Tra sottosuolo e sole

(Non) si diventa ciò che (non) si è.

“Cristo si è fermto a Eboli” (Carlo Levi)

Carlo Levi

“Non potevo ancora precisare le mie impressioni, né penetrare ancora tutti i segreti della politica e delle passioni paesane; ma mi avevano colpito il sussiego, le maniere dei signori sulla piazza, e più ancora il tono generale di astio, disprezzo e diffidenza reciproca nella conversazione a cui avevo assistito, la facilita con cui si manifestavano degli odi elementari, senza il naturale ritegno verso un forestiero appena arrivato, che aveva fatto sì che io fossi messo subito al corrente dei vizi o delle debolezze degli altri. Per quanto non potessi ancora determinarlo con esattezza, era chiaro che anche qui, come a Grassano, gli odi reciproci di tutti contro tutti si cristallizavano in due partiti. Qui, come a Grassano, come in tutti gli altri paesi della Lucania, dove i galantuomini che non hanno potuto, per incapacità o povertà, o matrimoni precoci, o interessi da tutelare, o per una qualunque necessità del destino, emigrare ai paradisi di Napoli o di Roma, trasformavano la propria delusione e la propria noia mortale in un furore generico, in un odio senza soste, in un perenne risorgere di sentimenti antichi, e in una lotta continua per affermare, contro tutti, il loro potere nel piccolo angolo di terra dove sono costretti a vivere.”
(Carlo Levi, “Cristo si è fermato a Eboli”, ed. Einaudi)

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