Tra sottosuolo e sole

(Non) si diventa ciò che (non) si è.

Archivio per la categoria “Camus”

Io, Richard e Thomas

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“Noi sentiamo benissimo che la nostra saggezza comincia là dove finisce quella dello scrittore, e vorremmo che egli ci desse delle risposte, mentre tutto quanto egli può fare è solo d’ispirarci dei desideri”, così scriveva il grande Marcel Proust, che mi è venuto in mente, assieme ad altri, mentre leggevo “Libertà” di Jonathan Franzen, stamattina, seduto su una delle “mie” panchine nel parco del mio paese.

Leggevo Franzen e mi “vedevo”, mi “sentivo” leggere, m’interrogavo sul perché stessi leggendo, su cosa cercassi, su quale vuoto cercavo di riempire. Franzen mi piace, ho già letto “Le correzioni” in passato e “Libertà”, almeno fino a poco più di pagina 200, mi ha preso: una riflessione sulla parola “libertà” e le sue implicazioni, su quanto siamo davvero “liberi” e sulla corrispondenza tra i nostri princìpi e il nostro agire. Ma il punto non è questo. Il fatto è che mentre leggevo, sapevo di non avere granché in comune con i protagonisti, né con Patty, né con Walter, né soprattutto con il cantante rock Richard, rude con le donne eppure pieno di donne, un tipo con il quale, a pelle, non condividerei neanche una sera al pub. Dunque, mi domandavo “perché” restassi avvinto dalla narrazione, e la risposta era abbastanza evidente ma difficile da estrinsecare: non si tratta di Patty, di Walter, di Richard, forse si tratta più di Jonathan, dell’autore, ma in sostanza, si trattava e si tratta di me. Ha ragione Proust: lo scrittore non ci dà risposte, e sarebbe terribile se lo facesse, se relegassimo a lui ciò che spetta a noi.

Leggevo Franzen e, fermandomi, ripensavo ai grandi che da sempre leggo e rileggo, anch’essi privi di risposte definitive, eppure per me sempre fonte di nuove domande. Pensavo a Dostoevskij, a Kafka, a Pavese, a Camus, a Bernhard, alla lettura come rifugio, come apertura, come scandaglio per sondare ciò che c’è nel mio sottosuolo, a quella malsana idea di ritenere “un ideale di felicità” starmene per secoli seduto su una panchina a leggere, ad oltranza e in modo ossessivo, quei cinque, sei, dieci autori che riescono a scuotermi più di altri. Un’idea stupida come tante altre.

Insomma, a farla breve, a pagina 224 di “Libertà”, succede una cosa, una cosa stupida nel romanzo, ma una cosa che mi blocca, che mi dà i brividi, una cosa che avvicina me a Richard, il cantante odioso. È una cosa che gli fa fare Franzen, quindi io so che non è Richard a farla, bensì è Jonathan, oppure no, è qualcun altro che, in un altro angolo del mondo, sta prendendo in mano lo stesso libro che sto leggendo io, per motivi diversi, cercando risposte diverse e trovando solo desideri diversi. Insomma, anche Richard, come me, ammira Thomas Bernhard. Forse una bevuta al bar assieme a lui ora posso farla. Adesso so che avremmo almeno un argomento di conversazione. Però non so, parlare di libri con qualcuno è troppo pericoloso, non si sa mai come va a finire. Forse è meglio che Richard continui a suonare nel romanzo, a farsi inseguire dalla donne-oggetto che vogliono essere il suo oggetto, forse è bene che ciascuno di noi due si tenga il proprio Thomas Bernhard. Sì, sì, è meglio così.

A ciascuno il suo Bernhard, è davvero meglio.

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“L’opera galleggiante” (John Barth)

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“…poiché mi apparve chiaro dopo soli due anni di domande, indagini, letture e ore passate a fissare la parete, che non v’è nessun fuoco fatuo così elusivo quanto la causa di qualsivoglia atto umano. È abbastanza facile passare settimane chini sopra rendiconti bancari, registri, lettere di agenti di borsa: passare mesi a esaminare archivi di giornale, rapporti sul mercato azionario, volumi sulla teoria e sulla storia dell’economia; passare anni a interrogare in maniera attenta, non affrettata, apparentemente disinvolta ogni persona che avesse avuto più d’una superficiale conoscenza di mio padre. Tutto ciò è solo una ricerca più o meno laboriosa. Ma è ben diverso esaminare questo ammasso di informazioni e scorgerci dentro, in maniera così chiara che discuterne sia fuori discussione, la causa di un atto umano.”

(John Barth, “L’opera galleggiante”, ed. minimum fax)

John Barth per me ha rappresentato una scoperta folgorante, me ne sono innamorato (nei limiti del rapporto scrittore-lettore) dopo poche pagine e la passione è cresciuta nel corso della lettura di “L’opera galleggiante”, romanzo di difficile “catalogazione” e che per la modalità in cui è scritto avrebbe potuto respingermi dopo poco, se non fosse stato così divertente, avvincente e anche altro. Prima di scrivere qualcosa di più preciso, devo dire che ho acquistato questo libro allo stand della minimum fax, presso la “Fiera della piccola e media editoria”, svoltasi a Roma tra il 4 e l’8 dicembre scorsi, e l’ho comprato perché incuriosito dalla descrizione nel retro del libro, ma soprattutto perché ricordavo, sia pure molto vagamente, che Barth aveva qualcosa a che fare con David Foster Wallace, autore che ammiro.

Solo successivamente, quando ormai ero stato rapito dalla prosa avvolgente di Barth, sono riuscito a ricordarmi che il riferimento a Wallace era contenuto nella prefazione che Martina Testa (ottima traduttrice, ma non solo, dei due) aveva scritto per “Verso l’Occidente l’impero dirige il suo corso”, nella quale aveva rilevato che il romanzo di Wallace rappresenta Continua a leggere…

“Il castello” (Franz Kafka)

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“Il castello, i cui contorni già cominciavano a svanire, sorgeva silenzioso come sempre, K. non vi aveva ancora mai scorto il minimo segnale di vita, forse non era neppure possibile distinguere da quella distanza eppure gli occhi lo pretendevano e non volevano tollerare una simile quiete. Quando K. contemplava il castello, spesso gli sembrava di osservare qualcuno che se ne stesse là seduto tranquillamente e guardasse davanti a sé, non assorto nei suoi pensieri e dunque inaccessibile a tutto il resto, come se fosse solo e nessuno lo osservasse; eppure doveva accorgersi di essere osservato, tuttavia questo non scalfiva minimamente la sua tranquillità e davvero (non si capiva se ne fosse la causa o l’effetto) gli sguardi dell’osservatore non riuscivano a reggersi e scivolavano via. Questa impressione oggi era ulteriormente rafforzata dall’oscurità precoce, quanto più egli guardava, tanto meno distingueva, tanto più profondamente tutto annegava nella penombra”.

(Franz Kafka, “Il castello”, ed. Einaudi)

Kafka se ne sta lì, in agguato, sullo scaffale, mi guarda sempre, m’inquieta e alla fine mi convince a rileggermi un suo racconto, di quelli più brevi, di una sola pagina, e io ci casco, convinto che riuscirò davvero a leggere solo quel racconto e non mi farò avviluppare di nuovo da lui, Continua a leggere…

“Il processo” (Franz Kafka)

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“- Lei è innocente?

– Sì, – disse K. Questa risposta gli diede addirittura gioia, soprattutto perché era rivolta a un privato, e quindi non comportava alcuna responsabilità. Nessuno lo aveva ancora interrogato in modo così esplicito. Per assaporare questa gioia fino in fondo, aggiunse: – Sono del tutto innocente. – Ah, – disse il pittore; chinò il capo e parve riflettere. Lo risollevò a un tratto e disse: – Se lei è innocente, la causa è molto semplice – . K. si rabbuiò: questo presunto confidente del tribunale parlava con l’ingenuità di un bambino: – La mia innocenza non semplifica la causa, – disse K.: gli venne da sorridere, nonostante tutto, e scosse adagio la testa. – Bisogna tener conto di mille sottigliezze; il tribunale ci si perde dentro, ma alla fine, chissà da dove, da dove prima non c’era stato nulla, tira fuori una grossa colpa. – Sì, sì, certo, – disse il pittore, come se K. disturbasse senza motivo il filo del suo pensiero.: – Ma lei è davvero innocente? – Ma sì, – disse K. – Questo è l’essenziale, – disse il pittore. Non c’erano argomenti che lo smuovessero, ma, nonostante la sua risolutezza, non era chiaro se parlasse così per convinzione o solo per indifferenza. K., che intendeva appurarlo subito, gli chiese: – Lei conosce certo il tribunale meglio di me, io non so molto di più di quanto ne ho sentito dire, però da tanta gente diversa. Bene, su un punto sono d’accordo tutti: che non solleva accuse alla leggera, e che se le solleva, è segno che si è fermamente convinto della colpa dell’accusato, ed è molto difficile smuoverlo da questa convinzione. – Difficile? – chiese il pittore alzando bruscamente una mano: – Il tribunale non cambia convinzione mai. Se dipingessi qui su una tela tutti i giudici uno accanto all’altro, e lei davanti alla tela si difendesse, avrebbe più speranza di successo che davanti al tribunale vero. – Già, – disse K., a se stesso, dimenticando che aveva solo voluto farsi un’idea del pittore”. Continua a leggere…

“Dostoevskij” (Stefan Zweig)

Castelvecchi_Dostoevskij“I protagonisti di Dostoevskij non entrano pacificamente nelle leggi del nostro mondo, ma arrivano sempre col loro sistema sensitivo fin giù ai profondi problemi primordiali. In loro l’uomo moderno di sensibilità nervosa si unisce all’uomo primitivo che non sa altro della vita che la propria passione e che, insieme con l’estrema comprensione, balbetta anche alle prime domande del mondo. Le loro forme non si sono ancora raffreddate, la loro pietra non s’è ancora stratificata, la loro fisionomia non s’è ancora regolata. Sono sempre incomplete e perciò risultano doppiamente vive. Infatti l’uomo perfetto è anche in sé finito, mentre in Dostoevskij tutto tende all’infinito. Per lui gli uomini sono eroi e hanno valore artistico solo fin quando sono in disaccordo con se stessi, fin quando sono nature problematiche: quelli perfetti, quelli completi li scuote di dosso come l’albero il frutto maturo. Dostoevskij ama i suoi personaggi solo finché soffrono, finché hanno la forma della vita intensificata e discorse, finché sono il caos che vuole trasformarsi in destino”.

(Stefan Zweig, “Dostoevskij”, ed. Castelvecchi)

Autori come Shakespeare, Dante, Goethe, Omero e Dostoevskij costituiscono, per chiunque abbia a che fare con la letteratura, delle pietre miliari con le quali è inevitabile confrontarsi, fosse pure per criticarli. La loro grandezza, oltre che riflettersi, in maniera più o meno consapevole ed esplicita, nelle opere d’improbabili epigoni, è testimoniata dalla folta schiera di saggi, considerazioni, opinioni che altri grandi autori hanno loro dedicato. Su Fëdor Dostoevskij, oggetto di quest’articolo, ricordo, solo per citare pochi esempi, il saggio del critico Bachtin e il volume “Tolstoj e Dostoevskij” di Merežkovskij, o ancora le pagine che Albert Camus gli ha dedicato in “L’uomo in rivolta” o quelle più recenti di David Foster Wallace in “Considera l’aragosta”.  L’elenco potrebbe continuare, ma quel che vorrei sottolineare è come ciascuno degli interpreti del pensiero di Dostoevskij, pur spesso concordando sulle linee generali, ritiene di dover porre l’accento su aspetti peculiari dell’opera del grande scrittore russo, perché, magari, quello è ciò che più sentono come proprio. Anche Stefan Zweig, prolifico autore del quale recentemente ho letto il toccante “Il mondo di ieri”, nel corso della sua esistenza dedicò saggi ad autori come Balzac, Dickens, Stendhal, Tolstoj, Nietzsche e appunto Dostoevskij, al quale sono dedicate le pagine edite da “Castelvecchi”.

Comincio scrivendo che il libro di Zweig non è una biografia allungata con aneddoti, ma Continua a leggere…

“Avevi un bel nome. Romanzesco”

In un vecchio e dimenticabile articolo, riflettevo (eufemismo) sul problema dell’identificazione tra il lettore e i personaggi di un romanzo. In questo breve ma altrettanto dimenticabile scritto, aggiungo qualche riflessione sui nomi dei personaggi romanzeschi e sull’influenza nefasta che gli stessi possono avere sull’esistenza di un individuo lettore e soprattutto su quella di chi, incolpevole, si trova nel suo raggio visivo ed emotivo. Proprio perché affascinanti ed evocanti avventure mirabilmente narrate, certi nomi possono imporsi alla mente del lettore patologico come rappresentativi di chissà quale valore morale, etico, sentimentale, sessuale, sociologico, in un moderno e ingiustificato delirio da “nomen omen”.

In concreto, quali sono i sintomi del delirio da nome romanzesco? Il lettore conceda allo scrivente, cioè a me, di tirare in ballo situazioni personali, che non interessano a nessuno, è evidente, ma che potranno meglio chiarire il discorso anche a un livello più generale. “Avevi un bel nome, dopo tutto. Romanzesco”, questa la mia mesta considerazione allorquando, Continua a leggere…

“Cronache dal big-bang. L’unica gioia al mondo è cominciare” (a cura di Lidia Sirianni e Fabio Pierangeli)

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“Unica gioia al mondo è cominciare. È bello vivere perché vivere è cominciare, sempre, ad ogni istante. Quando manca questo senso – prigione, malattia, abitudine, stupidità – si vorrebbe morire”

(Cesare Pavese)

“Quando inizia un romanzo? È quasi altrettanto difficile rispondere a questo interrogativo quanto alla domanda: in che momento un embrione diventa un essere umano? Di certo la creazione di un romanzo ha raramente inizio quando si scrivono a penna o a macchina le prime parole. La maggior parte degli scrittori si dedica a un lavoro preliminare, anche se questo si svolge soltanto nella loro mente.

Molti preparano con cura il terreno per settimane oppure mesi, elaborando diagrammi dell’intreccio, compilando il curriculum vitae dei personaggi, riempiendo il taccuino di idee, ambientazioni, situazioni, battute che in seguito saranno utilizzate durante il processo della composizione. Ogni scrittore o scrittrice dispone di un suo metodo di lavoro.

Henry James, per Le spoglie di Poynton, buttò giù appunti di tale ampiezza e interesse da eguagliare, quasi, lo stesso romanzo. Muriel Spark, da quel che ne sappiamo, rimugina nella mente l’idea di un nuovo romanzo ed evita di mettere nero su bianco fino a che non abbia trovato un titolo e una frase d’inizio soddisfacenti. Per il lettore, comunque, il romanzo inizia sempre con la frase d’apertura (che, naturalmente, non sempre è la prima scritta originariamente dal romanziere). E poi con la frase seguente e quella successiva…

Quand’è che finisce l’inizio di un romanzo? Ecco un’altra domanda cui è difficile trovare risposta. Finisce al primo paragrafo, con le prime pagine, oppure con il primo capitolo? Comunque lo si definisca, l’inizio di un romanzo è la soglia che separa il mondo reale dal mondo immaginato dal romanziere. È il punto, pertanto, in cui dovremmo sentirci, come si suol dire, “attirati dentro la vicenda”.

(tratto da “Quando comincia un romanzo? Divagazione sugli incipit”, di Lidia Sirianni, in “Cronache dal big-bang. L’unica gioia al mondo è cominciare”, editore Hacca)

In una delle deliranti “lezioni” del mio “Corso di Scrittura Rinunciataria”, mi ponevo il problema di come iniziare un romanzo, tema molto affascinante, che affrontavo in chiave aut-ironica e che è l’oggetto del libro “Cronache dal big – bang. L’unica gioia al mondo è cominciare”, della casa editrice Hacca, volume che acquistai nel dicembre 2011 alla “Fiera della piccola e media editoria” di Roma, su suggerimento della mia amica “virtuale” Lidia Sirianni, curatrice del libro assieme a Fabio Pierangeli.

Ho impiegato un po’ di tempo prima di leggerlo, ma adesso che l’ho fatto voglio divulgarlo su queste pagine, perché mi ha fornito diversi spunti, anche se non ho risolto il dilemma su come eventualmente iniziare il mio romanzo, almeno quello che sarà ritrovato postumo, tra cent’anni, in mezzo alle scartoffie nella mia stanza. A parte le mie questioni, nel libro sono riportati diciassette incipit tra i più noti della letteratura mondiale, ciascuno commentato da scrittori viventi, più o meno noti (almeno a me) o aspiranti tali. Tanto per citare qualche titolo scelto di mio particolare gradimento, ci sono “Lo straniero” di Camus, “Memorie dal sottosuolo” di Dostoevskij, “I ventitré giorni della città di Alba” di Fenoglio, “Moby Dick” di Melville, “Il nipote di Rameau” di Diderot.

Sarei falso se dicessi che tutti i commenti mi hanno entusiasmato, qualcuno non mi ha convinto, magari perché non ho letto quel libro o perché non mi ha lasciato molto a livello emotivo. Tuttavia, se sono qui a suggerirvene la lettura, è perché altri mi sono parsi interessanti, sia per la scelta del romanzo che per il ricordo o l’analisi associato all’incipit dello stesso. Del resto, sul gradimento o meno dei singoli interventi la questione è molto soggettiva, ciò che a me è parso di rilievo a un altro potrà sembrare scialbo o viceversa.

Oltre a questi interventi, c’è un breve ma notevole saggio di Giulio Ferroni sugli incipit di Marías, c’è quello della Sirianni dal quale ho tratto la citazione iniziale e alcune brevi conversazioni con altri scrittori, tra i quali segnalo quella con il compianto Antonio Tabucchi, che sentito particolarmente affine ai miei gusti quando elenca, tra gli incipit che più l’hanno colpito, quelli di Proust, Kafka, Camus e Beckett.

A proposito, devo confessare la mia sana invidia nei confronti di alcuni degli scrittori che hanno avuto modo di commentare gli incipit dei titoli che ho riportato sopra, cioè quelli dei romanzi che più ho gradito. Scherzo, ovviamente. Per chiudere, aggiungo qui sotto alcuni incipit che sono andato a ripescare dalla mia libreria.

“Nell’ora di un caldo tramonto primaverile apparvero presso gli stagni Patriaršie due cittadini.”

(“Il Maestro e Margherita”, Michail Bulgakov)

“Edoardo – daremo questo nome a un ricco barone nel fiore dell’età virile – aveva trascorso l’ora più bella di un pomeriggio d’aprile nel suo vivaio, per innestare su giovani tronchi delle marze ricevute da poco. Il lavoro era appena terminato. Egli riunì gli attrezzi e li ripose nella custodia. Mentre osservava soddisfatto la propria opera, arrivò il giardiniere, che sorrise compiaciuto per la collaborazione e lo zelo del padrone.

“Hai per caso visto mia moglie?”, domandò Edoardo mentre s’accingeva ad andarsene.

(“Le affinità elettive”, Johann Wolfgang Goethe)

“Qualcuno doveva aver calunniato Joseph K., poiché un mattino, senza che avesse fatto nulla di male, egli fu arrestato”.

(“Il processo”, Franz Kafka)

“Quando Gregor Samsa si svegliò una mattina da sogni inquieti, si trovò trasformato nel suo letto in un immenso insetto”.

(“La metamorfosi”, Franz Kafka)

“Da trentacinque anni lavoro alla carta vecchia ed è la mia love story. Da trentacinque anni presso carta vecchia e libri, da trentacinque anni mi imbratto con i caratteri, sicché assomiglio alle enciclopedie, delle quali in quegli anni avrò pressato sicuramente trenta quintali, sono una brocca piena di acqua viva e morta, basta inclinarsi un poco e da me scorrono pensieri tutti belli, contro la mia volontà sono istruito e così in realtà neppure so quali pensieri sono miei e provengono da me e quali li ho letti…”

(“Una solitudine troppo rumorosa”, Bohumil Hrabal)

“Solenne e paffuto, Buck Mulligan comparve dall’alto delle scale, portando un bacile di schiuma su cui erano posati in croce uno specchio e un rasoio. Una vestaglia gialla, discinta, gli levitava delicatamente dietro, al soffio della mite aria mattutina. Levò in alto il bacile e intonò:

– Introibo ad altare dei.

(“Ulisse”, James Joyce)

“Al compimento del trentesimo anno, Zarathustra lasciò la sua patria e il lago della sua patria e andò sui monti.”

(“Così parlo Zarathustra”, Friedrich Nietzsche)

“Subito, con le prime parole che le rivolse, volle avvisarla che non intendeva compromettersi in una relazione troppo seria”.

(“Senilità”, Italo Svevo)

“La bocca socchiusa, le braccia abbandonate lungi i fianchi, Milton guardava la villa di Fulvia, solitaria sulla collina che degradava sulla città di Alba.

Il cuore non gli batteva, anzi sembrava latente dentro il suo corpo”

(“Una questione privata”, Beppe Fenoglio)

Mi fermo qui, altrimenti più che un articolo diventa un romanzo.

“La peste” (Albert Camus)

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“Che ne pensa lei, dottore, della predica di Paneloux?”

La domanda era posta con naturalezza, e Rieux rispose allo stesso modo.

“Ho vissuto troppo negli ospedali per amar l’idea di un castigo collettivo. Ma, lei sa, i cristiani talvolta parlano come lui, senza mai realmente pensarlo. Sono migliori di quanto non sembrano”.

“Lei pensa tuttavia, come Paneloux, che la peste porta un suo beneficio, che apre gli occhi, che costringe a pensare!”

Il dottore scosse la testa con impazienza.

“Come tutte le malattie di questo mondo. Ma quello che è vero dei mali di questo mondo è vero anche della peste. Può servire a maturar qualcuno. Ciononostante, quando si vedono la miseria e il dolore che porta, bisogna essere pazzi, ciechi o vili per rassegnarsi alla peste”.

Rieux aveva appena alzato il tono. Ma Tarrou fece un gesto con la mano, come per calmarlo; e sorrideva.

“Sì”, disse Rieux alzando le spalle. “Ma lei non mi ha risposto; ha riflettuto?”

Tarrou si eresse un po’ nella poltrona e protese la testa nella luce.

“Lei crede in Dio, dottore?”

Anche questa domanda era posta con naturalezza, ma stavolta Rieux esitò.

“No, ma che vuol dire questo? Sono nella notte, e cerco di vederci chiaro. Da molto tempo ho finito di trovare originale la cosa”.

(Albert Camus, “La peste”, ed. Bompiani)

Con “Lo straniero” Albert Camus aveva affrontato il tema dell’assurdo e in particolare dell’individuo alle prese con il mondo a lui circostante, peraltro trattato, sotto forma di saggio, anche ne “Il mito di Sisifo”. Con “La peste”, invece, la dimensione diventa più collettiva, trattandosi di un romanzo corale, che non ci narra più le sole vicende di un singolo, bensì quelle di un’intera comunità alle prese con eventi tragici. Ho riletto “La peste” a distanza di anni e premetto che di fronte a certi testi la pretesa di volerli descrivere anche solo in minima parte è sterile. Peraltro, sono convinto che anche solo riuscire a incuriosire qualcuno che non l’ha ancora letto sarebbe qualcosa di cui potermi ritenere soddisfatto.

“La peste” è del 1947 e questo dato cronologico evidenzia con nettezza il significato metaforico che assume l’epidemia collettiva descritta da Camus nelle sue mirabili espressioni poetiche. È chiaro che nella mente dello scrittore franco-algerino c’erano ancora le drammatiche vicende belliche e la follia dei totalitarismi di vario genere. Non rilevare questo dato renderebbe la lettura del romanzo monca. La storia è ambientata a Orano, prefettura francese sulla costa algerina, in un imprecisato 194…, il che conferma quanto scritto poco fa. Una cittadina, Orano, dove ci si annoia cercando di concludere affari e che all’improvviso piomba in una condizione d’isolamento dal resto del mondo, vedendo così sconvolte le abitudini di tutti i suoi cittadini. Dal ritrovamento di una quantità sempre maggiore di topi morti, Continua a leggere…

“La stupidaggine insiste sempre” (da “La peste” di Albert Camus)

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“Il dottor Rieux era impreparato, come lo erano i nostri concittadini, e in tal modo vanno intese le sue esitazioni. In tal modo va inteso com’egli sia diviso tra l’inquietudine e la speranza. Quando scoppia una guerra, la gente dice: “Non durerà, è cosa troppo stupida”. E non vi è dubbio che una guerra sia davvero troppo stupida, ma questo non le impedisce di durare. La stupidaggine insiste sempre, ce se n’accorgerebbe se non si pensasse sempre a noi stessi. I nostri concittadini, al riguardo, erano come tutti quanti, pensavano a se stessi. In altre parole, erano degli umanisti: non credevano ai flagelli. Il flagello non è commisurato all’uomo, ci si dice quindi che il flagello è irreale, è un brutto sogno che passerà. Ma non passa sempre, e di cattivo sogno in cattivo sogno sono gli uomini che passano, e gli umanisti, in primo luogo, in quanto non hanno preso le loro precauzioni. I nostri concittadini non erano più colpevoli d’altri, dimenticavano di essere modesti, e pensavano che tutto era ancora possibile per loro, il che supponeva impossibili i flagelli. Continuavano a concludere affari e a preparare viaggi, avevano delle opinioni. Come avrebbero pensato alla peste, che sopprime il futuro, i mutamenti di luogo e le discussioni? Essi si credevano liberi, e nessuno sarà mai libero sino a tanto che ci saranno i flagelli”.

(Albert Camus, “La peste”)

Sto rileggendo “La peste”, dopo alcuni anni.

Camus sull’adattamento teatrale de “I demoni” di Dostoevskij.

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I demoni è una delle quattro o cinque opere che che considero una spanna sopra le altre. È più di un semplice libro, posso dire di essermene nutrito e su questo di essermi formato. La stesura di questo adattamento mi ha portato via vent’anni. La causa non è stata solo la levatura drammatica dei personaggi, ma soprattutto la loro condotta, la loro esplosione e la loro andatura rapida e sconcertante. Dostoevskij, d’altronde, utilizza nei suoi romanzi una tecnica teatrale: procede per dialoghi, con poche descrizioni su ambientazione e movimenti. Così, l’uomo di teatro, che sia l’autore o l’attore, si ritrova già nell’opera le linee guida di cui necessità. Ecco oggi I demoni in scena. Per realizzarla ci sono voluti anni di lavoro e di ostinazione. Perciò so di saper distinguere ciò che differenzia la mia pièce dal prodigioso romanzo originale. Ho semplicemente tentato di seguire il movimento del libro, spostandomi dalla commedia satirica al dramma, e infine alla tragedia. Continua a leggere…

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