Tra sottosuolo e sole

(Non) si diventa ciò che (non) si è.

Perché leggendo mi lascio invadere dalla realtà. Alla ricerca di una risposta che non c’è.

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Forse c’è solo una cosa che mi piace più di una Biblioteca affollata: una Biblioteca semi-deserta, a patto che sia tale dopo essere stata piena. Una Biblioteca sempre vuota mi deprimerebbe, mentre una sempre piena m’impedirebbe di godere, per un certo lasso di tempo, della solitudine, direi dell’intimità che desidero esistere tra me e i libri.

Ho passato decenni nella Biblioteca di Itri, ma sarebbe inutile descrivere perché ero e sono affezionato a quel posto, rivangare tutti i pensieri, più o meno stupidi, che hanno attraversato la mia mente mentre ero seduto lì dentro.

Da poco più di sei mesi frequento la Biblioteca di Piacenza. Adesso è aperta fino alle 21.00 e spesso, dopo essere passato nel tardo pomeriggio (quando i tavoli sono pieni di studenti e/o lettori), torno dopo cena, per concedermi un’ora circa prima della chiusura.

A quest’ora ancora ci sono alcuni utenti, ma rispetto al pomeriggio gran parte dei tavoli sono vuoti e posso scegliere dove sedermi. Leggo un po’, poi mi alzo e comincio a girare tra gli scaffali, meravigliato da quanti libri non abbia letto, da quanti non riuscirò a leggere. Questo, tuttavia, non mi sconforta, non ho mai avuto l’ambizione di leggere tutti i libri del mondo né quella di accumularli in modo seriale.

Stasera, mentre mi aggiravo tra gli scaffali di letteratura francese, ho ripensato a una domanda che talvolta mi sono sentito porre, una domanda semplice ma alla quale non ho mai saputo dare una risposta. “Perché ti piace leggere?” Qualche anno fa, in maniera scherzosa (ma neanche tanto) scrissi sul mio blog un articolo intitolato “35 motivi semi-seri per amare la Letteratura”; ora, volendo dare una risposta meno evasiva, mi accorgo che sono piuttosto disarmato.

“Perché mi piace”, potrei dire, ma non mi soddisfa.

“Perché ti fa evadere dalla realtà”, potrebbe suggerirmi qualcuno. Ed è qui, invece, che mi sovviene un’idea, forse estemporanea o forse no. No, quando leggo un libro non evado dalla realtà, quando leggo un libro sono invaso dalla realtà, quanto meno dalla realtà di un essere umano che ha scritto quel testo, e le ha scritte in quel determinato modo, scegliendo quella parola piuttosto che un’altra per un preciso motivo.

Mi fermo, guardo sullo scaffale e rivedo nomi di autori che leggevo venti anni fa. Ne prendo in mano uno e il mio cervello è invaso da una realtà che collega la piccola Biblioteca di Itri a questa in cui mi trovo ora. Tutto il resto, nella mia testa, accade da sé, in pochi minuti un flusso di pensieri si dipana vorticosamente ed è difficile capire dove possa dirigersi. Lo lascio fluire, quasi fossi spettatore di un film altrui.

Poi, come per respirare, guardo l’orologio: sono quasi le 21.00, è ora di andare.

“Perché leggendo mi lascio invadere dalla realtà”. La prossima volta che qualcuno mi chiederà perché mi piace leggere, risponderò così, consapevole che questa risposta potrebbe indurre l’interlocutore a nutrire qualche dubbio sulla mia razionalità. Questo, tuttavia, è un problema secondario, molto secondario.

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