Tra sottosuolo e sole

(Non) si diventa ciò che (non) si è.

“Agostino” (Alberto Moravia)

agostino

(Il tredicenne Agostino è al mare con la madre, vedova e piacente signora, che ricambia le attenzioni di un giovane sconosciuto. Per Agostino, è una lacerazione, aggravata dall’incontro con una banda di suoi coetanei, i quali, senza troppi riguardi, gli spiegano certe cose che lui, ingenuo, neanche sospettava.
Il ragazzo si trova, così, nella condizione di chi ha “perduto la primitiva condizione senza per questo essere riuscito ad acquisirne un’altra.”
Grande Moravia, al solito.)
“Ora provava un vago, disperato desiderio di varcare il fiume e allontanarsi lungo il litorale, lasciando alle sue spalle i ragazzi, il Saro, la madre e tutta la vecchia vita. Chissà che forse, camminando sempre diritto davanti a sé, lungo il mare, sulla rena bianca e soffice, non sarebbe arrivato in un paese dove tutte quelle brutte cose non esistevano. In un paese dove sarebbe stato accolto come voleva il cuore, e dove gli sarebbe stato possibile dimenticare tutto quello che aveva appreso, per poi riapprenderlo senza vergogna né offesa, nella maniera dolce e naturale che pur doveva esserci e che, oscuramente, presentiva. Guardava alla caligine che sull’orizzonte avvolgeva i termini del mare, della spiaggia e della boscaglia e si sentiva attratto da quella immensità come dalla sola cosa che avrebbe potuto liberarlo dalla presente servitù.”
(Alberto Moravia, “Agostino”, ed. Bompiani)
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