Tra sottosuolo e sole

(Non) si diventa ciò che (non) si è.

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“La fine della strada” (John Barth)

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“- Perché vi siete scopato Rennie?

Non lo so!

Che ragioni pensate di aver avuto?

– Non saprei darvi nessuna ragione che io ritenga vera.

– Andiamo, Horner, non è che fate le cose e basta. Cosa avevate in testa?

– Non avevo niente.

Joe cominciò ad arrabbiarsi.

– Sentite, Joe, – dissi – dovete riconoscere che le persone, escluso forse voi stesso, non hanno sempre motivi coscienti per tutto quello che fanno. Ci sarà sempre, nella loro autobiografia, qualcosa che non sapranno giustificare. Ora, quando ciò avviene, si potrebbero anche inventare dei motivi coscienti – forse nel vostro caso vi salterebbero in mente non appena vi capitasse di pensare a un’azione dopo averla compiuta – ma sarebbero sempre delle razionalizzazioni a posteriori.

– Giusto, – insistette Joe. – Ma se accettassi tutto quello che voi avete detto ora, dovrei comunque aggiungere che anche le razionalizzazioni a posteriori vanno fatte e che uno dev’essere ritenuto responsabile – deve ritenere sé stesso responsabile – delle sue razionalizzazioni, se vuol essere un individuo che agisce moralmente. Continua a leggere…

“L’opera galleggiante” (John Barth)

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“…poiché mi apparve chiaro dopo soli due anni di domande, indagini, letture e ore passate a fissare la parete, che non v’è nessun fuoco fatuo così elusivo quanto la causa di qualsivoglia atto umano. È abbastanza facile passare settimane chini sopra rendiconti bancari, registri, lettere di agenti di borsa: passare mesi a esaminare archivi di giornale, rapporti sul mercato azionario, volumi sulla teoria e sulla storia dell’economia; passare anni a interrogare in maniera attenta, non affrettata, apparentemente disinvolta ogni persona che avesse avuto più d’una superficiale conoscenza di mio padre. Tutto ciò è solo una ricerca più o meno laboriosa. Ma è ben diverso esaminare questo ammasso di informazioni e scorgerci dentro, in maniera così chiara che discuterne sia fuori discussione, la causa di un atto umano.”

(John Barth, “L’opera galleggiante”, ed. minimum fax)

John Barth per me ha rappresentato una scoperta folgorante, me ne sono innamorato (nei limiti del rapporto scrittore-lettore) dopo poche pagine e la passione è cresciuta nel corso della lettura di “L’opera galleggiante”, romanzo di difficile “catalogazione” e che per la modalità in cui è scritto avrebbe potuto respingermi dopo poco, se non fosse stato così divertente, avvincente e anche altro. Prima di scrivere qualcosa di più preciso, devo dire che ho acquistato questo libro allo stand della minimum fax, presso la “Fiera della piccola e media editoria”, svoltasi a Roma tra il 4 e l’8 dicembre scorsi, e l’ho comprato perché incuriosito dalla descrizione nel retro del libro, ma soprattutto perché ricordavo, sia pure molto vagamente, che Barth aveva qualcosa a che fare con David Foster Wallace, autore che ammiro.

Solo successivamente, quando ormai ero stato rapito dalla prosa avvolgente di Barth, sono riuscito a ricordarmi che il riferimento a Wallace era contenuto nella prefazione che Martina Testa (ottima traduttrice, ma non solo, dei due) aveva scritto per “Verso l’Occidente l’impero dirige il suo corso”, nella quale aveva rilevato che il romanzo di Wallace rappresenta Continua a leggere…

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