Tra sottosuolo e sole

(Non) si diventa ciò che (non) si è.

Archivio per la categoria “Kurosawa”

“Il treno nei romanzi, i romanzi sul treno (più deliri assortiti)”

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“Un viaggio in treno può essere una cosa terribile, angosciosa o comica; può essere un volo di prova; può essere la prefigurazione di un altro viaggio, come un giorno passato con un amico può essere lungo, dal senso di fretta che si prova al mattino fino alla scoperta che entrambi si ha fame e al pranzo mangiato insieme. Poi viene il pomeriggio, la giornata sbiadisce e muore ma si ravviva nuovamente verso la fine. Dick era addolorato nel vedere la magra gioia di Nicole; pure per lei questo ritorno all’unica casa che conoscesse era un sollievo. Non fecero gli innamorati quel giorno, ma quando la lasciò fuori dalla triste porta sullo Zürichsce e lei si voltò a guardarlo, Dick capì che il problema di Nicole era un problema ormai comune a entrambi”.

(Francis Scott Fitzgerald, “Tenera è la notte”)

Il treno mi ha sempre affascinato e quindi le parole di Fitzgerald hanno attivato i miei neuroni, almeno quei pochi rimasti a combattere la battaglia, scatenando ricordi di vario genere. Prima di pensare a una forma estrema di masochismo, cosa che sareste giustificati a fare se volessi qui tessere l’elogio della bolgia dantesca che è possibile riscontrare su molti treni regionali, voglio subito precisare che il fascino consiste soprattutto nel suo valore metaforico, ma anche, al netto delle condizioni di disagio del pendolare, che ho vissuto sulla mia pelle e che rivivrò (questa è quasi una speranza, perché vorrebbe dire aver ritrovato un lavoro, n.d.r.), nelle possibilità di conoscenza che si hanno all’interno dei vagoni.

Dovevano ammirarlo anche tutti quegli scrittori che hanno ambientato episodi o interi romanzi su un treno. In quest’articolo riporterò alcuni brani tratti da diversi romanzi, scritti da personaggi che, a differenza mia, i neuroni sapevano utilizzarli al meglio. Prima di iniziare la rassegna, qualche breve considerazione sul mio rapporto con il treno, che potete tranquillamente saltare, non costituendo lo scopo principale dell’articolo, sempre che ne esita uno (di scopo). Innanzitutto, Continua a leggere…

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Silenzi evocativi (“lei è così”)

Lei è così

Sto leggendo il romanzo “Il capro espiatorio” di Strindberg. A un certo punto, di fronte alle parole che seguono, mi è tornata in mente una scena del film “L’idiota” di Akira Kurosawa, ispirato all’omonimo romanzo di Dostoevskij. Probabilmente il “corto-circuito” mentale è scattato solo perché oggi (vedi post precedente) è il “compleanno” dell’autore russo, o forse per qualche altro motivo che è meglio non indagare. Insomma, ecco il fotogramma tratto dal film (che vi consiglio, a me è piaciuto molto) e le parole di Strindberg.

“Libotz aveva la bocca secca, si sentiva la testa vuota, lanciava occhiate verso i campi coltivati per trovare un argomento di conversazione, mentre dentro di sé era tormentato da un processo che tuttavia non voleva sfiorare.

Dopo che i suoi pensieri per un bel po’ di tempo furono occupati dagli atti processuali, Karin trovò il silenzio fuori luogo e cominciò a provare disagio.

– Dì qualcosa, Edvard! È tremendo quando taci.

Libotz si liberò dal pensiero delle testimonianze, ma perse il controllo e nella situazione penosa disse ciò che non avrebbe mai dovuto dire, cioè: – Che cosa dovrei dunque dire?

Era la dichiarazione di bancarotta, i guanti sul tavolo, il filo era reciso. Due persone estranee camminavano l’uno accanto all’altra e pensavano, pensavano a loro come coppia, alla loro relazione, alla causa del silenzio. E, ben presto, quanto era estraneo si trasformò in qualcosa di ostile. Si sentivano infedeli, perché potevano camminare e pensare in silenzio senza dire ciò che pensavano, e più essi tacevano, peggio diventava. Nella sua disperazione Libotz afferrò una pianta dal ciglio, ed esclamò fingendo interesse: – Ma che guarda, che fiore strano!

Karin sentiva sia la finzione in quell’atteggiamento di sorpresa sia l’elemosina che egli le porgeva, pertanto non guardò e non rispose, aumentò invece solo il passo come se volesse fuggire da tutto.”

(August Strindberg, “Il capro espiatorio”)

“Rashōmon e altri racconti” (Ryunosuke Akutagawa)

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“Passarono alcuni minuti. Ad un tratto, colpito da una certa inquietudine, aprii gli occhi e guardandomi attorno vidi la ragazza accanto a me, spostata dal posto di fronte senza che me ne fossi accorto, che cercava di aprire il finestrino con insistenza. Ma il finestrino pesante faceva resistenza. Quelle guance tutte screpolare diventarono ancora più rosse e ai miei occhi arrivava incessantemente il rumore del naso, con cui continuava a tirare su, insieme al respiro affannato. Certo, provai un po’ di compassione per lei. Si vedeva chiaramente che il treno stava per entrare in un altro tunnel dal fatto che su entrambi i lati le montagne si facevano sempre più vicine ai finestrini, con le loro erbe secche che spiccavano nel tramonto. Tuttavia la ragazza insisteva nel cercare di aprire il finestrino chiuso e non riuscii a capirne la ragione. Mi parve che si trattasse di un suo semplice capriccio. Perciò continuavo ad avere antipatia per lei e guardavo con indifferenza l’ostinazione con cui le sue mani piene di geloni affrontavano l’impedimento, come se stessi pregando che la sua fatica non venisse mai ricompensata”.

(Ryunosuke Akutagawa, “Rashōmon e altri racconti”)

Il Giappone è una frontiera letteraria che ancora devo varcare e forse per questo, l’altro giorno, a caccia di qualcosa da leggere nella biblioteca del mio paese, mi sono incuriosito e ho preso “Rashōmon e altri racconti” di Ryunosuke Akutagawa, che non avevo mai sentito neanche nominare. Devo dire che nella scelta ha pesato il titolo del libro, che mi ha fatto subito pensare al film “Rashōmon” di Akira Kurosawa, che ancora non ho visto. Non ho elementi, quindi, per dirvi quanto del film rispecchi i racconti di Akutagawa, ma indagando sul web ho scoperto, come sospettato, che il grande cineasta ha tratto spunto proprio da due racconti contenuti nel volume che ho appena finito di leggere.

Akutagawa è stata una piacevole scoperta, leggendo i suoi brevi racconti ho intuito perché Kurosawa abbia potuto apprezzarlo. Le storie narrate dall’autore sono, per la maggior parte, molto brevi, concentrate in poche pagine, senza troppi voli pindarici. La scrittura (la traduzione, almeno) è secca, Akutagawa non fa sfoggio di lunghi periodi o espressioni altisonanti, ma riesce, attraverso i dialoghi o le rapide descrizioni psicologiche dei personaggi, a farci sentire i dilemmi e le scelte, spesso dolorose, che sono costretti a prendere. Ho scoperto che l’autore morì suicida a trentacinque anni e indubbiamente nei suoi scritti traspare una visione dell’esistenza abbastanza tragica, sebbene non patetica. La necessità di vivere nelle ristrettezze economiche, l’egoismo come molla di molte azioni umane, il tema del dissidio tra arte e vita, l’amore per la letteratura, i rapporti familiari, le gelosie passionali, tanti sono i temi trattati in questi racconti. I protagonisti sono variegati, alcuni dei quali rimandano all’autore stesso in maniera abbastanza palese, almeno a giudicare dalle note biografiche che ho potuto leggere.

In attesa di vedermi il film di Kurosawa, vi consiglio, nel caso volesse anche voi iniziare a leggere qualcosa di nipponico, questo libro con i racconti di Akutagawa, che per me è stata una piacevole scoperta.

 P.s.: la copertina che ho scelto non corrisponde al libro che ho tra le mani, del quale non ho trovato (!) alcun corrispondente nel mondo virtuale.

The Idiot

‎(Quando scrivo una cazzata, come nel post precedente, cerco di rimediare. Vado a botta sicura. Se vi piace Dostoevskij, o se vi piace Kurosawa, o tutti e due, guardatevi questo film. Se non vi piacciono, idem. Però potete pure vivere senza, credo).

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