Tra sottosuolo e sole

(Non) si diventa ciò che (non) si è.

“I russi” (Tommaso Landolfi)

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La biografia di Dostoevskij è, si può ben dire, inesauribile; e non ci si vuol qui riferire a quello che di oscuro o di torbido vi è contenuto, piuttosto anzi ai suoi caratteri palesi. Essa insomma è tanto congrua e tipica non solo del suo destino, ma del destino dello scrittore in generale (per non dire dell’uomo, superiormente inteso), da restare una fonte perenne di meditazione e da renderci poi ben accetto qualunque tentativo un po’ serio di interpretazione, di chiarimento o semplicemente di esposizione che altri fornisca. Difatto tutto quanto si direbbe a priori necessario per stimolare le facoltà dell’animo e per vivere una vita intensamente spirituale, per toccare il fondo della umana miseria e ritrovarvi il pegno di una tragica grandezza, per dominare la realtà e trasformarla, tutto ciò in codesta esistenza accade puntualmente; fino al contatto punto fittizio con la morte, da giustificare la frasetta di molti biografi secondo cui Dostoevskij sarebbe, al pari di Dante, tornato dal regno delle tenebre per raccontarci le proprie avventure. D’altro canto, come le qualità dello scrittore vero non sono sostanzialmente diverse da quelle degli altri uomini, ma soltanto si presentano assai più acute, così le esperienze terrene di Dostoevskij non sono forse eccezionali di per sé, se non che eccezionalmente magnificate e quasi fatte esemplari.”

(Tommaso Landolfi, “I russi”, ed. Adelphi)

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