Tra sottosuolo e sole

(Non) si diventa ciò che (non) si è.

Archivio per la categoria “Animali”

Perturbamento (Bernhard) e gatti perturbanti

Bernhard e gatti

“Ho l’impressione che sia naturale che il mondo possa andare a pezzi da un momento all’altro. O è forse la natura che deve distruggere se stessa? – disse. – È un processo che parte sempre dall’interno e si attua all’esterno. Se sono arrivato a questa osservazione, a questa idea, che pur ferisce ogni mio intimo sentire, se sono stato costretto ad arrivarci perché a quanto pare io come organismo sono predisposto soltanto a questo tipo di osservazioni e di idee, non è soltanto il sentimento a dirmi che il momento è giunto (dapprima è solo uno sgretolarsi, crepe, fenditure, uno squarciarsi e uno sgretolarsi!)… È un momento che può durare secoli, naturalmente, secoli ormai alle mie spalle, secoli a venire, naturalmente. Millenni. Quello che mi sgomenta, – disse il principe – non è tanto che i rumori del mio cervello ci siano sempre stati, tutti, che questi rumori ci siano sempre, ci siano sempre stati, ci saranno sempre, mi sgomenta il fatto tremendo che nessuna delle persone con cui sono venuto in contatto, e io, mio caro dottore, sono venuto in contatto con tante di quelle persone, con tanti di quei caratteri che se a Lei capitasse di vederseli davanti tutti assieme, tutti insieme davanti a Lei, avrebbe senz’altro l’impressione della fine del mondo, io ho avuto a disposizione infatti un’enorme quantità di persone fra cui scegliere e ogni giorno in certe ore ho avuto rapporti con tutti i caratteri e con tutti i cervelli possibili e immaginabili, il fatto che mi sgomenta, dicevo, è che nessuno, neanche un solo cervello si sia mai accorto né si accorga mai di questi rumori. Non mi sconvolge tanto che le cose stiano come stanno, ma che sia soltanto io, che sia soltanto il mio cervello a dover registrare quanto ciò sia spaventoso e letale!”
(Thomas Bernhard, “Perturbamento”, ed. Adelphi)

Modelli in foto: gatti di Sant’Angelo, Itri (Lt), Italia, pianeta Terra, Universo.

“Anche i gattini si odiano…” (Bohumil Hrabal)

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“E in genere, soltanto adesso, quasi al crepuscolo della mia vita, sto constatando che i gatti però non sono affatto i gattini su cui si sono scritti libri e fotoromanzi, che dieci gatti come questi, in un terreno nel bosco così piccolo, riescono a non fare la commedia, ma a rappresentare sulla scena dei miei occhi e del mio cervello sempre ben disposto verso i gatti, un dramma, una tragedia, in certi momenti con fuori programma sentimentali, tanto che la notte non riesco ad addormentarmi, specialmente quando vedo che verso sera i miei gatti si sono divisi in alcuni gruppi, clan, che col buio riescono ad azzuffarsi e a mordersi e a miagolare e a strillare impietosi e strazianti, che riescono a inseguirsi impietosamente l’un l’altro sulle corone degli alberi e lì a far cadere giù il proprio nemico, e poi a continuare a rincorrerlo, e vanno avanti così finché il più debole fugge, sparisce, non ha chance e si allontana nei terreni dei miei vicini, nelle legnaie, nelle rimesse, e poi viene solo a guardarmi, a prendersi da me un pezzetto di pollo, un pezzetto di salame, un quarto di sgombro… e i gatti capo soffiano e anche di giorno fanno delle facce terribili, come le maschere cinesi del male… e poi si scuotono dalla parte opposta… solamente i gattini, terrorizzati da tutto questo, si rannicchiano l’uno addosso all’altro, e neppure tutti, anche i gattini si odiano, anche loro si soffiano…”

(Bohumil Hrabal, “Paure totali”, ed. e/o)

Sbraniamoci, ma con garbo

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“Era una sensazione folgorante, ma nessuno avrebbe avuto la forza e l’acume per confessarla a sé stesso. È impossibile ammettere qualcosa di così mostruoso: occhi più vasti della persona cui appartengono. Nella loro profondità trova posto tutto quello che puoi aver pensato, e adesso che c’è spazio per accoglierlo dovresti trovare le parole per esprimerlo.

Vi sono occhi che fanno paura perché mirano a sbranare. Servono a rintracciare la preda che, una volta scoperta, è condannata a essere preda: anche se riesce a sottrarsi resta bollata come tale. È tremenda la fissità di uno sguardo inesorabile. Non cambia mai, è prefigurata per sempre, non c’è vittima che possa modificarla. Chi entra nel suo campo visivo è già vittima, non può opporre alcuna difesa, potrebbe salvarsi solo attraverso una metamorfosi totale. Poiché nella realtà la metamorfosi non è possibile, miti e uomini sono sorti per causa sua.

È un mito anche l’occhio che non cerca vittime da sbranare e tuttavia non abbandona più ciò che ha visto una volta. Questo mito è diventato realtà, e chi ne ha fatto l’esperienza non può non ripensare con terrore ed emozione all’occhio che ha costretto ad annegare nella sua vastità e profondità. L’offerta è irrinunciabile: vieni a gettarti in me con tutto quello che puoi pensare e dire, vieni, dillo, e annega!

La profondità di questi occhi non ha limiti. Ciò che vi precipita non tocca mail fondo, e nulla ritorna più a galla. Il mare di questo occhio non ha memoria, è un mare che esige e riceve. Tutto quello che hai gli viene dato, tutto ciò che conta, ciò che forma la tua natura più intima. Non è possibile rifiutargli nulla. Non è un atto di violenza, non è un furto. Quello che dai lo dai con gioia, come se questa fosse la tua naturale destinazione, come se non ci fosse altra destinazione possibile.”

(Elias Canetti, “Il gioco degli occhi”, ed. Adelphi)

Modella nella foto: Lolita.

La metamorfosi e Topolino (un articolo di transizione)

(“…te ne sei andata via, con la tua amica, quella alta, grande e fica, tutte e due a far qualcosa d’importante, di unico e di grande, io sto sempre in casa, esco poco, penso solo e sto in mutande…”)

I periodi invernali di clausura e asocialità, che mi concedo da circa sette anni (prima la clausura durava tutto l’anno), hanno sempre, alla fine degli stessi, un corollario delizioso. La natura mi si palesa nella sua continua metamorfosi e così, quando rimetto la mia capoccia fuori dal mio cunicolo, spesso avverto il mutamento. Per esempio, mi accorgo che Topolino ha lasciato Minnie, oppure il contrario, che sono tornati insieme. Non è raro, peraltro, che il lasciato, sia esso Topolino o Minnie, immerso in una valle di lacrime, si lasci andare a dichiarazioni tipo: “Con i Topolini ho chiuso, sono tutti dei porci” (e pare che nel mondo dei porci si dica “sono tutti dei topolini”). Dichiarazioni che appaiono almeno azzardate, considerando che, dopo 30-35 ore, è possibile apprezzare, sulla bocca del dichiarante, della bava rivolta al primo aitante topolino/a che passa. A volte succedono anche episodi incresciosi, tipo che Qui, Quo e Qua, a seguito di un “qui pro quo”, non si rivolgano più la parola, perché Qui ha fregato la ragazza a Quo, mentre Qua, indeciso su quale rapporto sociale conservare, ha preferito gettarsi nell’alcolismo estremo.

Tutto ciò è molto bello, perché mi dimostra, qualora ce ne fosse bisogno, che c’è speranza per tutti, e che la metamorfosi della natura gioca anche a favore di chi, per ragioni varie, finora è rimasto fuori dai suddetti stravolgimenti. Penso a quel gatto, che tutti dicono essere un felino intelligente, al quale anche Topolino e Minnie chiedevano consiglio su come risolvere le loro beghe coniugali, e che però se ne sta lì, in un angolo del pub, e si rifiuta ormai di fare le fusa, perché dice che, in fondo, sta bene anche da solo, sebbene, quando si guarda allo specchio, sia costretto a indossare degli occhiali da sole per nascondere a sé stesso, più ancora che al mondo, quali sono i suoi reali pensieri su tutti quei mutamenti che vede.
Animo, amico felino, forse è tempo, per te, di ritornare a emettere qualche verso, almeno per ricordare l’effetto che fa.

P.s.: articolo di transizione, che si merita in piena il tag “idiozia”.

“Avevi un bel nome. Romanzesco”

In un vecchio e dimenticabile articolo, riflettevo (eufemismo) sul problema dell’identificazione tra il lettore e i personaggi di un romanzo. In questo breve ma altrettanto dimenticabile scritto, aggiungo qualche riflessione sui nomi dei personaggi romanzeschi e sull’influenza nefasta che gli stessi possono avere sull’esistenza di un individuo lettore e soprattutto su quella di chi, incolpevole, si trova nel suo raggio visivo ed emotivo. Proprio perché affascinanti ed evocanti avventure mirabilmente narrate, certi nomi possono imporsi alla mente del lettore patologico come rappresentativi di chissà quale valore morale, etico, sentimentale, sessuale, sociologico, in un moderno e ingiustificato delirio da “nomen omen”.

In concreto, quali sono i sintomi del delirio da nome romanzesco? Il lettore conceda allo scrivente, cioè a me, di tirare in ballo situazioni personali, che non interessano a nessuno, è evidente, ma che potranno meglio chiarire il discorso anche a un livello più generale. “Avevi un bel nome, dopo tutto. Romanzesco”, questa la mia mesta considerazione allorquando, Continua a leggere…

Il mio gattino insegue le ombre e rilegge Nietzsche.

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Il mio piccolo gatto insegue le ombre, si diverte e non sta lì a chiedersi cos’è quell’ombra, o può darsi che se lo chieda ma non riesca a rispondersi oppure, magari, lui ne sa più di me (ci vuole poco) e vorrebbe spiegarmi qualcosa ma ci sono ostacoli lessicali che al momento impediscono un proficuo scambio di opinioni. Oggi, però, il piccolo felino, forse insoddisfatto o forse solo curioso di scoprire qualche altro parere, è saltato sullo scaffale dei libri e dopo aver girovagato tra romanzi e racconti vari, si è soffermato nel reparto dove i filosofi, toccandosi il mento con aria pensierosa, discutono pronunciando parole come “realtà”, “apparenza”, “fenomeno”, “cosa in sé”, “essere” e via seguitando. Dopo aver salutato cordialmente Platone, Kant e Schopenhauer, ha deciso di richiamare la mia attenzione con un miagolio più insistente e con la zampa mi ha indicato questo brano di Friedrich Nietzsche, pregandomi, sempre con un abile gioco di sguardi, di pubblicarlo, per nome e per conto suo, su questo blog. Eseguo, anche se è un po’ lunghetto da ricopiare, perché a lui non so dire di no.

“I filosofi son soliti porsi davanti alla vita e all’esperienza – davanti a ciò che essi chiamano il mondo dei fenomeni – come davanti a un quadro che sia svolto una volta per tutte e indichi, in modo invariabile e fisso, lo stesso procedimento: questo procedimento, pensano, bisogna interpretarlo rettamente, per trarne una deduzione sull’essere che ha prodotto il quadro: dunque sulla cosa in sé, che è sempre vista come la ragion sufficiente del mondo dei fenomeni. Di contro, logici più rigorosi, dopo aver acutamente definito il concetto del metafisico come quello del non condizionato, e di conseguenza anche del non condizionante, hanno negato ogni rapporto tra il non condizionato (il mondo metafisico) e il mondo che noi conosciamo: cosicché appunto nel fenomeno non comparirebbe affatto la cosa in sé, e ogni deduzione da quello a questa sarebbe da respingere. Ma sia gli uni che gli altri hanno trascurato la possibilità che quel quadro – ciò che ora per noi uomini si chiama vita ed esperienza – sia divenuto a poco a poco, anzi sia ancora in divenire, e non debba pertanto essere considerato come una grandezza fissa, dalla quale si possa trarre, o anche solo respingere, una conclusione sul suo autore (la ragion sufficiente). Proprio per il fatto che noi, da millenni, abbiamo guardato nel mondo con pretese morali, estetiche, religiose, con cieca attrazione, passione o timore, e ci siamo lasciati andare agli eccessi del pensiero non logico, questo mondo è diventato a poco a poco così stupendamente variopinto, terribile, profondo di significato e pieno di anima, ha insomma acquistato colore – ma a colorarlo siamo stati noi: l’intelletto umano ha fatto comparire il fenomeno e ha trasposto nelle cose le sue erronee concezioni fondamentali. Tardi, molto tardi, esso riflette: e ora il mondo dell’esperienza e della cosa in sé gli appaiono così eccezionalmente diversi e separati, che respinge la deduzione da quello a questa – oppure esorta, in maniera tremendamente misteriosa, a rinunciare al nostro intelletto, alla nostra volontà personale: per giungere all’essenziale attraverso il farsi essenziali. Altri dal canto loro hanno raccolto insieme tutti i tratti caratteristici del nostro mondo dei fenomeni – ossia della rappresentazione del mondo da noi ereditata, nata dai deliri di errori intellettuali – e, anziché dichiarare colpevole l’intelletto, hanno accusato l’essenza delle cose come causa di questo carattere effettivo, molto inquietante, del mondo e hanno predicato la redenzione dell’essere. Di tutte queste concezioni si sbarazzerà definitivamente il costante e fastidioso progresso della scienza, che celebrerà finalmente il suo massimo trionfo in una storia genetica del pensiero, e il cui risultato potrebbe forse giungere fino a questo principio: ciò che noi ora chiamiamo mondo è il risultato di una quantità di errori e di fantasia che, sorti a poco a poco durante tutto lo sviluppo degli esseri organici, sono cresciuti, e sono stati ereditati da noi come tesoro accumulato dall’intero passato: come un tesoro, in quanto su di esso si basa il valore della nostra umanità. In realtà, la scienza più rigorosa può liberarci da questo mondo della rappresentazione solo in misura minima – e una cosa diversa non sarebbe affatto augurabile – in quanto non può essenzialmente infrangere la forza di antichissime abitudini sentite nel modo di sentire: ma può lentamente e per gradi rischiarare la storia della nascita di quel mondo come rappresentazione, e innalzarci, almeno per qualche istante, al di sopra dell’intero processo. Forse allora ci renderemo conto che la cosa in sé è degna di un’omerica risata: che essa sembrava tanto, anzi tutto, mentre in effetti è vuota, ossia vuota di significato.

(Friedrich Nietzsche, “Umano, troppo umano”, 16, parte prima, ed. Newton Compton)

“Il tempo di attesa stimato è”

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“Il tempo di attesa stimato è superiore ai quattro minuti. Tutti gli operatori sono al momento occupati. La invitiamo ad attendere”.

Quattro minuti possono essere tanti, ma mi conviene attendere, se riaggancio e riprovo più tardi non è detto che possa andarmi meglio. Sì, ma intanto a cosa penso? Il micio si arrampica al mio polpaccio, vorrebbe salire tra le mie braccia, ma adesso non si può, devi attendere anche tu, caro felino, almeno quattro minuti, poi potremo avvinghiarci quanto vuoi, ma ora le mani mi servono, vedi, una per reggere la cornetta, l’altra per prendere appunti, se e quando sarò messo in contatto con un operatore.

“Il tempo di attesa stimato è superiore ai quattro minuti. Tutti gli operatori sono al momento occupati. La invitiamo ad attendere”.

L’attesa. Passiamo molto del nostro tempo ad attendere qualcosa. Certe volte si tratta della fila alla posta o dal medico, che da queste parti significa anche poter socializzare con qualcuno, solo a volerlo. L’attesa può essere snervante, ma il poeta c’insegna che il più delle volte nel villaggio il sabato è meglio della domenica proprio perché si è ancora immersi nell’attesa, Continua a leggere…

I formicai e l’insolenza del 2 X 2 = 4 (Fëdor Dostoevskij)

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“L’uomo ama creare e costruire strade, è indiscutibile. Ma come mai ama anche alla follia la distruzione e il caos? Ecco, provate a dirmelo! Ma su ciò ho voglia anch’io di dire due parole. Non sarà che egli ami la distruzione e il caos (e non c’è dubbio che qualche volta li ami molto) perché teme istintivamente di raggiungere lo scopo e di terminare l’opera in costruzione? Per quanto ne sapete, può darsi che egli ami la sua costruzione solo da lontano, e non l’ami affatto da vicino; può darsi che gli piaccia semplicemente costruire un edificio e non viverci dentro destinandolo aux animaux domestiques, magari alle formiche, ai montoni eccetera, eccetera. Le formiche hanno un gusto completamente diverso. La loro è una sorprendete costruzione, indistruttibili, il formicaio.

Le rispettabilissime formiche cominciano dal formicaio e finiscono sicuramente con il formicaio. E questo fa un grande onore alla loro costanza e positività. Ma l’uomo, essere leggero e deplorevole, e forse simile al giocatore di scacchi, ama solo il perseguimento dello scopo, non lo scopo. E chi lo sa (garantirlo è impossibile), magari tutto lo scopo dell’esistenza cui l’umanità aspira si racchiude nell’inestinguibilità del perseguimento dello scopo, o per dirla in altro mondo, nella vita e non nello scopo, che s’intende, dev’essere nient’altro che due-per-due quattro, cioè una formula, ma due-per-due, signori, non è già più vita, è piuttosto l’inizio della morte. Perlomeno l’uomo ha sempre avuto un certo timore di questo due-per-due quattro, e io lo temo anche ora. Poniamo, l’uomo non fa che cercare questo due-per-due quattro, attraversa gli oceani, sacrifica la vita a questa ricerca, ma un conto è ricercare, e un altro è trovare davvero: questo perdio gli fa paura. Perché sente che quando avrà trovato non avrà più niente da cercare. I lavoratori quando hanno terminato il lavoro ricevono perlomeno i soldi, vanno all’osteria, poi finiscono in questura, e insomma sono occupati ancora per una settimana. Ma l’uomo dove andrà? Quanto meno si nota in lui un certo imbarazzo ogni volta che raggiunge simili scopi. Il raggiungimento gli piace ma non definitivo, e questo, naturalmente, è spaventosamente ridicolo. Insomma la natura umana è proprio comica; tutto ciò evidentemente contiene un calembour. Ma il due-per-due quattro è comunque una faccenda spregevole. Due-per-due quattro secondo me è un’impudenza. Il due-per-due quattro vi guarda con insolenza, si piazza sul vostro cammino con le mani sui fianchi, e sputa. Sono d’accordo, questo due-per-due quattro è una cosa esemplare; ma se c’è da lodare, allora anche due-per-due cinque qualche volta è una chicca”.

(Fëdor Dostoevskij, “Memorie dal sottosuolo”)

I formicaio mi hanno sempre fatto una certa impressione. Anche i numeri certe volte mi fanno paura, specie quando sono usati, a raffica, per analizzare l’Uomo, ridotto a dato statistico.

Ieri sera, mentre ascoltavo un sondaggista, m’è venuto in mente questo brano che vi ho riportato.

Ecco dove giace il gatto Behemoth!

Anche oggi ero partito con l’intenzione di scrivere un certo articolo e poi il “caso” mi ha dirottato altrove. La pagina facebook intitolata a Bulgakov (p.s.: sorvolo sull’inquietudine derivante dalla frase “Bulgakov ha pubblicato una foto”) ha proposto la foto sottostante. Non sto qui a domandarmi se quel gatto è stato messo appositamente di fronte all’autobus, vicino alla casa di Bulgakov a Mosca (così è riportato nella didascalia, se poi è un falso, non importa) o se sostava lì per sua scelta, anche perché se me lo domandassi metterei in dubbio la grandezza di Behemoth! Perché quello è lui, non ci sono dubbi!

Non posso non pubblicarla, ho letto quel libro sei volte, anche se quest’anno ho saltato il “turno” (di solito lo leggo in primavera, per motivi del tutto personali, peraltro a me stesso sconosciuti).

Ecco a voi, dunque, Behemoth e uno stralcio del romanzo che dimostra, in maniera incontrovertibile, che di lui si tratta.

 “Il comportamento del gatto sbalordì talmente Ivan da lasciarlo immobile davanti alla drogheria sull’angolo; e subito una seconda volta, ma con molta più forza, egli fu sbalordito dal comportamento della bigliettaria*. Questa, non appena vide il gatto che saliva sul tram, gridò con una rabbia che la scuoteva tutta: – È vietato ai gatti! È vietato portare gatti! Passa via! Scendi, se no chiamo la polizia!

Né la bigliettaria né i passeggeri furono colpiti dalla cosa principale: non dal fatto che un gatto salisse sul tram, questo poteva ancora passare, ma dal fatto che volesse pagare il biglietto!

Il gatto si dimostrò animale non soltanto solvibile, ma anche disciplinato. Alla prima sgridata della bigliettaria cessò l’attacco, si staccò dal predellino e si sedette alla fermata, soffregandosi i baffi con la monetina”

(Michail Bulgakov, “Il Maestro e Margherita”)

*in un primo momento pensavo che “bigliettaria” fosse un refuso. Ho scoperto, invece, che è una forma corretta, sia pure di utilizzo poco comune. C’è sempre da imparare!

Consigliati un libro (dimmi che animale sei e ti dirò cosa leggere)

Non sapete che libro leggere? Quando un amico vi chiede “Che libro mi consigli?” andate nel pallone più totale? Oggi una nuova applicazione vi viene in soccorso. “Dimmi che verso fai e ti dirò che libro leggi”. Seguitemi e tutto sarà chiaro.

Da oggi è disponibile un’applicazione che vi consentirà di risolvere questi problemi con sole due domande. Affinché tutta l’umanità possa giovarsene, la metterò come pagina fissa del blog, fino a che ne sarà constatata l’assoluta inutilità (ben presto, dunque).

Coloro che vogliano addentrarsi sin d’ora nell’inutile possono farlo cliccando sul link sottostante:

CONSIGLIATI UN LIBRO (UN GIOCO INUTILE)

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