Tra sottosuolo e sole

(Non) si diventa ciò che (non) si è.

“Parla, ricordo” (Vladimir Nabokov)

La culla dondola sopra un abisso e il buonsenso ci dice che la nostra esistenza è solo un breve spiraglio di luce tra due eternità fatte di tenebra. Sebbene siano una coppia di gemelli assolutamente identici, l’uomo, di regola, guarda all’abisso prenatale con più calma rispetto a quello verso cui è diretto (a circa quattrocentomila battiti cardiaci l’ora). So, nondimeno, di un giovane soggetto cronofobico che provò qualche cosa di molto simile al panico guardando certi filmini di famiglia girati qualche settimana prima della sua nascita. Vide un mondo praticamente immutato – la stessa casa, le stesse persone – e si rese subito conto che lì dentro lui non c’era e che nessuno si affliggeva per la sua assenza. Intravide la madre che salutava con la mano da una finestra del piano superiore e quel gesto insolito lo turbò, quasi si trattasse di una sorta di addio misterioso. Ma a spaventarlo fu soprattutto la vista di una carrozzina nuova di zecca che se ne stava là, sotto il portico, con l’aria compiaciuta e invadente di una bara; anche quella era vuota, come se, nel procedere a ritroso degli eventi, le ossa stesse, le sue ossa, si fossero disintegrate.”

(Vladimir Nabokov, “Parla, ricordo. Un’autobiografia rivisitata”, ed. Adelphi)

Premessa: non è il libro che consiglierei a chi non ha mai letto romanzi di Nabokov, a mio parere più meritevoli di questa “autobiografia rivisitata”, edita in via definitiva solo nel 1966 dopo varie rielaborazioni dell’autore.

Detto ciò, da gran maestro del dettaglio Nabokov riesce a rendere musicale anche il racconto della prima parte della sua vita, partendo dagli anni giovanili in Russia, prima dell’esilio familiare a seguito della Rivoluzione. I ricordi narrati vanno, come egli stesso specifica, dall’agosto 1903 (aveva quattro anni) al maggio 1940, quando poi emigrò negli Usa.

I protagonisti delle pagine sono la madre, il padre ucciso nel 1922 a Berlino da reazionari russi, i fratelli, le governanti, i cugini, nonché ovviamente l’amore per le farfalle che fece di lui un vero entomologo. Messa così, può apparire una mesta saga familiare, e invece Nabokov, proprio perché è lui, riesce ad appassionare al tutto, senza lesinare particolari.

Lo consiglio a chi è un suo ammiratore e non ha altri suoi romanzi suoi da leggere, oppure agli appassionati di auto-biografie (io non lo sono).

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