Tra sottosuolo e sole

(Non) si diventa ciò che (non) si è.

Archivio per la categoria “Frammenti da un camino”

“Milena. IV” (n. 30 da “Frammenti da un camino”)

L’improvvida idea di Marco aggiunse un carico ulteriore alle riflessioni che Milena sviluppò due ore dopo, prima di addormentarsi. Aveva adempiuto ai “doveri” di compagna limitandosi a qualche bacio non troppo convinto e adducendo la stanchezza come alibi per respingere le focose brame di Marco. Una volta rimasta sola, i suoi pensieri si biforcarono lungo due direzioni, in apparenza divergenti, in realtà intimamente connesse e contorte. All’estenuante ricerca di una plausibile via d’uscita dalla storia con Marco, si aggiungeva il vivido ricordo della serata trascorsa con Arturo, nonché quello di una telefonata intercorsa con quest’ultimo la sera seguente, durante la quale l’uomo, che comunque restava figura piuttosto ambigua, aveva stimolato più in profondità l’animo di Milena, con parole che egli aveva già sapientemente distillato nell’incontro dal vivo, ma che in quella circostanza erano state parzialmente obnubilate dalla sua prestanza fisica, fonte di languida distrazione per Milena.

Lei, pur non ipocrita da negare l’importanza di un aspetto estetico che solleticasse le sue elucubrazioni meno filosofiche, era però, per natura, e fino a prova contraria, propensa ad assecondare solo qualcuno che potesse stimolarla anche o soprattutto con argomenti meno corporei e più intellettivi. Arturo, nel corso dell’incontro e ancora di più nella telefonata, era riuscito proprio a scalfire quella sorta di corazza che Milena aveva costruito negli anni, un filtro selettivo che, congiuntamente alla lunga storia con Marco, le aveva quasi impedito di accorgersi dell’esistenza di altri uomini.

Nel chiuso della camera, cercava di isolare qualche momento della serata o della telefonata, per focalizzare meglio l’attenzione sui dettagli e sfuggire alla generale difficoltà che stava provando nel tentativo di comprendere in chi si fosse imbattuta. Era svanita quell’avversione istintiva, e del resto altrimenti non avrebbe neanche accettato l’invito a uscire, ma tuttora non capiva perché, ed era proprio l’incapacità di spiegarsi il mutamento a turbarla. Certamente, lui aveva tirato fuori un colpo ad effetto quando, all’incirca a metà serata, aveva estratto dalla giacca un taccuino rosso, nel quale c’erano poesie e riflessioni varie che lui aveva “elaborato qua e là per il mondo, tra una stazione e l’altra”. Lei, piuttosto scettica all’istante, restò invece sorpresa dalla qualità degli scritti e azzardò anche una richiesta di chiarimento su un brano che l’aveva colpita, alla quale lui oppose un laconico “è scritto così, non so cosa avessi in mente quella sera”.

Una risposta così tranciante avrebbe potuto rinvigorire l’antipatia e le perplessità di Milena, ma così non era stato, perché Arturo, intanto, aveva parlato molto e quasi sempre di sé, ma in mondo da non apparire fastidiosamente egocentrico, bensì quasi come se tutto accadesse per un destino non governabile, portando Milena ad affidarsi al suo eloquio, affascinata da un uomo che stava dimostrando di possedere un cervello interessante quanto le possenti spalle.

Di solito non parca di parole, Milena quella sera parlò poco, semplicemente perché sopraffatta dalla cadenzata logorrea di Arturo, che riusciva, non si capiva neanche bene come, a spostare la conversazione su argomenti generici, quali la poesia, la libertà, la solitudine e simili, in modo da impedirle un’indagine più incisiva su alcune questioni meno astratte, cosa che peraltro lei non aveva granché voglia di fare, se si eccettua una domanda circa gli impegni di Arturo, che lui eluse asserendo di svolgere un lavoro che lo “portava a girare molto l’Italia, ma anche il mondo”, un lavoro che gli serviva “solo per vivere”, e che valeva ”quanto ne varrebbe un altro, a parità di condizioni economiche e di libertà”. Un lavoro, infine, che non s’era capito quale fosse.

Non era semplice, anche o soprattutto a distanza di giorni, farsi un’idea di Arturo, ma una cosa in particolare aveva colpito Milena: l’insistenza con cui lui aveva più volte sottolineato il suo bisogno di solitudine e di libertà, due parole gigantesche, dalle enormi implicazioni, sulle quali lei si era spesso impantanata e che parevano ossessionarlo. Ora, ma solo ora, le sovvenne che avrebbe potuto chiedergli di specificare meglio cosa egli intendesse con libertà e solitudine, e come conciliare quel bisogno espresso con la fattualità di loro due seduti al tavolo di un bar. Perché, se aveva così sete di solitudine, lui l’aveva invitata? Qual era il suo scopo? O meglio, dando per scontato che il fine di Arturo fosse il più banale da indovinare, quale era il suo, di Milena? A questa domanda, dalle implicazioni ben più complesse, preferì non rispondersi, non quella sera.

(Gli altri frammenti nella sezione a ciò inutilmente preposta)

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“Milena. III” (n. 29 da “Frammenti da un camino”)

“Quel mercoledì sera, tornando da lavoro, Milena aveva intenzione di trascorre una serata rilassante nella sua stanza, ma quando avvistò l’automobile di Marco sotto casa, ebbe la sensazione che qualcosa avrebbe turbato il suo progetto di quiete. Nel vederlo, l’immediata paura fu che lui avesse saputo, chissà come, della sua uscita con Arturo. Subito, però, respinse questa fantasia, probabilmente dovuta al sottile senso di colpa che avvertiva. La realtà si rivelò più subdola dell’immaginazione, allorché Marco, dal solito spirito organizzativo, un tempo adorabile agli occhi di Milena, ma ora solo residuo anacronistico di una storia in disfacimento, le disse, con aria ingenua, inconsapevole, che aveva pensato potessero andare a Bologna per un concerto e restare lì tre – quattro giorni, approfittando delle ferie che lei, con mossa quanto mai incauta, gli aveva prospettato essere prossime.

– Guarda, ho già preso i biglietti, avevo paura che terminassero. Se sei d’accordo, ma non vedo perché non dovresti, tra un po’ prenotiamo anche hotel e treno, – affermò entusiasta, provocando in lei un’istintiva tenerezza per quel ragazzo che, a conti fatti, era stata l’unica persona alla quale era stata legata sentimentalmente.

Al tempo stesso, però, Milena avvertì un certo fastidio per quell’iniziativa non concordata, unilaterale, che per quanto intrapresa con amore, che lui provava e riteneva fosse tuttora corrisposto, si scontrava bruscamente con gli ultimi due mesi del loro rapporto, colmi di litigi per futili motivi, riappacificazioni passionali ma per nulla risolutive, silenzi prolungati e soprattutto di una pervasiva, dilagante e persistente noia, che Milena avvertiva ormai quasi sempre quando erano insieme.

La urtava specialmente quel “non vedo perché non dovresti”, un inciso pronunciato con un tono della voce leggermente diverso, quasi che, ma era anche questa una fisima di Milena, lui volesse suggerirle di confessare qualcosa. No, il punto non era quello, razionalizzò la ragazza in pochi istanti; il fatto, grave, era che Marco ignorava o, peggio, fingeva di ignorare lo stato delle cose, la sua intenzione di mollarlo, che prescindeva dall’intervenuta conoscenza con Arturo. Bisognava che lei trovasse il coraggio di dire “no” all’inopportuna proposta e al contempo facesse chiarezza definitiva sulla sorte della loro storia.

E invece, mancandole la forza di trafiggere un uomo che le appariva entusiasta per inconsapevolezza, ma che sotto quella maschera si sarebbe rivelato inerme e indifeso al primo colpo ricevuto, accettò l’invito, sperando che in quei giorni trascorsi assieme anche lui, come lei, potesse rendersi conto da sé che era giunta l’ora del commiato, forse meno brusco se spiegato con le giuste ma ancora inesistenti parole, di certo non per questo meno straziante.

(Altri frammenti qui)

“II. Milena” (n. 28 da “Frammenti da un camino”)

– Stasera ti offrirò una birra, alle nove. Dove abiti?

Per quale motivo aveva accettato, sia pure rimandando al giorno successivo? Milena non sapeva rispondersi e, scrutando i volti riflessi nel finestrino della metro, ipotizzava un cambiamento di programma: scendere a Piazza di Spagna, starsene un po’ lì a zonzo e tornarsene a casa, lasciando il misterioso Arturo in sterile attesa. Sarebbe stato più razionale, ma lei, ora, aveva voglia di razionalità o piuttosto di altro? Inoltre, non avrebbe saputo spiegargli il perché di una ritirata. Non poteva scappare, non più. In fondo, il peggio che potesse succedere era trascorrere una serata noiosa; al meglio, preferiva non pensare, perché le incuteva ancora più inquietudine. Com’era stato possibile che, in un paio di settimane, quell’antipatia iniziale si fosse tramutata in questa destabilizzante sensazione di curiosità? Cosa si celava oltre i limiti che i ruoli da cliente e commessa imponevano loro?

Le voci degli altri passeggeri fungevano da morbido sottofondo alla danza di pensieri sconnessi che si librava nella testa di Milena. Adesso riviveva il drastico passaggio dal “lei” al “tu”; le si era avvicinato mentre riponeva alcuni libri negli scaffali e, senza premesse, le aveva rivolto quelle parole che, più che a una domanda, assomigliavano a un imperativo senza alternative.

– Eh… No, non posso, ho un impegno con… una mia amica, – aveva balbettato.

“Una mia amica”, questo era diventato Marco, ignaro, oltre che del sopravvenuto mutamento di sesso, anche dell’abisso che, inesorabile, si stava spalancando sotto di lui. Milena si chiedeva perché avesse mentito ad Arturo, invece di dirgli semplicemente che non voleva vederlo. E la risposta era tanto semplice quanto spiazzante: lei voleva vederlo. Aveva svicolato in quel modo poco convincente, tanto che adesso era sicura che Arturo, quella mattina, avesse già capito tutto. Si era tradita con quella due brevi ma significative pause.

Percepiva una metamorfosi in atto e, per quanto cercasse di rimandare le riflessioni a dopo l’incontro, autoconvincendosi che si stava solo recando a bere un bicchiere con un conoscente e nulla più, non poteva respingere l’orda sinaptica che la assaliva. A un pensiero ne seguiva un altro, ma tutto in modo caotico, senza che riuscisse a cogliere quale fosse, e se ci fosse, un punto dal quale dipanare la matassa. Cercava di scindere la curiosità per ciò che sarebbe accaduto di lì a poco da quel che, invece, era già fissato nella sua esistenza e destinato a finire. Arturo da una parte e Marco dall’altra. L’uno, privo di un passato e dall’ignoto presente; l’altro ancora presente, senza futuro ma con un gigantesco carico di passato. Non doveva mescolare le cose, l’incontro con Arturo non era necessariamente legato all’incombente fine della storia con Marco, eppure era inevitabile confondersi, e persino inquietarsi nell’ammettere che aveva una voglia enorme di parlare con l’odioso Arturo, mentre alla sola idea di Marco, dell’innamorato Marco, uno sbadiglio le saliva sulle labbra a certificare l’agonia di quella lunga storia d’amore, la prima e l’unica per lei. “Siamo labili, deboli, crudeli”, pensò, atterrita nel vedersi proseguire, comunque, verso l’ambigua destinazione Arturo.

– Ieri in realtà dovevo uscire con il mio ragazzo, – disse ad Arturo, venti minuti dopo, mentre seduti l’uno di fronte all’altro sorseggiavano una birra, parziale ristoro dall’afa terrificante di quella sera.

– Per me non cambia granché, ora sei qui, – rispose lui, con la solita aria glaciale, ma condita da un accenno di sorriso che fatalmente la investì.

Le venne voglia di vuotargli il boccale di birra in testa, proprio come avrebbe voluto fare con lo scaffale qualche settimana prima, per vedere se finalmente lui avesse dismesso quella maschera enigmatica. Ma anche stavolta non fece nulla, anzi restò attonita di fronte a quella risposta, a quello sguardo, a quel petto esuberante che, libero dai soliti vestiti eleganti che egli indossava, sembrava volesse esondare da una maglietta aderente. Milena smaniava per qualcosa d’indefinito, ma fece finta che tutto fosse sotto controllo, anche se davvero nulla lo era. Perché, altrimenti, oltre alla persistente voglia d’infrangergli un bicchiere in testa, aveva voglia anche di avvilupparsi a quelle labbra, per scoprire il sapore sarcastico del ghiaccio in cui sembravano essere intagliate?

(Gli altri frammenti nell’apposita sezione)

“Milena” (n. 27, da “Frammenti da un camino”)

Aveva resistito pressoché a tutti gli urti dell’esistenza, quel giorno, persino alle stridule grida degli infanti sulla metropolitana. Si sentiva quasi serena al momento di coricarsi, sebbene presentisse la pericolosità di quel ‘quasi’. S’immerse nei sogni, al solito deliranti ed evocativi. Al risveglio l’aspettava un’odiosa pratica burocratica all’Università, perciò aveva pianificato di alzarsi alle 6:00.

Tre ore prima, però, nel cuore della notte, uno squillo mai così fastidioso la destò di soprassalto. Era lui, dopo due mesi. Guardava lo schermo del telefono e si chiedeva se rispondere o meno, sperando sia che quel trillo finisse sia che, per magia, fosse l’altro a dire la prima parola. Voleva resistere, ma anche cedere. Aveva paura del groviglio che la voce dell’uomo avrebbe potuto riaccendere. Dopo un paio d’interminabili minuti, il silenzio tornò nella stanza. Non aveva risposto, aveva mantenuto fede al proposito di sparire, di allontanare colui che si era inserito nella sua vita otto mesi prima, sconvolgendola. Si alzò per sciacquarsi la faccia, pur avendo l’intenzione di tornare a letto. Sì, era stata forte, si disse.

Eppure, perché già si stava domandando cosa volesse dirle? Perché aveva voglia di raggiungerlo ovunque egli fosse? Perché, pur sapendo che si sarebbe schiantata nuovamente, aveva voglia proprio di schiantarsi?

La mente di Milena sembrava un labirinto senza scampo, riconducente sempre a un unico, lancinante centro, laddove si stagliava, minacciosa, la glaciale statua di Arturo: postura virile, sguardo annichilente e, benché di solito le statue stessero zitte, quella voce, opportunamente censurata al telefono, ma che pure rimbombava in lei.

Nel corso dei mesi, a colpirla era stata la pacatezza della loquela di Arturo, talvolta quasi spettrale nella cadenza, eppure tutt’altro che noiosa. Le sembrava che lui parlasse con lentezza perché voleva ponderare il peso di ogni parola, e alla lunga ciò li aveva condotti dapprima a un complicità anche lessicale, poi a una logorante battaglia di nervi e sillabe. Al primo impatto, in realtà, anche la voce aveva fomentato l’istintiva antipatia che Arturo le aveva suscitato, quando in libreria, avvolto in un’eleganza a metà tra un ricevimento nuziale e un funerale, le aveva chiesto un testo di Montale e, con alterigia, aveva mostrato un risentimento quasi personale verso Milena che, in quei giorni sorridente più per dovere professionale che per convinzione interiore, gli aveva detto che non era disponibile e avrebbe dovuto ordinarlo. La risata sarcastica con il quale lui aveva infine asserito che sarebbe andato a cercarlo in un’altra libreria, “magari meglio fornita”, avvampò nello stomaco di Milena, già provata dagli screzi con Marco, il compagno che in quei giorni stava mettendo a dura prova la sua ormai quinquennale pazienza, così che la ragazza, indossando a sua volta un sorriso forzato, resistette alla tentazione di scaraventargli addosso un intero scaffale.

(Per gli altri “Frammenti da un camino”, recarsi sadomasochisticamente nell’apposita sezione)

“Quando lei parlava” (n. 26 da “Frammenti da un camino”)

“Tutta la serenità e l’altruismo e la virtù e il sacrificio cadono alla presenza di due – uomo e donna – che tu sai che hanno chiavato o chiaveranno. Quel loro sfacciato mistero è intollerabile. E se uno dei due è tutto il tuo sogno? Che cosa diventi allora?”

(Cesare Pavese)

Quando Nadia parlava, Ivano non si sentiva più immerso in una bolla romanzesca, avvertiva lo straripante peso dei fatti che le erano accaduti, ai quali era stato estraneo, e che l’avevano ferita, eventi che lui, allontanatosi per circostanze che non avevano saputo gestire, ora ascoltava da quella bocca spesso bramata ma che, in quel frangente, esprimeva un dolore che affondava, per l’appunto, in una zona dell’esistenza a lui fino allora ignota. La ragazza narrava le sue vicissitudini, le difficoltà insorte, l’abbandono che l’aveva colta e dalla quale stava cercando di districarsi, appigliandosi a ciò che ancora sentiva essere vivo in lei; Ivano, nel vederla sofferente, si colpevolizzò per la propria miopia emotiva e un intenso sentimento di compassione lo colse. Eppure, sarebbe stato falso negarlo, non riusciva a scindere un groviglio di sensazioni che, provenienti da quel passato che sembrava ormai sepolto, intervenivano a inquietare anche quella conversazione, turbandolo per via dell’egoismo che sentiva in agguato.

Si erano riavvicinati da qualche tempo, e lui credeva, stavolta, di poterle davvero essere di sostegno, almeno ascoltandola, più che tramite consigli che sentiva di non saper dare. Lei doveva riorganizzarsi l’esistenza, così gli aveva detto, doveva riappropriarsi di spazi e ridefinire le priorità, tra le quali, specificò quasi a metterlo in guardia preventivamente, non c’era spazio per alcuna relazione. Per Ivano tutto era, razionalmente, molto chiaro, e analizzando la situazione si rendeva conto che tra lui e quell’amica ritrovata non avrebbe potuto esserci altro che non quel rapporto franco, reinstaurato dopo tre anni.

Quello squarcio inedito di esistenza che gli stava confidando Nadia, però, Continua a leggere…

“Il vino di Nadia” (n. 25, da “Frammenti da un camino”)

– Ti hanno lasciata s­­ola? – le chiese il gestore del locale, uno che, per fortuna, non aveva intenzione di erudirla sulle cause della crisi economica o, ancora peggio, illuminarla sul perché “una bella ragazza non possa restarsene sola”.

– Sì, ma non c’è problema, qualcuno forse arriverà, o forse no, io sono in avanscoperta, – rispose Nadia sorridente. – Potrei avere un bicchiere di vino rosso? – aggiunse.

Nella cantina, quella sera, c’erano undici persone, Nadia le aveva contate. Cinque erano nell’altra stanza, se ne sentiva solo l’eco di risate più o meno forzate. Nelle sue vicinanze, invece, c’erano due ragazze sedute all’angolo, e poi due uomini e una donna, al tavolo accanto al suo. Uno dei due, che la conosceva meglio, la invitò ad unirsi a loro.

– Sto più comoda su questa poltrona, grazie, – addusse come scusa, restandosene in disparte.

– Ok, come vuoi, – osservò laconico il ragazzo, perplesso da quel rifiuto imprevisto.

Non aveva alcuna voglia di partecipare a discussioni su argomenti che non le interessavano, Continua a leggere…

“Al final” (n. 24, da “Frammenti da un camino”)

Al final. Alla fine. Dello spagnolo, che pure gli appariva musicale e suadente, non conosceva granché, consapevole che non bastasse aggiungere una s alla fine delle parole per districarsi. Al final, peraltro, non aveva alcuna s, e poi non era così sicuro che la ragazza seduta al tavolo di fronte al suo avesse detto proprio quelle parole. Eppure aveva percepito proprio al final e l’aveva tradotto, in maniera del tutto arbitraria, in alla fine. Avrebbe controllato una volta tornato al paese, non potendo verificare alcunché causa l’agonizzante batteria dello smartphone, recente e ingiustificato sbalzo nella modernità che si era concesso due mesi prima.

Al final, dunque, sì, ora se ne era convinto, la ragazza aveva detto proprio così, aggiungendo poi qualcosa in direzione dei suoi tre commensali, un’altra giovane donna e due persone, che fantasticò essere la sorella, la madre e il padre. A un tavolo più lontano sedeva un solitario come lui, mentre a destra c’erano tre incravattati e ridenti personaggi che disquisivano con fare forbito su gare d’appalto, forniture e contratti da stipulare tra un Ente e un’Azienda. Le loro chiacchiere, tuttavia, erano state sopraffatte da quelle due parole, Al final, che aveva estratto da chissà quale discorso, magari da una discussione sul menù che la mora aveva tra le mani. Alla fine mangerò una pizza, forse la spagnola aveva detto questo.

Al final, alla fine, poco contava cosa avesse detto la ragazza, che appena entrata nel locale aveva attirato le sue attenzioni per altri motivi, meno grammaticali. Gli sembrava che quel Al final fosse stato piazzato lì dal caso, quel caso su cui s’interrogava senza mai capire cosa intendesse lui con la parola caso, ma che ad ogni modo lo stava inducendo a una sorta di bilancio di quelle due giornate passate in una solitudine scelta e subita. Il cameriere gli portò il piatto, lui chiese il permesso al quadro raffigurante il calciatore idolo della città e inforcò un nugolo di spaghetti. Guardando la piccola brocca con il quarto di vino, gli sovvennero altre parole, come un eco lontana ma non per questo inudibile. Continua a leggere…

“Come ho avuto la conferma di essere brutto dentro”

A meno di non ambire a far la parte del cattivone in un romanzo giallo, sospettare di essere brutti dentro non è gratificante, sebbene sia preferibile ad averne la certezza scientifica. Io non ho mai pensato di essere bello dentro, mentre sul fuori mi astengo, perché non è oggetto di questo delirante articolo e poi, a dirla tutta, questa distinzione tra dentro e fuori lascia il tempo che trova, quasi fossimo ancora qui a contrapporre anima e corpo, oppure amore e odio. In ogni caso, anche se qualcuno asserì che “l’essenziale è invisibile agli occhi”, si può affermare almeno che, se non l’essenziale, almeno il minuscolo è più visibile al microscopio; inoltre, l’esperienza insegna che se “il cuore ha ragioni che la ragione non conosce”, appare altrettanto evidente che “lo stomaco ha ragioni che né il cuore né il cervello conoscono”. Sto divagando, torno alla scoperta della mia bruttezza interiore.

I più antichi, fedeli e soprattutto masochisti lettori di queste pagine forse ricorderanno un frammento di cenere estratto dal mio camino, nel titolo del quale facevo riferimento a “notti gastriche”, Continua a leggere…

“Zone di Sospensione” (da “Frammenti da un camino”, n. 23)

L’uomo seduto di fronte a lei sembrava uno di quei pesciolini rossi che da piccola osservava, esposti alle fiere di paese, prigionieri, boccheggianti, mesti e assurdi all’interno della boccia d’acqua. Stava dicendo qualcosa, incurante del fatto che lei, poco prima, avesse indossato le cuffiette per estraniarsi da lui e dal resto del vagone. Quando, per pura cortesia, tolse gli auricolari, sentì la voce del dirimpettaio che esponeva un’abusata metafora sul viaggio come simbolo dell’intera esistenza. Stroncò con garbo il discorso e tornò a isolarsi.

Gli auricolari le servivano come barriera tra lei e il mondo. Viaggiare, per lei, non era tanto, o non solo, spostarsi da un luogo a un altro, e nemmeno dare a luoghi fisici una valenza simbolica; significava, aveva scritto un giorno, avere “ore di sospensione dal devo-fare/devo-essere, in un non-luogo, esonerata dal dovere-/volere-essere, autorizzata a godermi il malessere, la musica, insieme a due cose con le quali ho un rapporto straziante e meraviglioso: la mia testa e le facce di sconosciuti di passaggio.” Per garantirsi questa Zona di Sospensione, adottava strategie che scoraggiassero inopportune invasioni. Le più classiche erano la lettura di un libro e, appunto, l’ascolto di musica tramite auricolari. Questo non eliminava il mondo attorno a lei e le sue insidie; Continua a leggere…

“La donna del Dipartimento” (n. 22, da “Frammenti da un camino”)

– Dottoressa Pirani, come le dicevo prima in ufficio…

– Ti ho già detto l’altro giorno che non c’è più bisogno che tu mi chiami dottoressa, – Ivano fu subito interrotto nel suo sussurro.

Maria Pirani “dottoressa” lo era, ma quel titolo le sembrava, ormai, solo una maschera dietro la quale si trascinava da troppi anni. Lavorava al Dipartimento da oltre vent’anni, dopo aver fatto la gavetta in altri rami dell’amministrazione statale, e le mancavano solo due anni alla pensione, obiettivo che la immalinconiva ancora di più, perché avrebbe significato, per lei, allontanarsi da ciò che aveva rappresentato tutta la sua esistenza. Quei giovani dinanzi a lei, precari, tirocinanti, stagisti, sottopagati, avrebbero avuto i loro buoni motivi per non sopportarla, in fondo anche lei, come gli altri, poteva essere, ai loro occhi, un simbolo di un paese stantio, che non rinnova i propri quadri, insomma lei e loro potevano incarnare al meglio quella “guerra generazionale” di cui tanto si parlava in quel periodo. Maria, però, con quei ragazzi aveva un rapporto splendido, li considerava alla stregua di figli che non aveva avuto, e anche lei, per loro, diventava, dopo poche settimane di coabitazione nello stesso ufficio, se non una mamma, almeno una premurosa sorella maggiore.

Era una lavoratrice indefessa e, quando necessario, molto severa con quei ragazzi; non voleva che sprecassero il loro tempo nell’ufficio, cercava sempre di coinvolgerli nei progetti, di spiegare loro le dinamiche interne al Dipartimento, che per loro, specie all’inizio, erano oscure, ma che lei, data la sua esperienza, conosceva a menadito. Allo stesso tempo, però, si affezionava a loro, Continua a leggere…

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