Tra sottosuolo e sole

(Non) si diventa ciò che (non) si è.

Archivio per la categoria “Dostoevskij”

“Perché non te ne vai?”

“E anche le lacrime di prima che non ho saputo trattenere davanti a te, come una ridicola donnetta, non te le perdonerò mai! E anche tutto questo che ti sto confessando, non te lo perdonerò mai. Sì, soltanto tu devi rispondere di tutto ciò, perché mi sei capitata sottomano, perché io sono un mascalzone, perché sono il più spregevole, il più stupido, il più invidioso di tutti i vermi della terra, i quali in generale non sono meglio di me, ma, lo sa il diavolo perché, non si confondono mai; e così, per tutta la vita, qualsiasi pidocchio mi farà scoppiare il fegato; e anche questa è una mia prerogativa. Che m’importa se tu non ci capisci niente? E cosa vuoi che mi venga in tasca, che cosa, se tu creperai in quella casa o no? Ma lo capisci come ora, dopo quello che ti ho detto, ti odierò perché sei venuta e sei stata ad ascoltarmi? Perché un uomo può scoprirsi così solo una volta nella vita, e solo in un accesso di isteria! Che cosa vuoi ancora? Perché te ne stai ancora davanti a me, mi tormenti, perché non te ne vai?”
(Fëdor Dostoevskij, “Memorie dal sottosuolo”, ed. Bur Rizzoli)

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Bernhard sulla rilettura

(Sto rileggendo Bernhard e trovo questo suo passaggio sul valore della rilettura. Bene.)
“Ci sono scrittori, avevo detto a Gambetti, che entusiasmano il lettore, quando li legge per la seconda volta, in misura assai più grande della prima volta, con Kafka mi accade ogni volta. Conservo Kafka nella memoria come un grande scrittore, avevo detto a Gambetti, ma rileggendolo ho avuto assolutamente l’impressione di averne letto uno ancora più grande. Non sono molti gli scrittori che alla seconda lettura diventano più importanti, più grandiosi, la maggior parte di loro li leggiamo per la seconda volta vergognandoci di averli letti anche una sola volta, ci accade con centinaia di scrittori, non con Kafka e non con i grandi russi Dostoevskij, Tolstoj, Turgenev, Lermontov, non con Proust, con Flaubert, con Sartre, che annovero tra i più grandi. Trovo non sia male il metodo di leggere una seconda volta gli scrittori che abbiamo letto una volta e ci hanno segnato, perché a quel punto o sono quelli ancora più grandi, ancora più importanti, oppure non val più la pena di parlarne. In questo modo evitiamo di portarci in testa per tutta la vita un’immensa zavorra di letteratura, che alla fine fa ammalare, ammalare a morte questa nostra testa, avevo detto questo a Gambetti al Pincio.”
(Thomas Bernhard, “Estinzione”, ed. Adelphi)

Io, Richard e Thomas

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“Noi sentiamo benissimo che la nostra saggezza comincia là dove finisce quella dello scrittore, e vorremmo che egli ci desse delle risposte, mentre tutto quanto egli può fare è solo d’ispirarci dei desideri”, così scriveva il grande Marcel Proust, che mi è venuto in mente, assieme ad altri, mentre leggevo “Libertà” di Jonathan Franzen, stamattina, seduto su una delle “mie” panchine nel parco del mio paese.

Leggevo Franzen e mi “vedevo”, mi “sentivo” leggere, m’interrogavo sul perché stessi leggendo, su cosa cercassi, su quale vuoto cercavo di riempire. Franzen mi piace, ho già letto “Le correzioni” in passato e “Libertà”, almeno fino a poco più di pagina 200, mi ha preso: una riflessione sulla parola “libertà” e le sue implicazioni, su quanto siamo davvero “liberi” e sulla corrispondenza tra i nostri princìpi e il nostro agire. Ma il punto non è questo. Il fatto è che mentre leggevo, sapevo di non avere granché in comune con i protagonisti, né con Patty, né con Walter, né soprattutto con il cantante rock Richard, rude con le donne eppure pieno di donne, un tipo con il quale, a pelle, non condividerei neanche una sera al pub. Dunque, mi domandavo “perché” restassi avvinto dalla narrazione, e la risposta era abbastanza evidente ma difficile da estrinsecare: non si tratta di Patty, di Walter, di Richard, forse si tratta più di Jonathan, dell’autore, ma in sostanza, si trattava e si tratta di me. Ha ragione Proust: lo scrittore non ci dà risposte, e sarebbe terribile se lo facesse, se relegassimo a lui ciò che spetta a noi.

Leggevo Franzen e, fermandomi, ripensavo ai grandi che da sempre leggo e rileggo, anch’essi privi di risposte definitive, eppure per me sempre fonte di nuove domande. Pensavo a Dostoevskij, a Kafka, a Pavese, a Camus, a Bernhard, alla lettura come rifugio, come apertura, come scandaglio per sondare ciò che c’è nel mio sottosuolo, a quella malsana idea di ritenere “un ideale di felicità” starmene per secoli seduto su una panchina a leggere, ad oltranza e in modo ossessivo, quei cinque, sei, dieci autori che riescono a scuotermi più di altri. Un’idea stupida come tante altre.

Insomma, a farla breve, a pagina 224 di “Libertà”, succede una cosa, una cosa stupida nel romanzo, ma una cosa che mi blocca, che mi dà i brividi, una cosa che avvicina me a Richard, il cantante odioso. È una cosa che gli fa fare Franzen, quindi io so che non è Richard a farla, bensì è Jonathan, oppure no, è qualcun altro che, in un altro angolo del mondo, sta prendendo in mano lo stesso libro che sto leggendo io, per motivi diversi, cercando risposte diverse e trovando solo desideri diversi. Insomma, anche Richard, come me, ammira Thomas Bernhard. Forse una bevuta al bar assieme a lui ora posso farla. Adesso so che avremmo almeno un argomento di conversazione. Però non so, parlare di libri con qualcuno è troppo pericoloso, non si sa mai come va a finire. Forse è meglio che Richard continui a suonare nel romanzo, a farsi inseguire dalla donne-oggetto che vogliono essere il suo oggetto, forse è bene che ciascuno di noi due si tenga il proprio Thomas Bernhard. Sì, sì, è meglio così.

A ciascuno il suo Bernhard, è davvero meglio.

“I signori Golovlëv” (Michail E. Saltykov-Ščedrin)

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“Nella sua immaginazione balenava una serie infinita di giorni senza aurora, che sarebbero tramontati in un abisso grigio, e, involontariamente, chiudeva gli occhi. Da quel momento in poi sarebbe stato a tu per tu con la maligna vecchia, o forse, non maligna ma solo irrigidita nell’apatia del suo dispotismo. Quella vecchia lo avrebbe divorato non con la sofferenza, ma con l’oblio. Non ci sarebbe stato nessuno con cui scambiare una parola, non un luogo dove fuggire; dappertutto soltanto lei, autoritaria, irrigidita, sprezzante. Il pensiero di questo inevitabile futuro, lo riempì fino a tal punto di angoscia che si fermò vicino a un albero e per qualche momento vi batté contro la testa. Tutta la vita piena di smorfie, di oziosità, di buffonerie gli si illuminava all’improvviso davanti alla mente. Andava adesso a Golovlëvo, sapendo che cosa lo aspettava e nondimeno andava, non poteva non andare. Non c’era per lui altra strada. L’ultimo degli uomini avrebbe potuto sempre far qualcosa per se stesso, sarebbe stato capace di procacciarsi il pane – lui solo non riusciva a niente. Questo pensiero per la prima volta si svegliò in lui. Anche prima gli era accaduto di pensare al futuro e di rappresentarsi prospettive di vario genere, ma erano sempre state prospettive di gratuita abbondanza e non mai prospettive di lavoro. Ed ecco che lo aspettava il compenso di quel fumo nel quale era affondato il suo passato senza lasciar traccia. Compenso amaro che si esprimeva nelle terribili parole: <<Mi divorerà!>>.”

(Michail Evgrafovič Saltykov-Ščedrin, “I signori Golovlëv”, ed. Quodlibet)

Sarebbe una cattiveria, da parte mia, ricordarmi che quando Michail Evgrafovič Saltykov-Ščedrin scriveva “I signori Golovlëv”, ovvero tra il 1875 e il 1880, un altro russo, Fëdor Dostoevskij, aveva già scritto “Memorie dal sottosuolo”, “Delitto e castigo”, “L’idiota”, “I demoni” (etc., etc.) e che, a “compimento” della sua immensa opera, stava scrivendo “I fratelli Karamazov”. Tornando un gradino più giù, eccomi al cospetto di una gradevole sorpresa, eccomi immerso nella saga familiare dei Golovlëv, alle prese con le aridità, Continua a leggere…

Due stronzi (meravigliosi)

Non c’è niente da fare, anche stavolta il povero Piskarev è morto sulla Prospettiva, scontando il duro contrasto tra le sue illusioni amorose e la realtà. Ogni volta che lo rileggo mi aspetto un finale diverso, non dico un amplesso concessogli per compassione, ma almeno che sopravviva al suo delirio. In questo, Dostoevskij è stato meno crudele di Gogol’. Almeno il tipo delle “Notti bianche” lo lasciamo vivo. Certo, anche lì uno, all’ottava lettura, si aspetta che lei, infine, scelga lui, povero mentecatto illuso, e non l’altro. E invece no, l’illuso resta lì a bocca aperta, a raccontarsi che, dopo tutto, va bene anche un solo minuto di beatitudine. Altrove, intanto, lei e l’altro fanno fuoco e fiamme in un’alcova, sebbene questo sia un dato presunto, non dimostrabile e neanche fondamentale.
No, no, mi sono sbagliato, è stato più stronzo Dostoevskij a lasciarlo vivo; vuoi mettere la serenità raggiunta da Piskarev? La sua calma, la sua virtù dei morti.

Ivan e Alëša fanno conoscenza (da “I fratelli Karamazov”)

La quarta lettura dei Karamazov prosegue a ritmo serrato. Per svariate ragioni, dubito che scriverò un articolo alla fine della lettura; sarebbe, comunque, inadeguato. Per ora riporto alcune pagine tratte da uno dei momenti cardine del romanzo, il confronto tra Ivan e Alëša. Per la precisione, i brani appartengono alla Parte seconda, Libro quinto, capitoli IV (“La ribellione”) e V (“Il Grande Inquisitore”).

328 Continua a leggere…

I Karamazov e la crisi del lettore

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Il lettore può attraversare una crisi, ma sa che da qualche parte, in uno scaffale nella sua stanza, c’è la soluzione, soltanto che, a volte, nega a sé stesso che quella possa essere la reale soluzione, specie se si tratta di tornare al già vissuto. Il lettore tenta strade alternative a quella che lo sta chiamando, inizia a leggere un romanzo appena comprato, un saggio filosofico, un racconto, un’opera teatrale, ma niente, proprio non riesce ad andare avanti, non si sente scosso, non avverte di essere toccato proprio dove lui vuole essere toccato, e quindi si avvicina, a piccoli passi, proprio verso quel punto della stanza nel quale sa che troverà ciò che egli deve leggere, anzi rileggere, e non importa che rileggerà per la quarta volta quel romanzo, poco conta l’idea che, uscendo di casa, una tegola potrebbe cadergli in testa e mandarlo all’obitorio, Continua a leggere…

“Che cosa sa la ragione?”

“Già, ma per me, a questo punto, conta anche solo una virgola. Voi m’accusate, signori, d’aver filosofeggiato: per forza, quarant’anni di sottosuolo! Permettetemi di fantasticare un po’. Vedete: la razionalità, signori, è una cosa bella, non si discute, ma la razionalità è solo la razionalità e soddisfa soltanto la facoltà ragionativa dell’uomo e il <<volere>> è l’espressione di tutta la vita, cioè di tutta la vita umana che comprende la ragione, ma anche i capricci. E sebbene la nostra vita in questa manifestazione risulti il più delle volte una porcheria, è comunque vita e non l’estrazione di una radice quadrata. È del tutto naturale, per esempio, che io voglia vivere per soddisfare tutte le mie capacità di vivere e non per soddisfare solo la mia capacità ragionativa, cioè qualcosa come un ventesimo della mia intera capacità di vivere. Che cosa sa la ragione? La ragione sa solo quello che ha fatto in tempo a conoscere (altro non saprà mai; non è certo una consolazione, ma perché non ammetterlo?), la natura umana invece agisce compatta, con tutto ciò di cui dispone, coscientemente e inconsciamente, e se anche mente, tuttavia vive. Io sospetto, signori, che voi mi stiate considerando con compassione; voi mi ripetete che un uomo illuminato ed evoluto, come dovrò essere l’uomo del futuro, non può consapevolmente volere qualcosa di per sé svantaggioso, che questa è matematica. Perfettamente d’accordo, è assolutamente matematica; ma io ribatto per l’ennesima volta che c’è un solo caso, solo uno, in cui l’uomo può intenzionalmente, consapevolmente, desiderare per sé qualcosa di dannoso, o di stupido, o addirittura di assolutamente insensato e proprio per avere il diritto di desiderare per sé anche la cosa più insensata e non essere vincolato all’obbligo di desiderare solo ciò che è intelligente. Poiché quella cosa insensatissima, quel capriccio, in effetti, signori, può essere, per il nostro fratello, la cosa più vantaggiosa del mondo, soprattutto in certi casi. Ma, in effetti, può essere più vantaggiosa di tutti i vantaggi perfino nel caso che ci cagioni un chiaro danno e contraddica la più rigorosa conclusione sui vantaggi, cui sia pervenuta la nostra ragione, perché, in ogni caso, ci conserverà la cosa più importante e più preziosa, la nostra personalità, l’individualità.” Continua a leggere…

L’argomento migliore

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(Elias Canetti, “Il frutto del fuoco”, ed. Adelphi, pag. 178)

“Estetica e letteratura. Il grande romanzo tra Ottocento e Novecento” (Giuseppe Di Giacomo)

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“Se gli eroi del romanzo ottocentesco lottano per far trionfare il senso, la totalità, sul non-senso del mondo (il mondo abbandonato da dio), Dostoevskij coglie il senso nel cuore stesso del non-senso. Per l’uomo di Dostoevskij tutto è nello stesso tempo senso e non-senso. Per questo in Dostoevskij c’è salvezza nell’abiezione estrema. Ogni tentativo di spiegare il personaggio, di ricondurlo a una logica coerenza, è vanificato: non c’è un ‘fuori’ dal quale il personaggio, e il lettore con lui, possa vedere e vedersi, distinguendo il senso dal non-senso, e superare così la sua fondamentale paradossalità; né si offre al personaggio alcuna possibilità di conoscersi, alcuna coscienza dei propri movimenti interni. Questi ultimi si producono infatti senza che nessuna spiegazione possa connetterli tra loro e perciò comprendere e giustificare: si danno ‘catastroficamente’. Di qui l’esclusione dall’opera di Dostoevskij di quei ‘momenti privilegiati’ che ricorrono in Proust, nei quali la vita della coscienza si rivela come totalità, verità ed essenza”.

(Giuseppe Di Giacomo, “Estetica e letteratura. Il grande romanzo tra Ottocento e Novecento”, Editori Laterza)

Nell’estate del 2012, se la memoria non m’inganna, ascoltai una conferenza del professor Giuseppe Di Giacomo, ospite di una rassegna cinematografica organizzata nel mio paese. Avevo già letto un suo libro su Wittgenstein, oltre ad ascoltare alcune registrazioni di sue lezioni universitarie. Sono giunto, quindi, abbastanza preparato all’appuntamento con “Estetica e Letteratura. Il grande romanzo tra Ottocento e Novecento”. Sapevo che avrei trovato argomenti di mio interesse, ma adesso posso affermare che un libro del genere avrei potuto scriverlo io. Prima che il lettore m’insulti per una possibile espressione di vanità personale, Continua a leggere…

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