Tra sottosuolo e sole

(Non) si diventa ciò che (non) si è.

“Casa d’altri” (Silvio D’Arzo)

(Tra le bellezze del web, il fatto che qualcuno mi abbia segnalato Silvio D’Arzo, pseudonimo di Ezio Comparoni, scrittore nato nel 1920 e morto trentaduenne a Reggio Emilia, autore dello stupendo e malinconico racconto “Casa d’altri”, contenuto in questa raccolta assieme ad altri tre.)

Per tre mesi ero andato ogni sera al canale, e ogni sera l’avevo trovata laggiù coi suoi stracci. La sua capra frugava qua e là. Mi fermavo lì, sopra l’argine sempre come per caso e mai più di un minuto, appena il tempo che lei s’accorgesse o mostrasse d’accorgersi. E poi indietro ancora, in parrocchia. Mai una volta in tre mesi che m’abbia fatto il più piccolo segno o abbia alzato anche solo la testa. Lei c’era ancora: ecco tutto; e io dall’argine vedevo che c’era, ed il resto non voleva dir niente. E tutti e due sapevamo benissimo che non ci saremmo parlati mai più, neanche più salutati incontrandoci, ma anche questo era meno di niente.

E adesso era finita. Qualcosa era successo, una volta, e adesso era tutto finito.

Non provavo neppure dolore, però, né rimorso o malinconia o roba simile. Mi sentivo solo dentro un gran vuoto come se ormai non potesse capitarmi più niente. Niente fino alla fine dei secoli.”

(Silvio D’Arzo, “Casa d’altri”, ed. Einaudi)

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