Tra sottosuolo e sole

(Non) si diventa ciò che (non) si è.

“La marcia di Radetzky” (Joseph Roth)

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“Prima della guerra mondiale, quando accaddero i fatti che qui riferiamo, che un uomo vivesse o morisse non passava ancora nell’indifferenza. Se una persona scompariva dal numero dei terrestri, non ne arrivava subito un’altra a occupare il suo posto per far dimenticare il lutto. Bensì, dove mancava, rimaneva un vuoto, e i vicini così come i lontani osservatori del paesaggio di quell’uomo ammutolivano ogni volta che riconoscevano quel vuoto. Se il fuoco si inghiottiva un’abitazione del palazzo di una strada, rimaneva per molto tempo il vuoto lasciato dall’incendio. Perché i muratori lavoravano lentamente e con attenzione, e i vicini, come anche i passanti, alla vista di quello spazio vuoto si ricordavano la forma e l’aspetto esteriore del vecchio appartamento. Questo succedeva allora! Ciò che cresceva aveva bisogno di molto tempo per crescere, e ciò che scompariva aveva bisogno di molto tempo per essere dimenticato. E ciò che un tempo era esistito, aveva lasciato la sua traccia. Fino ad allora si viveva di ricordi, così come oggi si vive nell’abitudine di dimenticare subito e senza riflettere.”

(Joseph Roth, “La marcia di Radetzky”, B.C.Dalai editore)

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