico scultore Gordon, il romanziere Fairchild, il poeta spettrale Mark Frost, oltre a diverse dame e cavalieri impegnati tutti a gareggiare nella sottile arte della seduzione, spesso mascherata da “amore per il Bello”.

Faulkner non lesina battute taglienti, presumo rivolte anche “contro” se stesso. Il romanzo si legge con piacere, salvo qualche passaggio che a me è parso più forzato o comunque meno efficace. Da leggere, soprattutto da parte di chi, come me, ogni tanto è portato a ridere delle sue stesse elucubrazioni (ecco, ad esempio la parola “elucubrazioni” sarebbe stata bene in bocca al “poeta spettrale” del romanzo) e a chiedersi se tutto questo disquisire intorno alla letteratura, all’arte, alla Bellezza (con la B maiuscola, ovvio) non nasconda altro. Questo, però, appartiene a un altro articolo. Il romanzo è bello (minuscolo), sui suoi “significati più reconditi” e gli eventuali riferimenti a personaggi dell’epoca di Faulkner, non ho elementi per esprimermi e a dirla tutta nemmeno se li avessi lo farei.

Zanzare poco sexy.

(“…in un vortice di polvere gli altri vedevan siccità

a me ricordava la gonna di Jenny in un ballo di tanti anni fa…”)

Sto leggendo “Zanzare” di Faulkner, satira a tratti esilarante. In attesa (???) della pseudo-recensione, ne riporto un estratto, riguardante un patetico tentativo di seduzione da parte di Mr. Talliaferro, bramante la giovane Jenny. I versi soprastanti, estratti da “Il suonatore Jones” di Fabrizio De André, non hanno attinenza alcuna con il romanzo, se non quella stabilita dalla mia testa alla lettura delle parole “Jenny” e “ballare”.

 Al di là delle luci, al di là del suono del grammofono, l’acqua era un rumore infinitesimo e incessante nell’oscurità; al di sopra, vaghe stelle sonnacchiose. Jenny seguitava a ballare placidamente, indisturbata dal flusso interminabile delle parole tenere di Mr. Talliaferro contro il suo collo, appena cosciente della mano di lui che le disegnava in fondo alla schiena tanti piccoli cerchi concentrici.

“Abbastanza carina, no”, disse Fairchild al suo compagno, dall’alto della scaletta su cui si trovavano, essendo venuti a prendere una boccata d’aria. “Morbida e stupida e giovane, sa. Passiva e al tempo stesso conturbante, provocante.” Li osservò per qualche minuto, poi aggiunse: “Ecco la Grande Illusione, per eccellenza”.

“Qual è il guaio di Talliaferro?” chiese l’ebreo.

“L’illusione di poter sedurre le donne. Il che non è possibile. Son loro che ci prescelgono.”

“E in tal caso, Dio ci aiuti” aggiunse l’altro.

“E poi, a parole” continuò Fairchild. “A parole” ripeté ferocemente.

“Be’, perché non a parole? Una cosa ne vale un’altra con le donne. E poi è buffo che proprio lei denigri le parole: lei che appartiene a quella specie le cui azioni sono tutte controllate da parole. È la parola quella che rovescia troni e partiti politici e promuove crociate contro il vizio, non sono le cose: la Cosa è semplicemente il smbolo della Parola. Anzi, pensi un po’ in che razza di pasticcio saremmo io e lei se non fosse per le parole, se dovessimo perder la fede nelle parole. Io non avrei niente da fare tutto il giorno, e lei dovrebbe o lavorare o morir di fame”. Tacque per un istante. Jenny si dimenava e si metteva in posa, beandosi della sua morbida e giovane placidità. “E dopo tutto, l’illusione di Talliaferro è nutriente quanto la sua. O la mia”.

“Lo so: ma la sua e la mia non sono ridicole quanto quella di Talliaferro”.

“Come fa a dirlo?” Fairchild non trovò risposta e l’altrò continuò: “In fondo, non ha importanza che si creda a una cosa piuttosto che a un’altra. L’uomo si nutre di qualsiasi convinzione, mi pare. In qualunque cosa lei creda, irriterà sempre qualcuno, ma continuerà a dare il sangue e la vita per la sua fede senza temere né la legge, né l’inferno né la pena capitale. E chi muore per una causa è disposto a perire per qualsiasi causa e più scassata è più svelto ci si butta sopra. Ed è anche soddisfattismo, oltre a tutto. È un disegno della Provvidenza per farci passare il tempo”. Succhiò il sigaro, ma era spento.

(William Faulkner, “Zanzare”)

“Monsieur Verdoux”, la Crisi e il cubo di Rubik inopportuno.

Trascrivo qui, riadattato e modificato, quello che doveva essere un discorso introduttivo alla visione di “Monsieur Verdoux” di Charlie Chaplin, nell’ambito della rassegna cinematografica “Krisis, tra filosofia, estetica, sopravvivenza e fantascienza”, organizzata nel mio paese da alcuni miei amici, uno dei quali ha chiesto anche a me di dire qualcosa sul tema della “crisi” e sul film.

Specifico che un altro mio amico ha affrontato, contestualmente, questo tema sotto il profilo storico (crisi del 1929 rapportata a quella attuale) e poi ci ha parlato di “Guernica” di Picasso. Specifico che sulla resa orale del testo riportato non oso azzardare un giudizio su me stesso, ma sono certo (non avendo portato con me un promemoria) di aver omesso, aggiunto, modificato gran parte di quanto avevo preparato. Specifico inoltre che tutto quanto segue è frutto solo di una ricerca appassionata e che non sono uno studioso né di letteratura né di cinema né, soprattutto, di storia, ma un semplice lettore curioso.

Non specifico più nulla e vi lascio, ammesso che non vi siate già stufati, ai miei deliri.

1. LA LETTERATURA DELLA CRISI

“Crisi” è una parola che negli ultimi anni abbiamo ascoltato o letto chissà quante volte nei telegiornali, nei quotidiani, su internet o anche semplicemente per strada. Come tutte le parole, quando sono abusate, rischiano di veder il loro significato sminuito. “C’è la crisi” è diventato uno slogan molto in voga, talvolta persino un alibi. Ora, a livello macroscopico, di grandi numeri, sono gli analisti, gli economisti, gli esperti a ciò preposti a spiegarci, con termini spesso molto tecnici, cosa significa una crisi economica (a tal proposito segnalo, per esempio, le pagine sul sito Treccani sulla crisi del 1929, con qualche riferimento all’attuale).

A livello individuale, però, non c’è bisogno dei suddetti esperti. Ciascuno di noi percepisce sulla propria pelle la difficoltà e talvolta si definisce in crisi. La crisi, il clima generale di sfiducia, di perdita di aspettative nel futuro, la sentono i singoli individui; i numeri sui milioni di disoccupati c’impressionano, ma ancora di più ci colpisce vederla sul volto di un nostro conoscente soprattutto siamo colpiti quando noi, in prima persona, perdiamo certezze, di qualsiasi tipo esse siano.

È banale, ma forse non superfluo, ricordare che la questione “crisi” è molto soggettiva. C’è chi si lamenta che la crisi economica è grave perché non può concedersi quattro cocktail la sera al bar e chi, purtroppo, ha ben altri e più drammatici problemi. C’è chi, poi, non sa nemmeno quale sia la differenza tra un periodo di crisi e uno senza, o perché talmente benestante da non risentirne o perché, al contrario, non ha tempo per disquisizioni come questa ed è impegnato a sopravvivere. Su questo, non ritengo sia necessario aggiungere altro.

La crisi non è una parola legata solo a incertezze finanziarie, che semmai possono enfatizzare altri tipi di crisi. Mi riferisco a situazioni che tutti voi avrete, chi più chi meno, provato. Crisi sentimentali, relative a scelte da compiere, a rapporti sociali di vario genere, o anche, potrebbe capitare, la crisi di chi va nel panico durante un intervento in pubblico e non sa più cosa dire.

(a questo punto, in realtà, nel mio discorso orale s’è inserita una grossa parentesi, che in parte ha “mangiato” tutto la parte del discorso che segue, riprendendone alcuni spunti, ma più che altro cestinando i riferimenti letterati che avevo preparato; in sostanza, ho tirato fuori un’assurda riflessione scaturita quasi al momento dell’inizio del discorso, causata dalla visione del cubo di Rubik. Continua a leggere…

“La paga dei soldati” (William Faulkner)

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“Il ritorno a casa di Donald Mahon, povero figliolo, era press’a poco come una delle nove meraviglie del mondo. Entravano vicini curiosi e gentili, uomini che restavano in piedi o sedevano gioviali, ragguardevoli, pieni di premure; solidi uomini d’affari interessati alla guerra solo in quanto prodotto secondario dell’auge o della caduta del signor Wilson, e interessati a ciò solo dal punto di vista dei dollari e dei cents, mentre le mogli incrociavano ciarle sui loro abiti, davanti al ciglio sfregiato, immemore di Mahon; alcune delle più casuali conoscenze del rettore, democraticamente prive di cravatta, masticando tabacco nella guancia rigonfia, rifiutavano, al loro ingresso, con timidezza ma fermamente, di cedere i cappelli; le ragazze che aveva conosciuto, con le quali aveva ballato o che aveva corteggiato nelle notti d’estate, venivano ora a guardare la sua faccia e immediatamente si facevano da parte con nausea repressa, e non venivano più, a meno che, durante la prima visita, la sua faccia non fosse rimasta nascosta (dopo di che trovavano finalmente il modo d vederla); i ragazzi venivano per andarsene via irritati, perché egli non avrebbe potuto raccontare loro nessuna storia di guerra, e tutto questo si muoveva attorno a lui, mentre Gilligan, il suo arcigno maggiordomo, manovrava tutti con imparziale scoraggiante autorità. – Adesso fila via. – ripeté al giovane Robert Saunders, che era venuto con vari coetanei ai quali aveva promesso di mostrare qualcosa di buono in fatto di soldati storpiati”.

(William Faulkner, “La paga dei soldati”, ed. Garzanti)  

La paga dei soldati”* di William Faulkner giaceva sugli scaffali della mia libreria da un paio di anni, in un’edizione Garzanti del maggio 1965, prezzo di copertina 350 lire. L’avevo acquistato presso una bancarella dell’usato e poi riposto lì, consapevole che un giorno o l’altro l’avrei letto. Di Faulkner in passato ho letto altri romanzi, tutti apprezzabili, alcuni dei veri capolavori, come “L’urlo e il furore”, “Luce d’agosto” e “Requiem per una monaca”. “La paga dei soldati” fu il primo libro pubblicato da Faulkner, edito nel 1926 e dimostra già la sua sapienza narrativa, la sua abilità nel costruire un intreccio a più voci, facendoci penetrare negli anfratti più profondi e spesso sordidi dei personaggi, scavando oltre la loro superficie. Faulkner già in questo romanzo si serve di alcune strategie che poi affinerà in altri romanzi, quali l’uso delle parentesi per farci intendere il reale pensiero del personaggio che sta parlando, o anche l’interposizione, all’interno di una narrazione “dall’alto”, di brani in prima persona, o di lettere, brevi frammenti, frasi estrapolate dalla folla, il tutto con un ritmo, un’ironia latente e uno spirito d’osservazione rari. Non a caso Faulkner è considerato uno dei più grandi della narrativa statunitense del Novecento.

In questo romanzo il protagonista è pressoché assente dalla storia, o meglio, è proprio la sua assenza a renderlo protagonista rispetto agli altri, che ruotano attorno a lui, che lottano, sperano, s’illudono, s’ingelosiscono, litigano, in funzione sua. Donald Mahon ha combattuto la prima guerra mondiale e ne è uscito male. Sopravvissuto, ma come morto. Sfregiato in volto, quasi cieco, smemorato, è riportato a Charleston, suo paese d’origine, da un suo commilitone, Joe Milligan, e dalla signora Powers, vedova per causa di guerra e incontrata sul treno carico di reduci. Al paese c’è Cecily Saunders, la sua ex ragazza, che lo credeva morto e che nel frattempo, seguendo la sua natura disperata e civettuola, si consola con l’arrogante George Farr, ma è inseguita anche dallo stratega e viscido Gennaro Jones. Il ritorno di Donald porterà scompiglio nelle vite altrui, scatenando aspri combattimenti all’insegna dell’ossessione amorosa e della gelosia. Anche altri personaggi, che qui non nomino per non svelare ulteriormente la trama, entreranno a far parte di questa lotta a più cuori e cervelli, che Faulkner condisce con la sua ironia pungente, che non risparmia nemmeno i concittadini di Donald, così premurosi di andarlo a visitare e quasi scontenti di non vederlo morto, perché rimasto incompiuto come eroe di guerra.

Oltre agli intrighi amorosi, il romanzo ci offre spunti di riflessione su temi come la morte, la guerra, l’incomprensione tra gli uomini, ma soprattutto, a mio modesto parere, è una riflessione sul tema dell’identità, sulla perdita della stessa, sul rapporto che lega il nostro essere, con tutto il carico del passato, a chi è attorno a noi, sulle inevitabili rotture che si generano quando un evento potente, nel caso specifico la condizione da sfregiato di Mahon e il suo inaspettato ritorno, viene a destabilizzare certezze che tali non sono più.

*per quanto riguarda il titolo, devo dire che l’edizione Garzanti che ho letto (quella della foto) riporta “La paga del soldato”, ma ho notato, facendo ricerche sul web, che quello corretto dovrebbe essere “La paga dei soldati”, dall’inglese “Soldiers’ pay”, non da “Soldier’s pay”.

William Faulkner, il discorso per il Nobel del 1949

Sto leggendo “La paga del soldato” di William Faulkner. Ne scriverò appena terminato. Mi sono accorto che su questo blog Faulkner è pressoché assente. Il motivo è semplice: lessi i suoi libri tanti anni fa, uno di fila all’altro, quando ancora non mi dilettavo con blog e pseudo-recensioni. Ricordo, tanto per citarne alcuni, “L’urlo e il furore”, “Mentre morivo”, “Santuario”, “Requiem per una monaca”, “Luce d’agosto”.

Considero Faulkner uno dei miei scrittori preferiti. Ho cercato sul web la cerimonia di premiazione per il Nobel del 1949, ho trovato l’audio e il testo (sul sito ufficiale del Nobel), ma nessuna traduzione. Ho cercato di tradurla al meglio, anche se specie in un passaggio mi sono un po’ “perso”. Riporto tutto di seguito. Naturalmente, sono ben accette correzioni.

“Ladies and gentlemen,

I feel that this award was not made to me as a man, but to my work – a life’s work in the agony and sweat of the human spirit, not for glory and least of all for profit, but to create out of the materials of the human spirit something which did not exist before. So this award is only mine in trust. It will not be difficult to find a dedication for the money part of it commensurate with the purpose and significance of its origin. But I would like to do the same with the acclaim too, by using this moment as a pinnacle from which I might be listened to by the young men and women already dedicated to the same anguish and travail, among whom is already that one who will some day stand here where I am standing.

Our tragedy today is a general and universal physical fear so long sustained by now that we can even bear it. There are no longer problems of the spirit. There is only the question: When will I be blown up? Because of this, the young man or woman writing today has forgotten the problems of the human heart in conflict with itself which alone can make good writing because only that is worth writing about, worth the agony and the sweat.

He must learn them again. He must teach himself that the basest of all things is to be afraid; and, teaching himself that, forget it forever, leaving no room in his workshop for anything but the old verities and truths of the heart, the old universal truths lacking which any story is ephemeral and doomed – love and honor and pity and pride and compassion and sacrifice. Until he does so, he labors under a curse. He writes not of love but of lust, of defeats in which nobody loses anything of value, of victories without hope and, worst of all, without pity or compassion. His griefs grieve on no universal bones, leaving no scars. He writes not of the heart but of the glands.

Until he relearns these things, he will write as though he stood among and watched the end of man. I decline to accept the end of man. It is easy enough to say that man is immortal simply because he will endure: that when the last dingdong of doom has clanged and faded from the last worthless rock hanging tideless in the last red and dying evening, that even then there will still be one more sound: that of his puny inexhaustible voice, still talking.

I refuse to accept this. I believe that man will not merely endure: he will prevail. He is immortal, not because he alone among creatures has an inexhaustible voice, but because he has a soul, a spirit capable of compassion and sacrifice and endurance. The poet’s, the writer’s, duty is to write about these things. It is his privilege to help man endure by lifting his heart, by reminding him of the courage and honor and hope and pride and compassion and pity and sacrifice which have been the glory of his past. The poet’s voice need not merely be the record of man, it can be one of the props, the pillars to help him endure and prevail.

(From Nobel Lectures, Literature 1901-1967, Editor Horst Frenz, Elsevier Publishing Company, Amsterdam, 1969)

“Signore e signori,

sento che questo premio non è per me in quanto uomo, ma va al mio lavoro – il lavoro di una vita nell’agonia e nella fatica dello spirito umano, non per la gloria e meno di tutto per il profitto, ma per creare dal materiale dello spirito umano qualcosa che prima non esisteva. Quindi questo premio è mio solo in affidamento. Non sarà difficile trovare una dedica per la parte in denaro, commisurata con lo scopo e il significato della sua origine. Ma mi piacerebbe fare lo stesso anche con l’applauso, utilizzando questo momento come un pinnacolo dal quale potrei essere ascoltato da giovani uomini e donne già dediti alla stessa angoscia e travaglio, tra i quali c’è già quello che un giorno sarà qui dove sono io.

La nostra tragedia oggi è una generale e universale paura fisica, così a lungo sostenuta che ora possiamo anche sopportarla. Non ci sono più problemi dello spirito. C’è solo la domanda: quando sarò fatto saltare in aria? A causa di ciò, i giovani e le giovani che scrivono oggi hanno dimenticato i problemi del cuore umano in conflitto con sé stesso, che soli possono rendere buona la scrittura perché solo di questo vale la pena scrivere, sentirne l’agonia e la fatica.

Deve imparare di nuovo. Deve insegnare a sé stesso che la più vile di tutte le cose è aver paura; e, insegnando ciò a sé stesso, dimenticarlo, non lasciando spazio nel suo laboratorio per altro che le antiche verità e le verità del cuore, le vecchie verità universali, mancando le quali qualsiasi storia è effimera e condannata – l’amore e l’onore e la pietà e l’orgoglio e la compassione e il sacrificio. Fino a quando fa così, lavora sotto una maledizione. Egli scrive non di amore ma di lussuria, di sconfitte in cui nessuno perde nulla di valore, di vittorie senza speranza e, peggio di tutto, senza pietà o compassione. I suoi dolori non toccano ossa universali, non lasciano cicatrici. Non scrive del cuore ma delle ghiandole.

Fino a quando non riapprenderà queste cose, scriverà come se stesse fermo a guardare la fine dell’uomo. Mi rifiuto di accettare la fine dell’uomo. È abbastanza facile dire che l’uomo è immortale semplicemente perché durerà; che quando l’ultimo ding-dong di condanna avrà risuonato e sarà sbiadita l’ultima inutile impiccagione dalla roccia (???), senza maree nell’ultima rossa e morente sera, che anche allora ci sarà un ulteriore suono: quello della sua gracile voce inesauribile, ancora parlante.

Rifiuto di accettare ciò. Io credo che l’uomo non si limiterà semplicemente a resistere: egli prevarrà. È immortale, non perché egli solo tra le creature ha una voce inesauribile, ma perché egli ha un’anima, uno spirito capace di compassione, di sacrificio e di resistenza. Il dovere dei poeti e degli scrittori è scrivere queste cose. È il suo privilegio aiutare l’uomo a sopportare, elevando il suo cuore, ricordandogli il coraggio, l’onore, la speranza, l’orgoglio, la compassione, la pietà e il sacrificio che sono stati la gloria del suo passato. La voce del poeta non dev’essere solo la registrazione dell’uomo, può essere uno dei sostegni, uno dei pilastri che lo aiutino a resistere e prevalere.”

Caddy, Katia, la nebbia e i foglietti (titolo improvvisato)

“Non ricordo neanche più che faccia aveva
ma l’odore della nebbia di mattina
quando mi vestivo in fretta per far prima
e fingere di essere lì per caso quando usciva”
I foglietti di carta sono pericolosi, perché uno ci scrive sopra, li butta là, in un angolo della stanza, e poi li ritrova all’improvviso, magari dopo 15 anni. Allora nella mente succede che arriva prima una luce improvvisa, poi una sorta di tuono. Tutto bello, non dico mica di no.
Nei misteriosi meandri del mio cervello ho scovato questa canzone, che avevo eletto a una sorta di Inno alla Mia Personale Timidezza. Non la ascoltavo da millenni, credo, ma è sbucata così, mentre leggevo uno di quei foglietti, sul quale c’erano queste parole di Faulkner. Forse l’assonanza tra le parole “Katia” e “Caddy”, oppure il comune riferimento alla nebbia, o più probabilmente proprio lei, l’antica nemica-alleata ormai rimpianta, la Grande Timidezza. Boh, che ne so, e poi che importa?“Caddy aveva l’odore degli alberi…Li sentivo parlare. Uscii dalla porta e non li sentivo più, e andai giù al cancello, dove passavano le bambine con la cartella. Mi guardavano, allungando il passo, con la testa voltata. Io cercavo di dire qualcosa, ma loro tiravano dritto, e io andavo lungo lo steccato, cercando di dire qualcosa, e loro andavano ancora più in fretta. Poi si mettevano a correre e io arrivavo all’angolo dello steccato e non potevo andare più avanti, e restavo là aggrappato, a guardare mentre si allontanavano e a sforzarmi di dire qualcosa”.(William Faulkner, “L’urlo e il furore”).

A questo punto avevo idea di scrivere un articolo sulla memoria, o almeno sulla mia memoria. Poi mi sono scordato quello che volevo scrivere e allora finisco qui. Certo sarà bene dare fuoco ai biglietti, sennò tra 15 anni sono cazzi (con rispetto parlando).

P.s.: vabbè, comunque tutto ciò è soprattutto per consigliarvi il libro di Faulkner. Potevo essere più sintetico, lo so.

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