Tra sottosuolo e sole

(Non) si diventa ciò che (non) si è.

Archivio per la categoria “Cechov”

“Dell’amore” (Anton Cechov)

Dell'amore (Cechov)

“Presero a parlare d’amore.
– Come nasca l’amore – disse Alëkin, – perché Pelageja non si sia innamorata di qualcun altro più confacente a lei e alle sue qualità spirituali e fisiche, ma si sia incapricciata proprio di Nikanor, di quel brutto ceffo (qui da noi lo chiamano tutti così), visto che in amore sono importanti i problemi di felicità personale, tutto questo non ci è dato saperlo e di queste cose possiamo discutere a piacimento. Fino a questo punto a proposito dell’amore è stata detta una sola indiscutibile verità, nella fattispecie che questo segreto è grande; tutto il resto che è stato scritto o detto sull’amore non è stato una soluzione ma soltanto un’impostazione dei problemi che però sono rimasti irrisolti. La spiegazione che pareva adattarsi a un caso non vale più per gli altri dieci e la cosa migliore da farsi, a mio parere, è esporre ogni caso singolarmente, senza cercare di generalizzare. Bisogna, come dicono i dottori, isolare ogni singolo caso.”
(Anton P. Cechov, “Dell’amore”)
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“La steppa” (Anton Cechov)

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“Di certo avete udito parlare di lui. Si faceva notare perché non usciva nemmeno col bel tempo se non con il parapioggia, con le soprascarpe e con un abito foderato. Il suo parapioggia aveva la fodera, il suo orologio aveva un astuccio di pelle grigia, il suo temperino, quando lo tirava fuori per temperare la matita, aveva anch’esso un astuccio; pareva che stesse in una fodera perfino il suo viso, perché egli lo nascondeva sempre nel bavero rialzato. Portava occhiali affumicati, un panciotto di lana; metteva cotone nelle orecchie e, prendendo una vettura, faceva tirar su il soffietto. In breve, si osservava in costui il desiderio irresistibile e costante di rannicchiarsi il più possibile in un guscio: di costruirsi, per così dire, un astuccio che lo isolasse e lo riparasse dagli influssi esterni. La realtà lo sgomentava, lo urtava, lo teneva in una perpetua emozione; e forse era per giustificare il suo sgomento o disgusto del reale, che instancabilmente vantava ciò ch’è passato ed inesistente.”

(Anton Cechov, racconto “L’uomo nell’astuccio” in “La steppe”, ed. Garzanti, 1966)

Ho trovato “La steppa”, selezione di racconti cechoviani, edizione Garzanti del 1966, in una rivendita di libri usati, dove era finita facendo chissà quali giri strambi. A parte il fascino che i volumi lisi dal tempo esercitano su di me, sul quale mi sono soffermato tempo fa su questo delirante blog, devo qui ribadire la mia gigantesca e certo non originale stima per Cechov, i cui racconti sono un magistrale dell’arte narrativa “breve”. La grandezza e la freschezza delle storie raccontate dall’autore russo sono tali da avermi fatto dimenticare quali dei racconti contenuti in questa raccolta avessi già letto in passato.

L’occhio di Cechov è clinico ma poetico, oppure poetico ma clinico, poco importano tali sottigliezze. I racconti, sia pure ambientati nella Russia della seconda metà dell’Ottocento, suonano moderni all’orecchio del lettore, che si tratti di un professore ormai conscio di dover morire, di una donna in carriera benefattrice ma sola, di un diciassettenne alle prime disillusioni amorose o di un uomo che vive “in un astuccio”, schiavo dei suoi pregiudizi etici.

Cechov è sottile analista delle debolezze umane, ma lo è con ironia, empatia, malinconia, insomma con poesia e questi mi paiono motivi più che sufficienti per suggerirvi di leggerlo.

Virginia Woolf su Anton Cechov

“Le nostre prima impressioni di Cechov non sono di semplicità ma di sconcerto. Che cosa vuol dire, e come può credere che si possa fare un racconto con questo?, ci domandiamo a misura che leggiamo i suoi racconti. Un uomo si invaghisce di una donna sposata, si separano, si incontrano, e alla fine restano a parlare della loro situazione, a domandarsi in che modo avrebbero potuto rompere <quegli insopportabili ostacoli>. <Come fare? chiedeva lui disperato: come? E sembrava loro che, ancora un poco, e la soluzione si sarebbe trovata; e allora avrebbe avuto inizio una vita nuova e bella>. Così finisce il racconto. Ma sarà davvero la fine, ci chiediamo? Piuttosto abbiamo la sensazione di aver omesso, senza accorgerci, qualche particolare importante; oppure come se una melodia si fosse interrotta, senza aspettare che gli accordi attesi venissero a chiuderla. Questi racconti sono inconcludenti, diciamo, decisi a impostare la nostra critica sul presupposto che i racconti debbano finire in modo attendibile. Ma questo significa mettere in dubbio la nostra attitudine alla lettura. Quando la melodia è familiare e il finale enfatico – gli amanti vengono riuniti, i cattivi debellati, gli imbrogli chiariti -, come in quasi tutta la letteratura d’immaginazione vittoriana, non possiamo in verità sbagliare; ma quando la melodia è poco familiare, e alla fine troviamo un punto interrogativo, o semplicemente l’informazione che i personaggi continuano a parlare, come capita con Cechov, ci vuole un senso della letteratura assai coraggioso e all’erta, per riuscire a scorgere la melodia, e in special modo quelle ultime note che completano la melodia… ma una volta che l’occhio si è abituato alle sfumature, la metà dei finali della letteratura d’immaginazione svaniscono nel nulla; diventano schermi trasparenti con una luce dietro: vistosi, ovvii, superficiali. La generale resa dei conti nell’ultimo capitolo, le nozze, la morte, la dichiarazione di valori etici od estintivi sonoramente annunciata al suono delle trombe, pesantemente sottolineata, diventano tutti rudimentali artifici. Sentiamo che niente è stato risolto; che nulla è rimasto saldamente sistemato. D’altra parte, quel metodo che all’inizio ci sembrava così arbitrario, inconcludente, troppo attento alle banalità, ora ci sembra il risultato di un gusto squisitamente originale ed esclusivo, il quale arditamente scende e infallibilmente ordina i suoi elementi, controllato da un’onestà che si trova soltanto fra gli stessi russi.”

(Virginia Woolf su Anton Cechov, tratto da nota introduttiva a “La steppa”, contenente racconti di Cechov, ed. Garzanti del 1966)

“Uno scherzetto” (Anton Cechov)

cechov

“Nel circolo sociale di X si dava a scopo benefico un ballo mascherato o, come lo chiamavano le signorine del luogo, un bal-paréi.

Eran le dodici di notte. Gl’intellettuali senza maschera, che non ballavano, – erano cinque, – stavan seduti nella sala di lettura davanti a un gran tavola e, cacciati nasi e barbe nei giornali, leggevano, sonnecchiavano e, secondo l’espressione del locale corrispondente dei giornali della capitale, un signore molto liberale, “pensavano”.

Dalla sala comune giungevano le note della quadriglia di Arcolaio. Vicino alla porta, picchiando forte i piedi e facendo tintinnare il vasellame, non facevano che passar di corsa i camerieri. Nella sala di lettura invece regnava un profondo silenzio.

– Qui, mi pare, saremo più comodi! – s’udì a un tratto una voce bassa, soffocata, che sembrava provenir da una stufa. – Venite qua! Qua, ragazzi!

La porta s’aprì, e nella sala di lettura entrò un uomo largo, atticciato, vestito da cocchiere e con un cappello ornato di penne di pavone, in maschera. Subito dietro a lui entrarono due dame mascherate e un cameriere col vassoio. Sul vassoio c’erano una bottiglia panciuta di liquore, tre bottiglie di vino e alcuni bicchieri.”

(Anton Cechov, “Uno scherzetto”, ed. Biblioteca Universale Rizzoli)

Il vantaggio di aver scoperto Cechov da non molti anni consiste nel fatto che, tuttora, quando sono a corto di letture, posso rifugiarmi nei suoi racconti ed essere quasi certo che non resterò deluso. Così è accaduto Continua a leggere…

Consapevolezze.

Montale, Leopardi e soci mi convinsero che scrivere poesie non era il mio mestiere. Provai con i romanzi, ma Dostoevskij, Kafka, Balzac e altri soci mi fecere capire che dei miei romanzi potevo fare un bel falò. Restava la forma breve, i racconti e le novelle, ma Poe, Cechov e Guy de Maupassant mi spiegarono, gentilmente ma efficacemente, che dovevo farmi da parte. Per il teatro ci pensò Beckett, con un solo sguardo, senza parole.
Mi sono rimasti gli aggiornamenti su Facebook, su Twitter e gli articoli del blog, settori nei quali me la posso ancora giocare con milioni di persone.

“Le novelle” (Ănton Cechov)

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“Ma corsi universitari non ne avete fatti? Allora non sapete che cosa sian le scienze. Tutte le scienze, quante ce n’è al mondo, hanno un solo e medesimo passaporto, senza del quale si reputano inconcepibili: l’aspirazione alla verità! Ciascuna di esse, perfino una qualunque farmacognosia, ha per suo fine non l’utile, non la comodità della vita, ma la verità. Cosa singolare! Quando vi mettere a studiare una qualsiasi scienza, prima di tutto vi colpisce il suo principio informatore. Vi dirò, non c’è nulla di più attraente e di più grandioso, nulla che tanto sbalordisca e avvinca lo spirito umano quanto il principio di qualsiasi scienza. Fin dalle prime cinque o sei lezioni, già vi dànno le ali le più luminose speranze, già vi par d’essere padroni della verità. E io mi diedi alle scienze perdutamente, appassionatamente, come alla donna amata. io n’ero schiavo e, fuorché d’esse, non volevo conoscere altro sole. Giorno e notte, senza raddrizzar la schiena, studiano a memoria, mi rovinavo a comprar libri, piangevo, quando sotto i miei occhi gli uomini sfruttavano la scienza a fini personali. Ma non m’infatuai a lungo. Continua a leggere…

“Zio Vanja” (Ănton Cechov)

zio vanja

SONIA – Ma voi non siete contento della vita?

ÀSTROV – Amo la vita in genere, ma questa nostra vita provinciale, russa, piccolo – borghese, non posso assolutamente sopportarla e la disprezzo con tutte le forze dell’anima. Per quel che riguarda la mia vita personale, privata, ebbene bisogna dire che assolutamente non c’è niente di buono. Vedete, quando attraversate di notte un bosco tenebroso, se scorgete in lontananza brillante un lumicino, allora non vi accorgete della stanchezza, né delle tenebre, né degli spini che vi graffiano il viso…Voi sapete che io lavoro come nessun’altro lavora in questa provincia, la sfortuna mi perseguita senza tregua, a volte soffro in modo intollerabile, eppure non scorgo nessun lume brillante in lontananza. Ormai non mi aspetto più nulla, la gente non mi piace…Da tempo ormai non amo più nessuno.

SONIA – Nessuno?

ÀSTROV – Nessuno. Provo un senso di tenerezza per la vostra balia, perché mi ricorda il passato. I contadini sono tutti uguali, privi d’istruzione, vivono in mezzo al sudiciume, e con gl’intellettuali andar d’accordo è difficile. Mi stancano. Tutti questi nostri buoni amici hanno pensieri e sentimenti meschini e non riescono a vedere più in là del loro naso; insomma sono semplicemente degli sciocchi. Quelli poi che sono un po’ più intelligenti Continua a leggere…

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