Tra sottosuolo e sole

(Non) si diventa ciò che (non) si è.

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Ritorno alla Natura? (da Julio Cortázar)

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(Ogni tanto provo a “immergermi nella Natura”, ad esempio approcciando le piante sul balcone di casa, ma dopo un po’ mi stanco, è più forte di me. La penso come Cortázar, almeno per l’85-86 % di queste sue parole)

“In quest’epoca di ritorno spregiudicato e turistico alla Natura, in cui i cittadini guardano alla vita di campagna come Rousseau guardava il buon selvaggio, hanno più che mai la mia solidarietà: a) Max Jacob, il quale in risposta a un invito a trascorrere il fine settimana in campagna, disse fra lo stupefatto e il terrorizzato: <<La campagna, quel luogo dove i polli vanno in giro crudi?>>; b) il dottor Johnson, che a metà di un’escursione nel parco di Greenwich espresse energicamente la sua preferenza per Fleet Street; c) Baudelaire, che portò l’amore per l’artificiale fino alla nozione stessa di paradiso.

Un paesaggio, una passeggiata nel bosco, un tuffo in una cascata, un sentiero fra le rocce, possono appagarci esteticamente soltanto se ci è assicurato il ritorno a casa o in albergo, la doccia lustrale, la cena e il vino, la chiacchierata dopocena, il libro o le carte, l’erotismo che tutto riassume e ricomincia.

Diffido degli ammiratori della natura che di tanto in tanto scendono dall’auto per contemplare il panorama e per fare quattro o cinque saltelli fra i picchi; quanto agli altri, quei boy-scouts a vita che hanno l’abitudine di girovagare sotto enormi zaini e smisurate barbe, le loro reazioni sono principalmente monosillabiche o esclamative; tutto sembra consistere nel rimanere mille volte come stupidi dinanzi a una collina o a un tramonto che sono le cose più ripetute al mondo.

I civilizzati mentono quando cadono in deliquio bucolico; se manca loro lo scotch on the rocks delle sette e mezzo di sera, malediranno il minuto in cui hanno abbandonato casa propria per andare ad esporsi a tafani, insolazioni e spine; quanto ai più in armonia con la natura, sono tanto stupidi quanto lei. Un libro, una commedia, una sonata, non necessitano né di ritorno né di doccia; è lì dove raggiungiamo le nostre vette, dove siamo il più che possiamo essere. Ciò che cerca l’intellettuale o l’artista quando si rifugia in campagna è tranquillità, lattuga fresca e aria ossigenata; con la natura che lo circonda per ogni dove, lui legge o dipinge o scrive nella perfetta luce di una stanza ben orientata: se esce a passeggio o si affaccia a osservare gli animali o le nubi, è perché si è stancato di lavorare o di oziare. Non ti fidare, caro mio, della contemplazione di un tulipano quando il contemplatore è un intellettuale. Lì non c’è altro che tulipano + distrazione, o tulipano + meditazione (quasi mai sul tulipano). Non troverai mai uno scenario naturale che resista più di cinque minuti a una contemplazione impegnata, mentre invece sentirai abolirsi il tempo nella lettura di Teocrito o di Keats, soprattutto in quei brani dove compaiono scenari naturali. Sì, Max Jacob aveva ragione: i polli, arrosto.” Continua a leggere…

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Lì, ma dove, come (Julio Cortázar)

“Tu che mi leggi, non ti è mai capitata quella cosa che comincia in un sogno e che torna in molti sogni ma che non è quello, non è solamente un sogno? Qualcosa che è lì, ma dove, come; qualcosa che capita sognando, certo, puramente sogno ma dopo anche lì, in altro modo perché morbido e pieno di buchi ma lì mentre ti lavi i denti, nel fondo della coppa del lavabo continui a vederlo mentre sputi il dentifricio o metti la faccia sotto l’acqua fredda, e già assottigliandosi ma ancora lo senti afferrato al tuo pigiama, alla base della lingua mentre scaldi il caffè, lì, ma dove, come, incollato al mattino, con il suo silenzio nel quale già entrano i rumori del giorno, il radiogiornale perché abbiamo acceso l’apparecchio e siamo svegli e alzati e la vita continua. Maledizione, maledizione, ma com’è possibile, che cos’è questa cosa che fu, che fummo in un sogno ma è altro, torna ogni tanto ed è lì, ma dove, come è lì e dove è lì? Perché di nuovo Paco stanotte, ora che lo scrivo in questa stessa stanza, accanto a questo letto dove le lenzuola segnano l’impronta del mio corpo? A te non accade come accade a me con qualcuno morto trent’anni fa, che seppellimmo un giorno di mezzogiorno a Chacarita, portando sulle spalle la cassa insieme con gli amici del gruppo, con i fratelli di Paco?”

(Julio Cortázar, “Lì, ma dove, come”, in “I racconti”, ed. Einaudi)

Doppio sguardo, una sorta di felicità

Mentre ero su un autobus provinciale, guardando il mio e l’altrui riflesso nel vetro del finestrino, mi è tornato alla mente un breve racconto di Julio Cortázar, ambientato nel vagone di una metropolitana e nel quale l’autore descrive, in una decina di pagine, un “gioco” che il protagonista svolge con l’inconsapevole complicità dei passeggeri e soprattutto delle passeggere. Di seguito l’inizio del racconto.

“Adesso che lo scrivo per altri tutto ciò potrebbe esser stato la roulette o l’ippodromo, ma quel che cercavo non era denaro, a un certo momento avevo cominciato a sentire, a decidere che un vetro del finestrino del metro poteva portarmi la risposta, l’incontro con una sorta di felicità, esattamente qui dove tutto avviene sotto il segno della più implacabile rottura, entro un tempo sotto terra che un tragitto fra stazione e stazione disegna e limita così, inappellabilmente sotto. Dico rottura per comprendere meglio (dovrei comprendere un sacco di cose da quando ho iniziato a giocare il gioco) quella speranza di una convergenza che forse mi sarebbe stata data dal riflesso in un vetro di finestrino. Superare la rottura che la gente non sembra avvertire sebbene vai a sapere che cosa pensa questa gente affaticata che sale e scende dai vagoni del metro, quel che cerca oltre il trasporto questa gente che sale prima o dopo per scendere dopo o prima, che solo si trova in una zona del vagone dove tutto è deciso in precedenza senza che nessuno possa sapere se usciremo insieme, se io scenderò per primo oppure quell’uomo magro con un rotolo di carte, se la signora anziana in verde continuerà fino al capolinea, se quei bambini scenderanno ora, è evidente che scenderanno perché raccattano quaderni e righe, si avvicinano ridendo e giocando alla porta mentre là nell’angolo una ragazza si sistema per restare, per rimanere ancora molte stazioni sul sedile finalmente libero, e quell’altra ragazza è imprevedibile, Ana era imprevedibile, si manteneva molto eretta contro lo schienale sul sedile, dalla parte del finestrino, era già là quando salii alla stazione Étienne Marcel e un negro abbandonò il sedile di fronte e parve che la cosa non interessasse nessuno e io potei scivolare con una scusa qualsiasi fra le ginocchia dei due passeggeri seduti dalla parte del corridoio e mi trovai di fronte ad Ana e quasi subito, perché ero sceso nel metro per giocare ancora una volta al gioco, cercai il profilo di Margrit nel riflesso del vetro del finestrino e pensai ch’era carina, che mi piacevano i suoi capelli neri con una specie di breve ala ad acconciarle in diagonale la fronte.

Non è vero che il nome di Margrit o Ana sorgesse in seguito o che sia ora un modo di distinguerle nella scrittura, cose come questa si davano per decise istantaneamente nel gioco, voglio dire che in alcun modo il riflesso nel vetro del finestrino poteva chiamarsi Ana, così come non poteva neppure chiamarsi Margrit la ragazza seduta di fronte a me che non mi guardava e aveva lo sguardo smarrito nella noia di quell’interregno in cui tutti paiono consultare una zona di visione che non è quella circostante, eccetto i bambini che fissano e in pieno le cose fino al giorno in cui gli viene insegnato a collocarsi anch’essi begli interstizi, a guardare senza vedere con quell’ignoranza civile di ogni vicina apparenza, di ogni possibile contatto, ognuno installato nella propria bolla d’aria, allineato fra parentesi, preoccupato dal perdurare della minima aria libera fra ginocchia e gomiti altrui, rifugiandosi in <<France Soir>> o in libri tascabili, sebbene quasi sempre come Ana, occhi collocati nel vuoto fra quanto è veramente visibile, in quella distanza neutra e stupida che andava dalla mia faccia a quella dell’uomo concentrato nel <<Figaro>>. Ma allora Margrit, se qualcosa potevo prevedere era che a un certo punto Ana si sarebbe voltata distratta verso il finestrino e allora Margrit avrebbe visto il mio riflesso, l’incrociarsi degli sguardi nelle immagini di quel vetro in cui l’oscurità della galleria pone il suo mercurio attenuato, la sua felpa violetta e mobile che dà alle facce una vita su altri piani, gli toglie quell’orribile maschera di gesso delle luci municipali del vagone e soprattutto, oh sì, non avresti potuto negarlo, Margrit, fa guardare davvero quell’altra faccia del vetro perché durante il tempo istantaneo del doppio sguardo non esiste censura, il mio riflesso nel vetro non era l’uomo seduto di fronte ad Ana e che Ana non doveva guardare apertamente in un vagone di metro, e inoltre colei che stava guardando il mio riflesso non era Ana ma Margrit nel momento in cui Ana rapidamente aveva sviato gli occhi dall’uomo seduto di fronte a lei perché non stava bene guardarlo, voltandosi verso il vetro del finestrino aveva visto il mio riflesso in attesa di quell’attimo per poter sorridere lievemente senza alcuna insolenza o speranza quando lo sguardo di Margrit fosse caduto come un uccello nel suo sguardo. Durò forse un secondo, forse un po’ di più perché sentii che Margrit aveva avvertito quel sorriso che Ana condannava non fosse altro che con il solo gesto di chinare il viso, di esaminare vagamente la chiusura della borsa di pelle rossa; ed era quasi giusto continuare a sorridere anche se Margrit ormai non mi guardava più perché in un certo senso il gesto di Ana accusava il mio sorriso, continuava a sentirlo e non occorreva più che lei o Margrit mi guardassero, meticolosamente comprese nel provare la chiusura della borsa…”

(Julio Cortázar, estratto da “Manoscritto trovato in una tasca”, in “I racconti”, ed. Einaudi)

Astrazione

http://www.treccani.it/vocabolario/astrazione/

“…nonostante ciò ho saputo conservare un certo senso dell’umorismo e specialmente una notevole capacità d’astrazione, voglio dire che se un tizio non mi piace lo cancello immediatamente, e mentre lui parla e parla io passo a Melville, e intanto quel disgraziato crede che lo stia ascoltando. Così, se mi piace una donna posso astrarle i vestiti non appena entra nel mio campo visivo, e mentre lei mi dice che oggi c’è un tempo infame, io trascorro lunghi minuti ad ammirarle l’ombelico. Qualche volta è quasi malsana questa mia dote.”

(Julio Cortázar, “Virtù dell’astrazione”, in “Racconti”, ed. Einaudi)

“Blow up” di Antonioni e Julio Cortázar

 

(Quando vidi “Blow up” non sapevo neanche dell’esistenza di Julio Cortázar, quindi nemmeno mi accorsi/lessi che Antonioni aveva tratto ispirazione dal racconto “Le bave del diavolo”, appunto di Cortázar. Poco fa ho letto il racconto e, insomma, ora so questa cosa.)

“I due primi giorni accettai quello che avevo fatto, dalla foto in sé fino all’ingrandimento sulla parete, e non mi domandai neppure perché interrompevo ad ogni momento la traduzione del trattato di José Norberto Allende per ritrovare il viso della donna, le macchie oscure sulla spalletta. La prima sorpresa fu stupida; non mi era mai capitato di pensare che quando guardiamo una fotografia di fronte, gli occhi ripetono esattamente la visione e la posizione dell’obiettivo; sono cose queste che si danno per scontate, e nessuno si sofferma a ripensarle. Dalla mia sedia, con la macchina per scrivere davanti, fissavo la foto lì a tre metri di distanza; e allora mi venne in mente che mi ero esattamente nel punto di mira dell’obiettivo. Così andava bene; senza dubbio era il modo migliore per apprezzare una foto, anche se la visione in diagonale poteva avere i suoi incanti e magari anche le sue sorprese. Di tanto in tanto, per esempio quando non trovavo il modo di rendere in buon francese quello che José Norberto Allende diceva in così buon spagnolo, alzavo gli occhi e guardavo la foto; ora mi attirava la donna, ora il ragazzo, ora il selciato, su cui una foglia secca si era ammirevolmente situata per valorizzare un settore laterale. Allora riposavo un istante dal mio lavoro, e rientravo una volta di più in quella mattina che permeava la fotografia, ricordavo ironicamente l’immagine collerica della donna che esigeva la consegna della pellicola, la fuga ridicola e patetica del ragazzo, l’entrata in scena dell’uomo dalla faccia bianca…”

(Julio Cortázar, “Le bave del diavolo”, in “I racconti”, ed. Einaudi)

“Cado e mi rialzo” (Julio Cortázar)

“Facciamo così: tu ti riabiliti e io ti osservo. Per vari giorni di seguito, insomma una riabilitazione continua, tu passi il tempo a riabilitarti e io ti osservo. O al contrario, se preferisci, ma a me piacerebbe se cominciassi tu, perché sono un tipo modesto e un buon osservatore. Sicché, se io ricado negli intervalli della mia riabilitazione, mentre tu non lasci tempo alla ricaduta e ti riabiliti come in un cinema a spettacolo continuato, in poco tempo la nostra differenza sarà enorme, tu arriverai così in alto che sarà un piacere vederti. A quel punto, saprò che il sistema ha funzionato e comincerò a riabilitarmi furiosamente, metterò la sveglia alle tre del mattino, sospenderò la mia vita coniugale e le altre ricadute che conosco perché rimangano solo quelle che non conosco…”

(Julio Cortázar, “Il giro del mondo in ottanta giorni”)

P.s.: un ringraziamento particolare alla persona che ha caricato su youtube questo e altri video relativi a Cortázar.

La banda

“Essenzialmente (ma è proprio l’essenziale che sfugge) sarebbe così: fino a quel momento lo aveva colpito una serie di elementi anomali slegati: il falso programma, gli spettatori inappropriati, la banda illusoria in cui la maggioranza degli elementi era falsa, il direttore fuori posto, la finta sfilata, e lui stesso coinvolto in una cosa che non lo riguardava. Di colpo gli parve di capire in termini che eccedevano tutto infinitamente. Sentì come se gli fosse stato dato di vedere finalmente la realtà. Un momento della realtà che gli era sembrata falsa perché era quella vera, quella che ora non vedeva più. Ciò cui aveva appena presenziato era il vero, cioè il falso. Non sentì più lo scandalo di trovarsi attorniato da elementi che non si trovavano al loro posto perché, essendo conscio di un mondo altro, comprese che quella visione poteva essere ampliata alla strada, al Galéon, al suo abito azzurro, al suo programma per la serata, al suo ufficio di domani, al suo piano di economie, alle sue vacanze di marzo, alla sua amica, alla sua maturità, al giorno della sua morte. Per fortuna non continuava a vedere in questo modo, per fortuna era di nuovo Lucio Medina. Ma solo per fortuna.”
(Julio Cortázar, “La banda”, in “I racconti”, ed. Einaudi)

“Dall’altro lato dei miei occhi chiusi” (racconto “Il fiume” di Julio Cortázar)

“E sì, pare che sia così, pare che te ne sia andata dicendo non so cosa, che andavi a gettarti nella Senna, qualcosa di simile, una di quelle frasi da notte fonda, mescolate a lenzuola e a bocca impastata, quasi sempre nel buio o con qualcosa come mano o piede che sfiori il corpo di chi ascolta appena, perché è da tanto che ti ascolto appena quando dici cose così, non vengono che dall’altro lato dei miei occhi chiusi, dal sonno che di nuovo mi tira giù. E allora va bene, cosa m’importa se te ne sei andata, se ti sei affogata o ti aggiri ancora per le banchine guardando l’acqua, e poi non è vero perché sei qui addormentata e respiri a singulti, ma allora non te ne sei andata quando andasti via a un certo punto della notte prima che io mi perdessi nel sonno, perché te ne eri andata dicendo qualcosa, che andavi ad affogarti nella Senna, ossia hai avuto paura, hai rinunciato e di colpo sei qui e quasi mi tocchi, e ti muovi ondeggiando come se qualcosa lavorasse dolcemente nel tuo sonno, come se davvero sognassi che sei uscita e che dopo tutto sei arrivata alla banchina e ti sei gettata in acqua. Così una volta ancora, per dormire dopo con la faccia di stupido pianto, fino alle undici di mattino, l’ora in cui portano il giornale con le notizie di coloro che si sono affogati davvero.

Mi fai ridere, poverina. Le tue decisioni tragiche, quel tuo modo di sbattere le porte come un’attrice da tournée di provincia, uno si domanda se realmente credi nelle tue minacce, nei tuoi ripugnanti ricatti, nelle tue irresistibili scene patetiche con il crisma delle lacrime, degli aggettivi e delle recriminazioni. Meriteresti qualcuno più dotato di me che ti desse la battuta, allora si vedrebbe erigersi la coppia perfetta, con il fetore squisito dell’uomo e della donna che si distruggono guardandosi negli occhi per assicurarsi la proroga più precaria, per sopravvivere ancora e ricominciare a perseguire inesauribilmente la propria verità di sterpaglie e di fondo di casseruola. Ma lo vedi, scelgo il silenzio e accendo una sigaretta e ti ascolto parlare, ti ascolto mentre ti lamenti (a ragione, ma che ci posso fare), o meglio ancora, mi addormento a poco a poco, cullato quasi dalle tue imprecazioni prevedibili, con gli occhi socchiusi mescolo ancora per un momento le prime folate dei sogni con i tuoi gesti di camicia da notte ridicola alla luce del lampadario che ci regalarono quando ci sposammo, e credo che alla fine dormo e porto con me, te lo confesso quasi con amore, la parte più utilizzabile dei tuoi movimenti e delle tue accuse, il suono schioccante che ti deforma le labbra livide di collera. Per arricchire i miei sogni in cui mai a nessuno viene in testa di affogarsi, puoi crederci. Continua a leggere…

“Rayuela. Il gioco del mondo” (Julio Cortázar)

www.mondadoristore.it

“Gli aveva sorriso, come se cercasse di capire. Forse… La sua mano trovò quella di Oliveira quando contemporaneamente si chinarono per levare la coperta. Per tutto quel pomeriggo egli assistette di nuovo, ancora una volta, una delle tante volte ancora, testimone ironico e commosso del proprio corpo, alle sorprese, agli incanti e alle delusioni della cerimonia. Abituato senza saperlo ai ritmi della Maga, d’un tratto un nuovo mare, un diverso mareggio lo strappava agli automatismi, ne faceva il confronto, sembrava denunciare oscuramente la propria solitudine intrecciata di simulacri. Illusione e delusione di passare da una bocca all’altra, di cercare con gli occhi chiusi un collo in cui la mano ha dormito raccolta, e sentire che la curva è diversa, una base più spessa, un tendine che si contrae brevemente nello sforzo di rizzarsi per baciare o mordere. Ogni attimo del suo corpo di fronte a un disaccordo delizioso, doversi allungare un pochino di più, o abbassare la testa per trovare la bocca che prima stava lì vicina, carezzare un fianco più stretto, incitare a una risposta e non ottenerla, insistere, distratto, per poi accorgersi che tutto bisogna inventare di nuovo, che il codice non è stato stabilito, che le chiavi e il cifrario nasceranno di nuovo, saranno diversi, corrisponderanno ad altro. Il peso, l’odore, il tono di una risata o di una supplica, i tempi e le accelerazioni, nulla coincide essendo uguale, tutto nasce di nuovo essendo immortale, l’amore gioca ad inventarsi, fugge da se stesso per tornare nella propria spirale impressionante, i seni cantano in un altro modo, la bocca bacia più profondamente o come di lontano, e in un momento in cui prima era collera e angoscia ora è gioco puro, un incredibile sollazzo, o al contrario, quando prima si cadeva nel sonno, nel balbettio di dolci stupide cose, adesso la tensione, qualcosa di incomunicato eppure presente che esige d’incarnarsi, qualcosa come una rabbia insaziabile. Solo il piacere nel suo palpito ultimo è il medesimo; prima e dopo il mondo è andato in pezzi e bisogna nuovamente dargli nome, dito per dito, labbro per labbro, buio per buio.”

(Julio Cortázar, “Rayuela. Il gioco del mondo”, ed. Einaudi)

“Chi non legge Cortázar è spacciato. Non leggerlo è una malattia molto seria e invisibile, che col tempo può avere conseguenze terribili”, pare abbia detto/scritto Pablo Neruda, almeno stando alla citazione riportata sul retro-copertina dell’edizione Einaudi dei “Racconti” di Julio Cortázar. Continua a leggere…

Il mio approccio con Julio Cortázar (da “Il gioco del mondo”)

1Ronzavo attorno a  Cortázar da un bel po’, infine l’ho approcciato.
Dopo aver letto un’intervista e alcune lettere riportate a fine libro (“Rayuela. Il gioco del mondo”, ed. Einaudi), ho sentito di potermene innamorare (avevo letto qualcosa di suo tanti anni fa e, pur apprezzandolo, non mi aveva colpito quanto ora).
Poi sono andato al sodo, cioè al romanzo, e dalle prime pagine lette credo che tra me e Julio potrà funzionare.
Intanto, vi lascio a un altro brano, di tenore diverso dal precedente.

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