Tra sottosuolo e sole

(Non) si diventa ciò che (non) si è.

“Di questo mondo e degli altri” (José Saramago)

Non so che cosa unisca di più, se le grandi catastrofi o le grandi gioie. Le catastrofi sono una buona marea per far venire a galla l’istinto di conservazione, l’egoismo istintivo (le gioie, a pensarci bene, hanno anch’esse i loro peccati). Ma almeno, dopo una catastrofe, quando ci ritroviamo alla luce del giorno, ancora non del tutto ripresi dallo spavento, forse vergognosi delle fughe dissennate, della ferocia del “si salvi chi può” – ci guardiamo l’un l’altro negli occhi e ci vediamo uguali, un po’ fratelli e amici. Perciò parliamo tanto di quel che ci è accaduto, con queto, con quello, con lo sconosciuto che ci è capitato davanti per caso. C’è un bisogno impellente di abbandonarci, di comunicare. Come se tutti insieme acquistassimo forza per far fronte a quel che ancora potrebbe succedere.”

(José Saramago, “Di questo mondo e degli altri”, ed. Feltrinelli)

“Di questo mondo e degli altri” raccoglie una serie di brevi scritti, ciascuno di circa due-tre pagine, che Saramago scrisse tra il 1968 e il 1969 per due giornali di Lisbona e che poi, nel 1971 e nel 1973, furono pubblicati in due libri diversi.

Gli argomenti trattati sono i più disparati, da temi universali quali la morte, la guerra, la bellezza, l’arte, a situazioni più specifiche, ad esempio una giornata al ristorante o lo sbarco sulla Luna.

Sebbene non paragonabili ai romanzi che mi hanno fatto ammirare la sua prosa (cito tra gli altri “Cecità”, “L’anno della morte di Ricardo Reis”, “La caverna”, “Il vangelo secondo Gesù Cristo”), queste piccole prose solo una sorte di mini-condensato, delle pillole di ciò che poi si potrà ritrovare nei romanzi. Del resto, come c’è scritto nel retro di copertina dell’edizione Feltrinelli, lo stesso Saramago, riferendosi a questi scritti, diceva: “Là dentro c’è già tutto”.

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