Tra sottosuolo e sole

(Non) si diventa ciò che (non) si è.

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“I fratelli Tanner” (Robert Walser)

tanner

“Perché mai tutta questa gente, scrivani e contabili, perfino fanciulle nella più tenera età, entrano dallo stesso portone nello stesso edificio per scarabocchiare, provare le penne, per calcolare e gesticolare, per sgobbare e soffiarsi il naso, per temperare matite e portare in giro carte? Lo fanno forse volentieri, lo fanno per necessità, lo fanno con consapevolezza di compiere qualcosa di ragionevole e di proficuo? Vengono tutti dalle direzioni più diverse, alcuni arrivano perfino da lontano, in ferrovia, aguzzano le orecchie, per sentire se c’è ancora tempo di fare una passeggiatina prima d’entrare, sono pazienti come un gregge di agnelli, quando si fa sera tornare a sparpagliarsi ognuno nella propria direzione e l’indomani alla stessa ora si ritrovano di nuovo tutti. Si vedono, si riconoscono dall’andatura, dalla voce, dal modo di aprire una porta, ma hanno poco a che fare l’uno con l’altro. Si assomigliano tutti eppure sono tutti estranei, e se uno di loro muore oppure compie un’appropriazione indebita se ne meravigliano per una mattinata, e poi ogni cosa va avanti come prima. Capita che a qualcuno venga un colpo apoplettico mentre sta scrivendo. A cosa gli è servito avere ‘lavorato’ cinquant’anni nell’azienda? Per cinquant’’anni è entrato e uscito ogni giorno dalla stessa porta, ha usato centinaia e migliaia di volte nelle sue lettere commerciali gli stessi giri di frase, ha cambiato diversi vestiti e si è spesso meravigliato di quante poche scarpe consumava in un anno. E ora, si può forse dire che abbia vissuto? E non vivono così migliaia di persone? Forse sono i suoi figli del contenuto della vita, forse sua moglie è stata la luce della sua esistenza? Può darsi.”

(Robert Walser, “I fratelli Tanner”, ed. Adelphi)

Nel risvolto di copertina de “I fratelli Tanner”, è riportata una breve frase di Kafka, tra i primi ed entusiasti lettori del romanzo di Walser. Descrivendone il protagonista, Simon Tanner, Kafka ci dice che “corre dappertutto, e alla fine non diventa nulla, se non una gioia del lettore”. Sfogliando il romanzo, ho sorriso nell’immaginare Kafka alle prese con lo stesso, oltre cent’anni fa, in un altro posto del mondo, in un’altra lingua, con pensieri nel cuore così diversi dai miei, eppure, forse, per qualche minuto almeno, seduto anche lui sulla “mia” panchina. Prescindendo da questi pensieri surreali, devo dire che “I fratelli Tanner” ha confermato le ottime impressioni che avevo avuto su Walser in passato, sebbene in alcuni passaggi mia parso un po’ ridondante. Per essere ancora più bello, insomma, forse avrebbe dovuto essere tagliato qua e là, ma sono dettagli e può darsi anche che invece sia proprio la prolissità di alcune scene a dare il giusto colore al resto.

Simon Tanner è un antieroe, un fannullone di natura che però cerca, trova e abbandona un lavoro dopo l’altro, perché si sente oppresso dalla banale ripetitività dei lavori stessi e preferisce assecondare la sua natura di perdigiorno, discutendo con estranei incontrati per strada, fantasticando soliloqui in mezzo alla natura, provando la gioia di sentirsi debitori verso il mondo anche se è pressoché nullatenente. All’inizio del romanzo, troviamo Simon da un libraio, tanto intraprendente e volitivo nel chiedere il lavoro, quanto rapido nello stancarsene dopo pochi giorni. Kafka ha scritto che Simon alla fine “non diventa nulla” e non v’è dubbio che proprio in questo debba essere consistito il fascino di questo romanzo ai suoi occhi. Simon Tanner è un personaggio che non prova rancore verso nessuno, che spande la sua stramba e altalenante felicità per il mondo, che non scava nel proprio abisso perché non è una creatura dostoevskiana, e questo, se da un lato ci fa scorrere il libro con una certa serenità, dall’altro ci fa anche sentire una certa mancanza, quasi che, alla lunga, dopo un certo numero di pagine, ci si possa stancare del disincanto e dell’assenza di rancore del protagonista.

“La passeggiata” (Robert Walser)

La passeggiata

“Le prolisse passeggiate mi ispirano mille pensieri fruttuosi, mentre rinchiuso in casa avvizzirei e inaridirei miseramente. L’andare a spasso non è per me solo salutare, ma anche profittevole, non è solo bello ma anche utile. Una passeggiata mi stimola professionalmente, ma al contempo mi procura anche uno svago personale; mi consola, allieta e ristora, mi dà godimento, ma ha anche il vantaggio di spronarmi a nuove creazioni, perché mi offre numerose occasioni concrete, più o meno significative, che, tornato a casa, posso elaborare con impegno. Ogni passeggiata è piena di incontri, di cose che meritano d’esser viste, sentite. Di figure, di poesie viventi, di oggetti attraenti, di bellezze naturali brulica letteralmente, per solito ogni passeggiata, sia pure breve. La conoscenza della natura e del paese si schiude piena di deliziose lusinghe ai sensi e agli sguardi dell’attento passeggiatore, che beninteso deve andare in giro ad occhi non già abbassati, ma al contrario ben aperti e limpidi, se desidera che sorga in lui il bel sentimento, l’idea altra e nobile del passeggiare”.

(Robert Walser, “La passeggiata”)

Uno scrittore in crisi di creatività, bloccato di fronte a un foglio bianco, decide di approfittare di una giornata di sole per concedersi una passeggiata ristoratrice nel suo paese, e così facendo ha modo d’incontrare un’umanità variegata che gli fornirà lo spunto per scrivere proprio un romanzo sulla passeggiata stessa e tutto ciò che è accaduto dall’uscita di casa al rientro. Come espediente narrativo non sarebbe male, se non fosse che è stato già utilizzato da Robert Walser nel suo “La passeggiata”, divertente e poetica descrizione di una giornata passata a spasso e dei personaggi, talvolta strambi, incontrati nel corso del girovagare del protagonista. Continua a leggere…

Robert Walser

“Jakob Von Gunten” (Robert Walser)

Walser

“Ci viene inculcato il principio che niente è più salutare che l’adeguarsi a un “poco” solido e sicuro, cioè abituarsi e appoggiarsi a leggi e comandamenti prescritti da un severo ente esterno. Forse si tende a istupidirci, comunque si vuole che siamo piccoli. Ma non per questo ci si intimidisce. Noi alunni sappiamo tutti, uno come l’altro, che la timidezza è degna di condanna. Chi balbetta, chi mostra timore, si espone a dileggio della nostra signorina; ma tuttavia dobbiamo esser piccoli e dobbiamo sapere, saperlo di preciso, che non siamo nulla di grande. La legge coi suoi ordini, la costrizione coi suoi obblighi, le molte inesorabili prescrizioni che ci dettano la direzione da seguire e il gusto da avere: ecco quello che è grande, e non già noialtri allievi. Sì, ciascuno, persino io, ha la sensazione che siamo semplicemente dei piccoli nani subordinati, tenuti a un’incessante obbedienza. E così ci comportiamo: umilmente, ma con totale fiducia.”

(Robert Walser, “Jakob Von Gunten. Un diario”)

Robert Walser fu ammirato da Kafka, Musil e Benjamin. La proprietà transitiva non è sempre applicabile ai gusti letterari, ma in questo caso mi trovo in perfetto accordo con il giudizio che su Walser dettero i tre autori citati, a loro volta da me molto apprezzati. “Jakob Von Gunten” non è il primo libro di Walser che ho letto, ed ha confermato quanto di buono avevo avuto modo di pensare leggendo, ad esempio, “L’assistente”. Il libro è scritto in forma diaristica dall’immaginario e omonimo protagonista che dà il titolo all’opera, il quale riversa sulle pagine le impressioni relative alla sua permanenza all’interno dell’Istituto Benjamenta, laddove ai collegiali s’insegnano soprattutto la pazienza e l’obbedienza, virtù destinate a renderli degli adulti ligi ai doveri e inclini ad assoggettarsi alle prescrizioni da altri imposte.

Le vicende narrate da Jakob si svolgono in una dimensione atemporale e scissa dal mondo esterno all’Istituto. Continua a leggere…

Bartleby e compagnia

“Mi sono svegliato molto presto e, mentre preparavo la colazione, mi sono messo a pensare a tutta la gente che non scrive e all’improvviso mi sono reso conto che in realtà oltre il 99% dell’umanità preferisce, nel più puro stile Bartleby, non farlo, non scrivere.

Deve essere stata quella cifra devastante a innervosirmi. Ho cominciato a fare gesti come quelli che a volte faceva Kafka: darsi delle pacche, fregarsi le mani, stringersi nelle spalle, sdraiarsi sul pavimento, saltare, prepararsi a lanciare o a ricevere qualcosa…

Pensando a Kafka, mi sono ricordato dell’Artista della Fame che compare in un suo racconto, un artista che si rifiuta di ingerire alimenti perché per lui digiunare era imprescindibile, non poteva evitarlo. Ho pensato al momento in cui il custode gli chiede perché non possa evitarlo, e l’Artista della Fame, sollevando la testa e parlando dritto nell’orecchio del custode affinché le sue parole non si perdano, dice che gli è sempre risultato inevitabile digiunare, perché non è mai riuscito a trovare un cibo che gli piacesse.

E mi è tornato alla memoria un altro artista del No, uscito anche lui da un racconto di Kafka. Ho pensato all’Artista del Trapezio, che si rifiutava di toccare il suolo e passava giorno e notte sul trapezio senza scendere, viveva lassù in alto ventiquattr’ore su ventiquattro, proprio come Bartleby non se ne andava mai dall’ufficio, neppure la domenica.

Quando ho smesso di pensare a questi chiari esempi di artisti del No, ho constatato che ero ancora alquanto nervoso e agitato. Mi sono detto che forse mi conveniva prendere un po’ d’aria fresca, non accontentarmi di salutare la portinaia, parlare del tempo con il giornalaio o rispondere con un laconico “no” al supermercato quando la cassiera mi chiede se ho la tessera fedeltà.”

(Enrique Vila-Matas, “Bartleby e compagnia”, ed. Feltrinelli)  

I più assidui e soprattutto masochisti frequentatori di questo blog avranno magari notato, chissà come, quando e perché, che su questo blog è presente un incipit di uno pseudo-romanzo in costruzione, e mai costruito, che inizia con un “No!” secco e deciso; gli stessi masochisti avranno altresì osservato che vi sono due sezioni dedicate l’una a frammenti di romanzi mai giunti a organica conclusione e l’altra a racconti ingabbiati, che non si sono sviluppati o che forse erano destinati ad essere così. Infine, e questo è più probabile, qualcuno avrà letto la mia ammirazione per il romanzo di Melville, “Bartleby lo scrivano”, che con l’occasione consiglio nuovamente a chi non l’avesse letto.

Tutta questa odiosa e prolissa introduzione mi serve per spiegare perché ho molto apprezzato il mio primo incontro con lo scrittore spagnolo Enrique Vila-Matas, nonostante egli appartenga a una “macrocategoria” di scrittori che non fanno molta breccia nel mio cuore: i viventi. Ho conosciuto Vila-Matas grazie a questo blog, o meglio, è stato lui che si è presentato a me, ovviamente non in prima persona, ma utilizzando un terzo mediatore, il quale, giunto qui cercando Roberto Bolaño (superconsigliato), ha ritenuto opportuno, una sera dell’estate scorsa, consigliarmi Vila-Matas; al momento, se sta leggendo, vada a lui il mio caloroso ringraziamento, in attesa di altre letture che confermino l’ottima impressione avuta leggendo “Bartleby e compagnia”, un libro di difficile definizione (e infatti non lo definisco, che bisogno c’è di definire tutto?) che è un viaggio attorno alla “letteratura del No”.

Il narratore/protagonista del romanzo è un impiegato che non ha particolare fortuna con le donne, gobbo, povero e solitario, che si mette in malattia per dedicarsi a un proposito, ovvero quello di scrivere un diario composto da note a piè di pagina, che fungano da commento a un testo fantasma. In realtà, il testo c’è, ma non è altro che una lunga ricognizione attorno a una serie di autori che, a suo avviso, sono esponenti fondamentali della “letteratura del No”, il cui significato andrebbe spiegato con più precisione, cosa che mi guardo bene dal fare non essere un critico o un esegeta di professione. In sintesi, posso dire che Vila-Matas, con penna agile, rievoca scrittori che a un certo punto hanno avuto il coraggio di dire e dirsi “no”, rinunciando alla scrittura come mezzo espressivo, oppure che hanno scritto sull’impossibilità della scrittura nell’esprimere qualcosa, o ancora che hanno rinunciato, rimanendo incastrati dall’eterna insoddisfazione.

Ma chi sono gli scrittori di cui Vila-Matas ci parla? Qui sta il fascino che il libro ha esercitato su di me, perché molti di essi sono autori che ammiro, misti ad altri che non conoscevo e a diversi inventati di sana pianta (e qui bisogna che il lettore si doti d’arguzia o almeno di un motore di ricerca efficiente). Tra i nomi, comunque, oltre ovviamente a Melville e al suo scrivano, vi sono Kafka, Beckett, Salinger, Gadda, Hofmannsthal, Pessoa, Musil, Walser e altri, che, pur nelle enormi diversità reciproche, paiono a Vila-Matas riconducibili a una stella “malattia”, ossia la negazione interna del potere salvifico o catartico della letteratura. Il libro, comunque, non è un tedioso saggio letterario, bensì piuttosto un breviario colmo di aneddoti e citazioni, che personalmente mi ha riportato alla mente tante letture passate e me ne ha suggerite altre. Sulla “letteratura del No”, poi, ci sarebbe da discutere a lungo, ma, ripeto, non è compito mio e lo lascio volentieri ad altri, rimuginando malinconico sulla scarsa originalità di quel “No! nel mio tentativo d’incipit.

P.s.: tra l’altro, ricordo anche (a me stesso, nel caso manifestassi velleità contrarie) l’esistenza del “Corso di Scrittura Rinunciataria”, che appunto spiegava a noi tutti perché rinunciare a scrivere. Ovviamente, si arenò anch’esso, il Corso, oltre che l’ideatore dello stesso.

“Bartleby e compagnia” (Enrique Vila-Matas)

vila-matas

“Mi sono svegliato molto presto e, mentre preparavo la colazione, mi sono messo a pensare a tutta la gente che non scrive e all’improvviso mi sono reso conto che in realtà oltre il 99% dell’umanità preferisce, nel più puro stile Bartleby, non farlo, non scrivere.

Deve essere stata quella cifra devastante a innervosirmi. Ho cominciato a fare gesti come quelli che a volte faceva Kafka: darsi delle pacche, fregarsi le mani, stringersi nelle spalle, sdraiarsi sul pavimento, saltare, prepararsi a lanciare o a ricevere qualcosa…

Pensando a Kafka, mi sono ricordato dell’Artista della Fame che compare in un suo racconto, un artista che si rifiuta di ingerire alimenti perché per lui digiunare era imprescindibile, non poteva evitarlo. Ho pensato al momento in cui il custode gli chiede perché non possa evitarlo, e l’Artista della Fame, sollevando la testa e parlando dritto nell’orecchio del custode affinché le sue parole non si perdano, dice che gli è sempre risultato inevitabile digiunare, perché non è mai riuscito a trovare un cibo che gli piacesse.

E mi è tornato alla memoria un altro artista del No, uscito anche lui da un racconto di Kafka. Ho pensato all’Artista del Trapezio, che si rifiutava di toccare il suolo e passava giorno e notte sul trapezio senza scendere, viveva lassù in alto ventiquattr’ore su ventiquattro, proprio come Bartleby non se ne andava mai dall’ufficio, neppure la domenica.

Quando ho smesso di pensare a questi chiari esempi di artisti del No, ho constatato che ero ancora alquanto nervoso e agitato. Mi sono detto che forse mi conveniva prendere un po’ d’aria fresca, non accontentarmi di salutare la portinaia, parlare del tempo con il giornalaio o rispondere con un laconico “no” al supermercato quando la cassiera mi chiede se ho la tessera fedeltà.”

(Enrique Vila-Matas, “Bartleby e compagnia”, ed. Feltrinelli)  

I più assidui e soprattutto masochisti frequentatori di questo blog avranno magari notato, chissà come, quando e perché, che su questo blog è presente un incipit di uno pseudo-romanzo in costruzione, e mai costruito, che inizia con un “No!” secco e deciso; gli stessi masochisti avranno altresì osservato che vi sono due sezioni dedicate l’una a frammenti di romanzi mai giunti a organica conclusione e l’altra a racconti ingabbiati, che non si sono sviluppati o che forse erano destinati ad essere così. Infine, e questo è più probabile, qualcuno avrà letto la mia ammirazione per il romanzo di Melville, “Bartleby lo scrivano”, che con l’occasione consiglio nuovamente a chi non l’avesse letto.

Tutta questa odiosa e prolissa introduzione mi serve per spiegare perché ho molto apprezzato il mio primo incontro con lo scrittore spagnolo Enrique Vila-Matas, nonostante egli appartenga a una “macrocategoria” di scrittori che non fanno molta breccia nel mio cuore: i viventi. Ho conosciuto Vila-Matas grazie a questo blog, Continua a leggere…

I fratelli Tanner

“Perché mai tutta questa gente, scrivani e contabili, perfino fanciulle nella più tenera età, entrano dallo stesso portone nello stesso edificio per scarabocchiare, provare le penne, per calcolare e gesticolare, per sgobbare e soffiarsi il naso, per temperare matite e portare in giro carte? Lo fanno forse volentieri, lo fanno per necessità, lo fanno con consapevolezza di compiere qualcosa di ragionevole e di proficuo? Vengono tutti dalle direzioni più diverse, alcuni arrivano perfino da lontano, in ferrovia, aguzzano le orecchie, per sentire se c’è ancora tempo di fare una passeggiatina prima d’entrare, sono pazienti come un gregge di agnelli, quando si fa sera tornare a sparpagliarsi ognuno nella propria direzione e l’indomani alla stessa ora si ritrovano di nuovo tutti. Si vedono, si riconoscono dall’andatura, dalla voce, dal modo di aprire una porta, ma hanno poco a che fare l’uno con l’altro. Si assomigliano tutti eppure sono tutti estranei, e se uno di loro muore oppure compie un’appropriazione indebita se ne meravigliano per una mattinata, e poi ogni cosa va avanti come prima. Capita che a qualcuno venga un colpo apoplettico mentre sta scrivendo. A cosa gli è servito avere ‘lavorato’ cinquant’anni nell’azienda? Per cinquant’’anni è entrato e uscito ogni giorno dalla stessa porta, ha usato centinaia e migliaia di volte nelle sue lettere commerciali gli stessi giri di frase, ha cambiato diversi vestiti e si è spesso meravigliato di quante poche scarpe consumava in un anno. E ora, si può forse dire che abbia vissuto? E non vivono così migliaia di persone? Forse sono i suoi figli del contenuto della vita, forse sua moglie è stata la luce della sua esistenza? Può darsi.”

(Robert Walser, “I fratelli Tanner”, ed. Adelphi)

Nel risvolto di copertina de “I fratelli Tanner”, è riportata una breve frase di Kafka, tra i primi ed entusiasti lettori del romanzo di Walser. Descrivendone il protagonista, Simon Tanner, Kafka ci dice che “corre dappertutto, e alla fine non diventa nulla, se non una gioia del lettore”. Sfogliando il romanzo, ho sorriso nell’immaginare Kafka alle prese con lo stesso, oltre cent’anni fa, in un altro posto del mondo, in un’altra lingua, con pensieri nel cuore così diversi dai miei, eppure, forse, per qualche minuto almeno, seduto anche lui sulla “mia” panchina. Prescindendo da questi pensieri surreali, devo dire che “I fratelli Tanner” ha confermato le ottime impressioni che avevo avuto su Walser in passato, sebbene in alcuni passaggi mia parso un po’ ridondante. Per essere ancora più bello, insomma, forse avrebbe dovuto essere tagliato qua e là, ma sono dettagli e può darsi anche che invece sia proprio la prolissità di alcune scene a dare il giusto colore al resto.

Simon Tanner è un antieroe, un fannullone di natura che però cerca, trova e abbandona un lavoro dopo l’altro, perché si sente oppresso dalla banale ripetitività dei lavori stessi e preferisce assecondare la sua natura di perdigiorno, discutendo con estranei incontrati per strada, fantasticando soliloqui in mezzo alla natura, provando la gioia di sentirsi debitori verso il mondo anche se è pressoché nullatenente. All’inizio del romanzo, troviamo Simon da un libraio, tanto intraprendente e volitivo nel chiedere il lavoro, quanto rapido nello stancarsene dopo pochi giorni. Kafka ha scritto che Simon alla fine “non diventa nulla” e non v’è dubbio che proprio in questo debba essere consistito il fascino di questo romanzo ai suoi occhi. Simon Tanner è un personaggio che non prova rancore verso nessuno, che spande la sua stramba e altalenante felicità per il mondo, che non scava nel proprio abisso perché non è una creatura dostoevskiana, e questo, se da un lato ci fa scorrere il libro con una certa serenità, dall’altro ci fa anche sentire una certa mancanza, quasi che, alla lunga, dopo un certo numero di pagine, ci si possa stancare del disincanto e dell’assenza di rancore del protagonista.

La passeggiata

“Le prolisse passeggiate mi ispirano mille pensieri fruttuosi, mentre rinchiuso in casa avvizzirei e inaridirei miseramente. L’andare a spasso non è per me solo salutare, ma anche profittevole, non è solo bello ma anche utile. Una passeggiata mi stimola professionalmente, ma al contempo mi procura anche uno svago personale; mi consola, allieta e ristora, mi dà godimento, ma ha anche il vantaggio di spronarmi a nuove creazioni, perché mi offre numerose occasioni concrete, più o meno significative, che, tornato a casa, posso elaborare con impegno. Ogni passeggiata è piena di incontri, di cose che meritano d’esser viste, sentite. Di figure, di poesie viventi, di oggetti attraenti, di bellezze naturali brulica letteralmente, per solito ogni passeggiata, sia pure breve. La conoscenza della natura e del paese si schiude piena di deliziose lusinghe ai sensi e agli sguardi dell’attento passeggiatore, che beninteso deve andare in giro ad occhi non già abbassati, ma al contrario ben aperti e limpidi, se desidera che sorga in lui il bel sentimento, l’idea altra e nobile del passeggiare”.

(Robert Walser, “La passeggiata”)

Uno scrittore in crisi di creatività, bloccato di fronte a un foglio bianco, decide di approfittare di una giornata di sole per concedersi una passeggiata ristoratrice nel suo paese, e così facendo ha modo d’incontrare un’umanità variegata che gli fornirà lo spunto per scrivere proprio un romanzo sulla passeggiata stessa e tutto ciò che è accaduto dall’uscita di casa al rientro. Come espediente narrativo non sarebbe male, se non fosse che è stato già utilizzato da Robert Walser nel suo “La passeggiata”, divertente e poetica descrizione di una giornata passata a spasso e dei personaggi, talvolta strambi, incontrati nel corso del girovagare del protagonista. Il narratore ci descrive le sue rimostranze a un sarto che ha sbagliato misure, un disperato appello a un funzionario affinché tenga conto della povertà dello scrittore prima di comminare multe, o ancora presunte attrici o macabri figuri da evitare, il tutto condito da ironia, leggerezza e qualche sprazzo di malinconia. La passeggiata solitaria è anche una metafora della condizione esistenziale dello scrittore, combattuto tra la sua esigenza di libertà e la necessità di cogliere dal mondo circostante, e poi condividere con lo stesso, le impressioni che gli sorgono nella mente proprio mentre cammina. Aggiungo qui, ma questo non vada a scapito del libro di Walser, che anch’io, per scrivere i miei deliranti frammenti quassù riportati, spesso ho preso spunto da passeggiate sterminate lungo le strade del mio paese.

In chiusura, vi consiglio questo libro, si legge in mezzo pomeriggio (circa cento pagine) e anche se non v’ispirerà creazioni romanzesche, almeno potrà invogliarvi a concedervi una bella camminata sotto il sole.

Jakob Von Gunten

“Ci viene inculcato il principio che niente è più salutare che l’adeguarsi a un “poco” solido e sicuro, cioè abituarsi e appoggiarsi a leggi e comandamenti prescritti da un severo ente esterno. Forse si tende a istupidirci, comunque si vuole che siamo piccoli. Ma non per questo ci si intimidisce. Noi alunni sappiamo tutti, uno come l’altro, che la timidezza è degna di condanna. Chi balbetta, chi mostra timore, si espone a dileggio della nostra signorina; ma tuttavia dobbiamo esser piccoli e dobbiamo sapere, saperlo di preciso, che non siamo nulla di grande. La legge coi suoi ordini, la costrizione coi suoi obblighi, le molte inesorabili prescrizioni che ci dettano la direzione da seguire e il gusto da avere: ecco quello che è grande, e non già noialtri allievi. Sì, ciascuno, persino io, ha la sensazione che siamo semplicemente dei piccoli nani subordinati, tenuti a un’incessante obbedienza. E così ci comportiamo: umilmente, ma con totale fiducia.”

(Robert Walser, “Jakob Von Gunten. Un diario”)

Robert Walser fu ammirato da Kafka, Musil e Benjamin. La proprietà transitiva non è sempre applicabile ai gusti letterari, ma in questo caso mi trovo in perfetto accordo con il giudizio che su Walser dettero i tre autori citati, a loro volta da me molto apprezzati. “Jakob Von Gunten” non è il primo libro di Walser che ho letto, ed ha confermato quanto di buono avevo avuto modo di pensare leggendo, ad esempio, “L’assistente”. Il libro è scritto in forma diaristica dall’immaginario e omonimo protagonista che dà il titolo all’opera, il quale riversa sulle pagine le impressioni relative alla sua permanenza all’interno dell’Istituto Benjamenta, laddove ai collegiali s’insegnano soprattutto la pazienza e l’obbedienza, virtù destinate a renderli degli adulti ligi ai doveri e inclini ad assoggettarsi alle prescrizioni da altri imposte.

Le vicende narrate da Jakob si svolgono in una dimensione atemporale e scissa dal mondo esterno all’Istituto. La natura è rimasta fuori e del tempo non v’è traccia, sebbene, come detto, il protagonista scriva un diario. Nel Benjamenta si insegna a servire e a fuggire dal pensiero. Jakob, benestante di famiglia, pur avvertendo subito un clima sospetto e soprattutto la totale mancanza di maestri all’altezza, non è, almeno inizialmente, scontento di questo stato di fatto. Le sue parole, infatti, sono ben lontane dall’istinto di ribellione che ci si potrebbe aspettare da un giovane o comunque in un cosiddetto romanzo di formazione. Dai suoi scritti, piuttosto, si evince un miscuglio di consapevolezza e rassegnazione, quasi che le costrizioni e i doveri imposti ai ragazzi dell’Istituto costituiscano una necessaria preparazione all’esistenza che dovranno condurre al di fuori dell’Istituto stesso.

Egli, però, pur sapendo di essere destinato a diventare un “magnifico zero”, rimarca la differenza tra chi, come lui, si educa a raggiungere una sorta d’incoscienza di sé, pur essendo invece ricco di spiritualità, e chi, invece, è già in partenza privo di qualsiasi anelito verso pensieri più elevati. Non a caso, infatti, lo stesso Direttore dell’Istituto rileverà in Jakob una diversità rispetto a tutti gli altri ragazzi e tra i due nascerà un rapporto particolare. Oltre alla descrizione dell’esistenza all’interno dell’Istituto, con particolare riferimento ad alcuni amici e al peculiare atteggiamento di ciascuno, Jakob riporta anche le impressioni circa le sue rare immersioni nella folla all’esterno dello stesso, considerazioni di carattere più generale sull’esistenza e sogni dall’indubbio significato metaforico.

Non è facile, per il lettore, stabilire fino a che punto le opinioni di Walser siano quelle dell’autore, ma del resto questo conta poco. Più importante constatare come la lettura scorra piacevole, grazie allo stile dell’autore, che dosa ironia, leggerezza e tragicità, dando così conferma, almeno ai miei occhi, di aver meritato la stima di lettori illustri quali quelli citati a inizio articolo.

Benjamin sull’oblio in Proust.

2196

“Si sa che Proust nella sua opera non ha descritto una vita così com’è stata, ma una vita quale la ricorda colui che l’ha vissuta. Ma ci siamo espressi in modo ancora impreciso e troppo grossolano. Poiché qui, per l’autore che ricorda, la parte principale non è affatto svolta da ciò che egli ha vissuto, ma dal lavoro del suo ricordo, dalla tela di Penelope della sua memoria. O non sarebbe meglio dire dalla tela di Penelope del suo oblio? La ‘memoria involontaria’ di Proust non è forse assai più vicina all’oblio che a ciò che comunemente si chiama ricordo? E quest’opera della memoria spontanea, in cui il ricordo è la trama e l’oblio l’ordito, non è forse il contrario dell’opera di Penelope, piuttosto che la sua copia? Poiché qui il giorno disfà ciò che aveva fatto la notte. Ogni mattino, quando ci svegliamo, teniamo in mano, per lo più debolmente, solo per qualche frangia il tappeto dell’esistenza vissuta, quale l’ha tessuto in noi l’oblio. Ma ogni giorno disfà il tessuto, gli ornamenti dell’oblio con l’agire pratico, e, ancor di più, con il ricordare legato alla prassi. È per questo che Proust alla fine ha trasformato i suoi giorni in notti, per dedicare tutte le sue ore all’opera, indisturbato, nella stanza buia, alla luce artificiale, per non lasciarsi sfuggire nessuno degli intricati arabeschi”.

(Walter Benjamin, “Per un ritratto di Proust”, in “Avanguardia e rivoluzione”, ed. Einaudi).

Sto leggendo “Avanguardia e rivoluzione” di Walter Benjamin, nel quale sono raccolti una serie di saggi scritti negli ultimi dieci anni della sua esistenza, che spaziano da Paul Valéry ai surrealisti francesi, a Robert Walser, all’idiota di Dostoevskij, attraversando tanti altri argomenti e autori. Non credo che sul libro scriverò uno dei miei soliti articoli contenti le mie deliranti impressioni, per due semplici motivi: 1. avrò meno tempo nei prossimi quattro – cinque giorni e quindi preferisco dedicarlo alla lettura di questo e di altri testi, che non alla scrittura; 2. non ne ho voglia. Mi limito a dire che i saggi sono interessanti, anche se qualcuno non è di facile lettura.

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